martedì, Agosto 3

Articolo 18: totem o nuova frontiera? 280

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E così,come si prevedeva da almeno un anno,si è giunti al redde rationem. La tenzone politica sulla riforma del lavoro è la vera frontiera, la trincea contrapposta nella quale si combatte la battaglia più cruenta, forse decisiva per il governo Renzi e la sua prospettiva di rinnovamento del Paese.

Simbolo di questa battaglia, soprattutto nella trincea che vorrei chiamare conservatrice, è l’effigie più antica e carica di significato per il movimento sindacale italiano nel suo insieme,  il famoso (o famigerato) articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, datato 1970. Questo articolo tutela i lavoratori contro l’eventualità di licenziamento illegittimo, legandone appunto alla valutazione di un giudice la correttezza in sede giudiziaria. Il giudice, rilevata l’eventuale illegittimità del provvedimento, ha facoltà di reintegrare il lavoratore al suo posto e alla sua mansione.

La crisi economica e l’elevato costo del lavoro in Europa, inserito in  scenari totalmente nuovi  riguardo alle linee di tendenza economiche su scala planetaria, invece di spostare l’accento del dibattito italiano su questi temi in modo aperto e libero dai soliti lacci ideologici che ci contraddistinguono , si è sempre accartocciato sul fatidico articolo diciotto lasciando invece, piuttosto cervelloticamente, via libera  a una ridda di forme contrattuali rivelatesi fortemente penalizzanti soprattutto per i giovani e i neo assunti. Infatti la maggior parte dei nuovi contratti offerti a tutti i livelli di skill dei lavoratori, le cui sigle (co.co.co, co-co.pro, contratti a termine di varia natura e tipo)hanno infestato il mercato più importante per la produttività di un paese negli ultimi vent’anni, è stata abilmente utilizzata dai datori di lavoro per ottenere prestazioni temporanee e facilmente risolvibili senza particolari spargimenti di sangue da parte delle aziende.

Non solo, questo andazzo ha inciso pesantemente anche sulla qualità delle prestazioni e dunque dei risultati finali in chiave produttiva. Perché? E’ facile comprendere che l’assunzione per, poniamo, sei mesi di un giovane ingegnere poi sostituito da un altro e da un altro ancora nello svolgimento di un compito, equilibrismo che riduce con ogni mezzo il peso oggettivamente molto oneroso di un contratto a tempo indeterminato, non incide certo in modo positivo sugli esiti del lavoro stesso, oltre a creare situazioni di precarietà piuttosto lontane dal concetto di flessibilità auspicato. Tra l’altro il mercato ha approfittato immediatamente della situazione dando l’avvio alle cosiddette società di lavoro interinale, mediatrici nate al puro scopo di ridurre drasticamente i rischi del contratto “no limits” a tutto vantaggio delle aziende medio-grandi.  

Cosa ha fatto il sindacato, in particolar modo la CGIL ,di fronte a questo stato di cose? Ha optato per la politica dello struzzo,decidendo di sparare tutte le sue cartucce nella difesa dell’articolo diciotto. In tal modo lo ha di fatto confinato al ruolo di  totem, feticcio da sbandierare a scopo occultamento di un sostanziale vuoto di idee e di una visione moderna,  al passo coi tempi, di problematiche cruciali per la nazione intera. Proprio ieri il leader CISL Bonanni dichiarava che il sindacato non fa politica ma si occupa solo degli interessi dei lavoratori. Ma il sindacato riesce davvero a valutare questi interessi nelle giuste coordinate, molto più ampie e complesse di quelle trattate nell’articolo diciotto? Ed è davvero convinto di non fare solo politica conservativa, agendo così?

Il Jobs act portato avanti dal governo è stato elaborato in massima parte dal prof. Pietro Ichino. Ex parlamentare indipendente eletto nelle liste Pci e poi tra i fondatori del Partito Democratico, difficile definire il professore  un uomo di destra, ragionando per etichette obsolete. Le proposte prevedono, a quanto si sa, la scomparsa totale dei contratti a termine in favore di assunzioni a tempo indeterminato per tutti, abolendo l’articolo diciotto per i neo assunti ma seguendo il principio delle tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio. Una ristrutturazione radicale, decisiva almeno nelle intenzioni, per dare una svolta definitiva alle perplessità europee sul nostro impegno di riforme strutturali e per ripartire finalmente con la sospirata politica degli investimenti e dell’occupazione.  Il governo Renzi si gioca molto, quasi tutto, sulla riuscita di questa riforma fondamentale. Al di là degli orientamenti politici, direi che una sua mancata attuazione aprirebbe verosimilmente la strada al voto anticipato, e segnerebbe un punto importante a favore dell’ideologia sulla politica.  

 

 

 

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