domenica, Agosto 1

ASEAN e la crisi borsistica field_506ffb1d3dbe2

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Bangkok – I mercati borsistici Sud Est asiatici risentono di una serie di variabili che complessificano il quadro locale ed innalzano il livello di complessità e volatilità. Tra i fattori più recenti di instabilità vi sono le turbolenze addotte dalle oscillazioni di Argentina e Turchia e ovviamente a tutto questo si aggiunge la imperscrutabilità circa la scena di una delle economie trainanti del quadrante Sud Est asiatico, ovvero la Thailandia, preda com’è delle turbolenze sociali e politiche delle ultime ore.

Gli effetti della instabilità della scena politica thailandese, infatti, si esplicano non solo sulla scena nazionale ma anche su tutte le economie correlate, le quali generalmente guardano all’economia ed alla finanza thailandese come uno dei punti di riferimento sull’asset complessivo di tutta l’area, oltre che di quelle viciniori. Per non dire, poi, del fatto che si tratta di uno dei maggiori Paesi esportatori di riso al Mondo, di uno dei maggiori produttori ed esportatori di orchidee e di tutta una serie di manufatti, prodotti e servizi che già vivono – nello specifico settore del commercio internazionale – la loro forte pressione negativa indotta dalla crisi globale, che a sua volta ha spinto i mercati principali di esportazione ovvero l’Unione Europea e gli Stati Uniti a rivedere ampiamente al ribasso le proprie quote di prodotti importati dalla thailandia, così come da gran parte del mercato asiatico, Cina in primis, ovviamente.

Tutte le speranze, ora, ruotano intorno all’ingresso dell’Anno del Cavallo, ovvero, le risposte che la Cina saprà dare alle sue più recenti flessioni ed agli effetti più globali che da queste contrazioni possono derivare nel breve e nel medio periodo e dagli influssi – si spera positivi – che possano arrecare le “nuove” economie dell’area, Vietnam, Laos e Myanmar in primis. Gli investitori internazionali si muovono oscillando tra varie aree stante la valutazione timidamente positiva nei confronti di Unione Europea e USA (in entrambi i casi si tratta di una speranza più che una valutazione, a dire il vero) e le flessioni ondivaghe di Cina, Corea, Giappone, Thailandia e ASEAN secondo le differenti declinazioni dello scenario economico e borsistico all’interno della Associazione che nel frattempo prosegue il suo cammino verso una maggiore integrazione del proprio mercato interno che giungerà a compimento entro il 2015.

Tokio registra una contrazione del 2.51 per cento e Hong Kong segnala una flessione del 2.11 per cento, questo ha influito sulla discesa dell’1.09 per cento di Singapore e del suo Singapore Straits Times Index che, nella comparazione, apparentemente sembra permanere ad un livello più medio. I mercati emergenti del Sud Est Asia hanno invece viaggiato sul luna park, in alto e in basso, hanno infatti raggiunto picchi alti con Jakarta che ha segnato un + 2.58 per cento e Bangkok che invece ha avuto una flessione dell’1,98 per cento.

Gli investitori spostano masse di capitali verso i mercati europeo e statunitense nonostante vi siano ampi segnali che – dopo anni di accesso più o meno facile al credito – ora si è chiaramente alla fine di quell’era apparentemente felice. Gli indici shares inglesi sono ancora in discesa e la stessa Europa mediamente è rimasta alquanto bassa anche nella giornata di ieri. I futures di Wall Street erano lievemente più in alto, regalando scampoli di speranza dopo i recenti rivolgimenti borsistici spesso tristemente rivolti verso il basso. In concomitanza con il Capodanno Cinese, le Borse locali sono state chiuse venerdì scorso ed hanno aperto solo una mezza giornata nella giornata di giovedì ma – a parte questa concomitanza recente – in generale, gli investitori – affermano gli esperti di affari economici asiatici – hanno ben poco spazio di manovra soprattutto se gli eventi si presentano nel complesso con un volto negativo. Per gli operatori di Borsa sembra che il mercato stia andando verso un periodo di assestamento con una lieve correzione nel senso della stabilizzazione. Il principale responsabile di instabilità nelle ultime giornate borsistiche è stato l’effetto della Cina, i cui fondi di garanzia hanno dovuto affrontare una pressione dovuta a problemi esacerbati dal settore bancario. Alcune di queste pressioni si sono allentate quando il fondo China Credit Trust Co. nel pomeriggio di ieri ha reso pubblico di voler procedere a ristrutturare un prodotto finanziario che era già stato precedentemente venduto. A gettare benzina sul fuoco dell’instabilità e della sfiducia sono giunti nella settimana scorsa i dati relativi alla produzione del settore manifatturiero, dati parecchio deprimenti.

Gli investitori erano preoccupati sul fatto che maggiori tagli nei rating sarebbero potuti giungere durante il meeting di due giorni conclusosi prima che i mercati asiatici riaprissero giovedì scorso. Nella più grande economia mondiale, gli esponenti della Banca Centrale USA stanno ingranando la marcia nell’attuare le proprie politiche via via pianificate nel corso del mese di gennaio, innalzando ulteriormente il tasso di nervosismo di tutto il contesto nel quale si muovono gli investitori. Un taglio previsto di 10 miliardi di Dollari USA nel suo più vasto programma di immissione di denaro in circolo del controvalore di 75 miliardi di Dollari USA è stato annunciato proprio nel corso della precedente riunione della Federal Reserve.

Secondo gli analisti, tutto ciò potrebbe apportare ulteriore volatilità. Per essi sicuramente si prevede un ulteriore declassamento nel programma di stimolo economico per almeno un controvalore di 10 miliardi di Dollari USA.

Al contempo, gli investitori seguono con attenzione la svalutazione del Peso argentino e le continue turbolenze sociali e politiche thailandesi. La Banca Centrale di Turchia ha annunciato di voler sostenere la Lira Turca dopo aver riscontrato la eccessiva sua contrazione nel mese scorso.

Il clima generale di incertezza ha potenziato la domanda di beni-rifugio, dove ad esempio l’oro ha registrato uno 0.1 per cento in più portandosi a 1,270.50 Dollari Usa all’oncia, dopo un previo innalzamento medio a metà Novembre quando era assestato a 1,278.01 Dollari USA.

 

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