lunedì, Aprile 19

Artico: l’alleanza tra Cina e Russia nel Grande Nord Cina e Russia hanno trovato nell’Artico un ulteriore terreno di cooperazione. A parlarcene Marzio Mian, giornalista, scrittore e fondatore del progetto ‘The Arctic Times Project’

0

Il Grande Nord: l’Artico. Distese di terre ghiacciate che dall’alto appaiono sempre più blu piuttosto che bianche, a cause dei grandi cambiamenti climatici che stanno investendo il nostro tempo. Lo scioglimento dei ghiacci, per l’appunto, ci riguarda tutti. Ma se per molti la grande tragedia di un Artico sempre più blu rimane un evento ambientale a cui guardare con drammaticità, per altri apre nuove frontiere geopolitiche. È il caso di Russia e Cina, le due grandi potenze asiatiche pronte a fare dell’Artico l’oggetto di un contendere che scherza col fuoco, il fuoco di un futuro climatico incerto, in cui Mosca e Pechino vedono invece un futuro di ricchezze economiche e rivalità egemoniche.

L’economia dell’Artico è un’economia che guarda alle sue grandi riserve naturali di petrolio e di gas, e alla sua fondamentale posizione strategica per il passaggio di merci, al suo Stretto di Bering che potrebbe tra non molto sostituire il Canale di Suez, sempre più travagliato da storie di terrorismo ed instabilità. Ed è allora che si guarda al nord, a quel nord ormai non più tanto inesplorato, dove riversare le aspettative di due potenze economiche in costante crescita.

La regione artica è una delle zone più ricche al mondo, proprio grazie al suo finora limitato sfruttamento. Contiene 13% delle riserve petrolifere mondiali non ancora scoperte, 30% dei depositi di gas naturale non estratti, e 20% di gas liquidi naturali.

A guidare questa corsa verso nord è la Russia, che già contribuisce a circa due-terzi della totale economia artica. L’ambizione del Presidente russo Vladimir Putin ha portato all’apertura di un impianto di gas naturale liquefatto dal valore di 27 miliardi di dollari, nella penisola di Yamala, a Sabetta, una penisola che per molti potrebbe avere in futuro un’importanza maggiore di quella araba. E ad accompagnare la Russia in questa corsa al grande nord è la Cina, che guarda al nord come al pezzo mancante ed imprescindibile della sua opera mastodontica della Nuova Via della Seta.

Se Russia e Cina rimangono sì partner strategici ma sempre diffidenti l’uno dell’altro, l’Artico potrebbe diventare, ed in parte lo è già, il sigillo di un’alleanza che vedrebbe le due potenze emergere come padroni, si fa per dire, di un’area tra le più prolifiche al mondo, i cui giochi economici e commerciali sono pronti a dettare il futuro dell’economia e delle risorse mondiali. Per fare chiarezza sui rapporti di forza tra Mosca e Pechino, e della loro corsa all’Artico, esplorata nel suo ultimo libro ‘La battaglia per il Grande Nord’, ci siamo fatti aiutare dal giornalista e scrittore Marzio Mian.

 

Perchè l’Artico sta attraendo il grande interesse di Russia e Cina?

L’Artico è un mondo completamente nuovo che si affaccia sulla geografia planetaria, è una fetta di mondo che è diventato un luogo non più da esplorare ma da sfruttare a causa del cambiamento climatico che fa sì che quel luogo sia sempre meno bianco e sempre più blu, un luogo che contiene immense risorse pari a circa 20 trilioni di dollari, una cifra equivalente al pil annuale degli Stati Uniti, ma che secondo altre fonti potrebbe essere addirittura il doppio. L’Artico ha grosse risorse energetiche e minerarie, risorse infrastrutturali, capacità  di connessione che rappresentano il grande obiettivo della società digitale e mercantile contemporanea. Ha potenzialmente delle nuove vie d’acqua che dimezzerebbero il tragitto rispetto alla via tradizionale del Canale di Suez e inoltre quella cintura, la via più breve anche per collegare Asia, Europa e Stati Uniti dal punto di vista dei cavi sottomarini, diventando paradossalmente uno strumento di semplificazione per velocizzare le connessioni. Un luogo molto ambito che crea competizione e conflitto. Russia e Cina sono sicuramente i due protagonisti di questa corsa alla conquista del Nuovo Artico. La Russia è la potenza storicamente artica, lo è dai tempi degli Zar. Una potenza che si fonda nel grande nord russo artico, è soprattutto un luogo di immense risorse che la Russia è determinata a sfruttare. Ci sono circa 15 nuovi porti lungo la cosiddetta rotta del nord-est. Il più importante è quello di Sabetta, nella penisola di Yamal, una penisola che è in sostanza la nuova Arabia Saudita, per lo sfruttamento del gas naturale e naturalmente per il petrolio off-shore e on-shore. Il 60% del pil russo deriva dall’Artico e quindi ecco che la Russia nell’Artico ha spostato decisamente il proprio baricentro anche da un punto di vista militare con la flotta del nord, nel nord-ovest della Russia artica, al ridosso del confine Nato a presidio della propria ricchezza. Anche la Cina ha annunciato ufficialmente di ambire a diventare una potenza artica, ed è decisa a sostenere che l’artico è di tutti, nonostante giochi su più livelli. La Cina vede certamente nell’Artico la continuazione e l’integrazione della Nuova Via della Seta dal punto di vista del commercio marittimo, del trasporto, attraverso la via di nord-est . La Cina sta infatti lavorando in vista di una via transpolare che attraversi il Polo Nord dallo stretto di Bering all’Atlantico. Le navi dovrebbero impiegare due terzi di tempo in meno rispetto alla Via di Suez che è a rischio terrorismo e quindi ecco che l’Artico diventa la migliore alternativa.

In quale modo Mosca e Pechino stanno collaborando?

Entrambe stanno collaborando per un mutuo interesse provvisorio. Nel momento in cui alla Russia sono venute a mancare le risorse occidentali a seguito delle sanzioni imposte nel 2014, Mosca ha guardato verso est, verso l’Asia, con enormi investimenti per le infrastrutture, per lo sviluppo dello sfruttamento degli idrocarburi, trovando un partner che aveva tutto l’interesse a collaborare attraverso grandi investimenti: la Cina. Per esempio, la costruzione del porto di Sabetta è stata un’operazione da 24 miliardi di dollari a cui Pechino,  attraverso varie agenzie e banche cinesi, ha contribuito con un finanziamento di 11 miliardi. Naturalmente, per ora, la rotta nord-est marittima passa al largo delle coste russe e quindi la Cina ha tutto l’interesse a collaborare con la Russia per lo sviluppo della Via della Seta nordica. Il mare di Barents è sicuramente da un punto di vista militare il luogo più caldo dell’Artico, da cui possono diramarsi possibili conflitti. Ad ora, tuttavia, esiste una piena collaborazione tra i due Stati, soprattutto a livello commerciale. C’è una stretta partnership nella costruzione di rompighiaccio, di grandi navi porta container, c’è un effettivo scambio di know-how. Anche a livello infrastrutturale esistono vari tipi di collaborazione, infatti la Cina sta progettando con la Russia una ferrovia interna all’altezza del fiume Ob’, che sfocia nel mar di Kara, un’opera destinata ad essere una di quelle vie di terra per il collegamento delle due Vie della Seta. La stessa cosa sta accadendo in Finlandia, dove la Cina sta lavorando intensamente per la costruzione della ferrovia che dovrebbe collegare Kirkenes a Rovaniemi, e poi nel Baltico, costituendo così la via più breve per portare merci dall’Asia all’Europa. Anche la Groenlandia ha un ruolo fondamentale in questa corsa all’Artico, soprattutto per la Cina che sta concorrendo in una gara per la costruzione di tre aeroporti, nonostante le perplessità della Danimarca. Il Governo groenlandese è determinato a far valere i propri diritti di decidere rispetto alle proprie necessità di infrastrutture, ritenendo che non si tratti una questione di politica estera. La Cina è già titolare di diverse miniere dirette di sfruttamento, comprese quelle di uranio.

Potremmo avere dei punti di scontro in futuro tra Russia e Cina nell’Artico?

Sicuramente uno dei maggiori terreni di scontro potrebbe essere quello della pesca. La Cina ha già detto che l’Artico costituisce la propria banca ittica, considerando che la Cina è il Paese con il maggior consumo di pesce, e il pesce è il bene più richiesto al mondo e come sappiamo nel momento in cui la popolazione cresce il pesce diventa un bene di contesa. Ecco che l’Artico, questo nuovo spazio che si sta aprendo, diventa una grande area marittima da sfruttare dal punto di vista ittico; molte specie pregiate stanno salendo verso nord, nelle sue acque fredde, anche se esistono molti punti interrogativi sul futuro di queste specie, ci sono molti dubbi su come potranno integrarsi in questo nuovo ecosistema. Detto questo la Cina è determinata a sfruttare l’Artico da questo punto di vista e potrebbe scontrarsi con gli interessi russi e americani. La questione della pesca diventerà importantissima. Militarmente, inoltre, la Russia transiterà sempre di più nell’Artico con i suoi sommergibili e le sue navi. La presenza  militare russa farebbe saltare quegli equilibri che si mantengono dai tempi della Guerra Fredda tra Nato e Mosca, equilibri sempre più precari, perché se ai tempi del mondo bipolare l’Artico era il luogo della contesa, oggi è l’oggetto del contendere.

Dove si posizionano gli Stati Uniti in questa corsa che sembra riservata a Cina e Russia?

Gli Stati Uniti sono in grande ritardo, e a riguardo c’è una forte polemica interna. Barack Obama aveva fatto un viaggio simbolico oltre il circolo polare artico. Hillary Clinton aveva una grande attenzione, molto più pratica e meno simbolica verso l’Artico. Il gap statunitense è tuttavia enorme, non tanto dal punto di vista militare, dato che la presenza americana nella Nato è ancora fortissima, basti pensare alla base di Thule in Groenlandia o come la più grande nave spia al mondo che presidia il mare di Barents sia a bandiera americana, quanto in funzione dei rompighiaccio. Gli americani hanno in dotazione 2 o 3 rompighiaccio contro i 50 russi, tra cui una decina a propulsione nucleare. La Cina ne ha in cantiere diversi. C’è molta polemica da parte  della marina statunitense e della sua guardia costiera. Donald Trump è determinato a portare avanti lo sfruttamento del petrolio in Alaska, infatti ha appena autorizzato nuove concessioni sia offshore che onshore addirittura in una zona protetta. E quindi la determinazione dell’Amministrazione Trump è quella di sfruttare al massimo l’Alaska. Va detto che, mentre gli Stati Uniti stanno portando avanti questa guerra dei dazi con la Cina, contemporaneamente Pechino sta stringendo degli accordi con l’Alaska per lo sfruttamento di tutto il suo gas naturale, un affare da 40 miliardi di dollari. A Washington c’è un dibattito molto forte sulla questione artica, ovvero di come comportarsi di fronte al dinamismo delle altre due potenze.

L’Artico rimane prima di tutto un tema ambientale. Vi è qualche possibilità di fermare questo folle sfruttamento?

Sono molto realista in merito a tale questione. L’Homo Sapiens, come ha sempre fatto, vede e coglie delle opportunità; l’ennesima opportunità è offerta dal cambiamento climatico, che altrove sta producendo conseguenze devastanti. Per ora nel grande nord il bicchiere è mezzo pieno, quindi dal punto di vista di sviluppo dell’agricoltura, di nuovi allevamenti, gli unici che sono destinati a soccombere di fronte a questa corsa sono i popoli aborigeni, gli inuit, nonostante governino l’isola più grande del mondo: la Groenlandia; quella civiltà è destinata a scomparire, è una civiltà di cacciatori, incompatibile con un suo inglobamento nella globalizzazione da parte di una civiltà materialista votata al profitto. Per il resto il Grande Nord è nel destino dell’umanità, è un luogo semi disabitato, ma sempre più abitabile dal punto di vista delle condizioni climatiche. Mentre il resto del mondo sta patendo le conseguenze della desertificazione, ed è sempre più abitato con sempre meno risorse, il grande nord è il futuro. Si sta già investendo in infrastrutture, nuove città, aeroporti, ospedali e villaggi turistici. Ed è il proprio il turismo ad essere all’avanguardia di questa colonizzazione, la colonizzazione di un luogo che ha il maggior tasso di crescita annuale al mondo con un pil del 11%. Un destino, il suo, inevitabile, a cui l’umanità si è rivolta già da molto tempo.  

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->