lunedì, Giugno 21

Asia a caccia di contratti lucrativi

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Milioni di persone e tonnellate di merce. L’area più trafficata del mondo, a rischio di congestione 24 ore su 24 per il grande flusso di auto e di camion, è l’Asia. La sfida infrastrutturale nella regione è in atto. Qui c’è tanto bisogno di strade, ferrovie e centrali elettriche, ma non solo. C’è bisogno di molto di più.

Le infrastrutture sono costose. Dove prenderanno i soldi?
L’Istituto di ricerca della finanziaria giapponese Mizuho, finanziaria giapponese, ha considerato che l’area asiatica avrà bisogno di 6,5 mila miliardi di dollari di investimenti tra il 2015 e il 2020. Di cui circa il 37%  per sviluppare il settore elettrico in Asia orientale e sudorientale. L’Indonesia, che aveva circa 46.000 MW di capacità di generazione di potenza nel 2013, vorrebbe aumentare la sua capacità di altri 35.000 MW entro il 2019.
Anche migliorare le infrastrutture del trasporto sarà costoso. Entro il 2030, la rete ferroviaria urbana di otto Paesi del sud est e del sud sarà quadruplicata. In Thailandia, ad esempio, sono allo studio quattro progetti ferroviari del valore di 8,89 miliardi di dollari, mentre in India si prevede di costruire strade ferrate in più di 10 città.
Valutando, però, la reale disponibilità finanziaria, gli esperti confermano che fli istituti sul mercato, quali AIIB (Asian Investment Infrastructure Bank o Banca di investimento per le infrastrutture), ADB (Asian Development Bank), Banca BRICS (New Development Bank of BRICS) e simili, avrebbero a disposizione mezzi utili per finanziare meno del 5% del reale fabbisogno.

Le economie emergenti hanno bisogno di trovare fondi in tempi brevi e una delle strade migliori è sensibilizzare l’attenzione pubblica sulle opere in via di definizione.

L’ADB stima che ogni giorno la congestione del traffico dei Paesi asiatici produce una perdita di quasi il 5% del prodotto interno lordo. Migliorare le reti stradali, sviluppare le linee elettriche e la distribuzione di acqua potabile sono tutti progetti che diventano fondamentali per stimolare l’attività economica, attrarre imprese straniere e migliorare la produttività.
Un ponte come quello che collega Hong Kong a Macao richiede anche tanto impegno e pazienza. L’opera è rappresentativa di un momento storico e di evoluzione dell’area asiatica.
Il ponte più lungo del mondo, 50 chilometri, è qualcosa di colossale fatto di isole artificiali, sopraelevate e tunnel sott’acqua. Salvo imprevisti, tipo isole artificiali che si squagliano, come già successo, dovrebbe essere finito entro il 2017. Complessivamente, si svilupperà dall’estuario del fiume delle Perle fino alla terraferma cinese della città di Zhuhai e sarà l’unica alternativa via terra del collegamento tra Hong Kong e Cina, direzione Shenzhen.

Il problema? Per costruire bisogna avere liquidità di denaro. Certo, ci sono un sacco di capitali là fuori, ma progetti infrastrutturali bancabili, ovvero che possano ottenere immediatamente la fiducia dalle banche a concedere prestiti, sono rari nei mercati emergenti dell’Asia.
C’è da dire che, nonostante tutti i problemi della Cina, che sicuramente rallenterà il mercato e che avrà una dinamica futura meno brillante di quella passata, l’Asia rimane l’area economica e il continente di maggior crescita.
Questo per due motivi molto semplici, secondo noi: perché in Asia dal punto di vista demografico la situazione è ottimale, dal momento che la popolazione è molto giovane, e perché gli asiatici non sono appesantiti da debiti di bilancio e dal welfare state, cioè quell’affaticamento del sistema pensionistico, aggravato dall’invecchiamento delle popolazioni e dalle falle dei grandi sistemi sanitari.

I giovani asiatici viaggiano leggeri, quando i giovani europei portano sulle spalle zavorre di sistemi pensionistici antiquati. In Europa ci sono vecchi da mantenere, pensioni che fanno acqua, sistemi sanitari oberati dalla presenza di troppi anziani e immigrati.
L’Asia non ha tutti i vincoli che ha l’Europa sul mercato del lavoro: qui, c’è maggiore flessibilità e si riesce a crescere grazie a vantaggi straordinari. Non è pensabile che l’Occidente, e soprattutto l’Europa, si illudano di riuscire a tenere il passo con lo sviluppo asiatico.
Perché? Gli asiatici sono tanti, sono 3 miliardi, e fanno mercato a sé. Un mercato chiuso e con grandi volumi. Nel sistema educativo dettano legge, sono i migliori. Dimostrano sempre più grandi skill, che sono confermati dalla presenza massiccia dei loro bravi studenti nei migliori istituti del mondo. Sono sempre i migliori nei test delle università straniere.
La supremazia degli asiatici, sia cinesi che indiani, ormai è un fatto acclarato.
Mentre noi in Occidente, Stati Uniti compresi, soffriamo tremendamente nell’implementare politiche fiscali di stimolo della domanda. Una sofferenza, che si traduce nell’aumento della spesa pubblica, soprattutto per fare infrastrutture e per fare ricerca scientifica, cioè quel tipo di spesa che va direttamente a incidere sulla crescita economica. I Paesi asiatici non hanno questo problema. Anzi.

Sia in Giappone che in Cina c’è un grande surplus di risparmio, mentre nel resto dell’Asia c’è un grande bisogno di infrastrutture. Dalle strade all’elettronica e alle reti, la crescita può essere appagata anche solo dalla produzione interna, considerando le capacità di Giappone e Corea. Per cui, non rimarrà molto per noi. Il futuro delle infrastrutture è e resterà in Asia.

Senza troppi vincoli burocratici, presenti in gran quantità, invece, nei Paesi europei, e, ahinoi, pure senza vincoli ambientali, in Asia ben presto vedremo un enorme aumento della crescita di consumi e della domanda di bisogni infrastrutturali, che verranno soddisfatte internamente, sia con i capitali, sia con le imprese.

Quindi, da non sottostimare fra tutto è il fatto che, laddove vi è grande domanda di infrastruttura c’è anche una grande capacità di farla. Ben presto vedremo enormi opere realizzate in qualità e azzardo, grazie a strumenti, domanda e soldi. Le cose più belle, i ponti più colossali e geniali, le dighe più importanti e i grattacieli più alti li vedremo in Asia e da lì verranno anche i grandi architetti del mondo.

L’Asia rappresenta la nuova frontiera delle infrastrutture mondiali, oltre a tutto il resto e nonostante la Cina in difficoltà. Ciò che vedremo sarà sempre meglio di quello che ci riservano Europa e Occidente nei prossimi anni.

Chi potrà godere dello sviluppo infrastrutturale asiatico? Ne godranno i Paesi che hanno vissuto di forniture e di materie prime verso l’Asia, come America Latina e Africa. Paesi, che sono fuori dal ciclone Cina, e che però non conosceranno mai crescite così rilevanti. Infatti, oltre al miliardo e mezzo di cinesi, c’è un miliardo e rotti di indiani, e altri 600 milioni tra filippini e vietnamiti.

Nell’ultimo rapporto che ogni anno il World Economic Forum stila sulla situazione competitiva mondiale, in cui l’indice globale comprende l’analisi di 140 Paesi, si fotografa l’Indonesia al 62° posto, le Filippine al 90 ° e il Myanmar al 134°. L’indice principale del rapporto è il Growth Competitiveness Index (GCI), che misura il potenziale di crescita delle Nazioni, mentre un altro indice è il Business Competitiveness Index (BCI), che registra la performance produttiva delle imprese. Nelle prime tre posizioni della classifica ci sono Svizzera, Singapore e Stati Uniti (l’Italia è 43°).

Le diverse economie asiatiche, dunque, si vedono per il momento ostacolate nella loro crescita dalla carenza di infrastrutture, ma l’intera regione non se ne sta con le mani in mano. La Via della Seta marittima e terrestre, e la spinta allo sviluppo economico che ne consegue, sono le prime avvisaglie di un progetto che porterà alla grande ondata di costruzioni in parte già in atto. Sistemi, che arriveranno fino alle porte dell’Europa e la toccheranno marginalmente.

In Asia c’è il futuro delle infrastrutture, il futuro dell’architettura, e c’è, in parte, anche il futuro della scienza. Aspettiamoci grandi numeri.

 

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