giovedì, Luglio 29

Arteterapia: un insolito binomio Intervista a Gianluca Lisco e Daniele Salesi sul laboratorio per il benessere psicofisico

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Arteterapia

A Roma il 24 e 25 maggio prossimi, nei locali dell’Associazione ‘Il Boschetto di Pan’, si svolgerà il laboratorio di Musicoterapia e di Foto Video Terapia dal titolo ‘L’occhio e l’orecchio: integrazioni possibili tra visivo e sonoro’ condotto da Daniele Salesimusicoterapeuta ed educatore e Gianluca Liscopsicologo e psicoterapeuta.

‘Il Boschetto di Pan’ è un’Associazione di Promozione Sociale, iscritta all’Albo della Regione Lazio, che rappresenta la Scuola Art.eD.O. di Roma e la Federazione Provinciale Art.eD.O. di Roma e in quanto tale promuove corsi di formazione triennali  in Arti Terapie ( Musicoterapia, Danzamovimentoterapia, Teatro Terapia, Arte Terapia), che permettono l’iscrizione al Registro degli Arte Terapeuti, secondo la legge 4/2013 sulle professioni non regolamentate, in conformità con l’eventuale Norma Tecnica UNI sulle Arti Terapie, al fine di agevolare e preparare i corsisti all’esame individuale di Certificazione delle competenze, abilità e conoscenze ai sensi del sistema europeo EQF, come stabilito dalla normativa nazionale e comunitaria in vigore. I suoi Corsi sono in via di certificazione con Cepas, ente di certificazione delle professionalità e dei percorsi formativi accreditato ad ACCREDIA.

I Corsi sulle Arti Terapie sono strutturati secondo un’innovativa metodologia che coniuga formazione a distanza formazione in presenza. In tal modo gli allievi possono acquisire da un lato importanti competenze teoriche negli ambiti multidisciplinari delle Arti Terapie e delle Neuroscienze (Psicologia applicata alla creatività, modelli applicativi per specificità soggettiva e ambientale, Anatomia ecc.), dall’altra acquisire strumenti relazionali e operativi spendibili in contesti educativi, rieducativi, preventivi, riabilitativi e terapeutici. Nel suo percorso formativo, dunque, l’allievo sarà accompagnato all’apprendimento di competenze tanto in ambito artistico (o musicale o teatrale o corporeo o grafico pittorico), che nell’ambito teorico-pratico specialistico corrispondente, sia attraverso lo studio teorico che attraverso un percorso esperienziale di formazione rispetto a se stesso e alla relazione. Sarà inoltre messo in grado di ideare, progettare, presentare, realizzare e valutare interventi con le Arti Terapie in ogni tipo di contesto.

L’A.P.S. ‘Il Boschetto di Pan’ è inoltre impegnata nella ricerca e nello sviluppo di nuove metodologie, che integrano l’aspetto artistico con quello terapeutico e relazionale.

Ha iniziato in tal senso una importante collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università di Glasgow per l’innovativo progetto di ricerca Construction & Therapy, che considera le Arti Terapie e l’Artigianato Artistico Educativo  strumenti fondamentali per la realizzazione di un nuovo modo di pensare, di realizzare e di vivere lo spazio abitativo e comunitario.

L’Artigianato Artistico Educativo stesso è un metodo innovativo in via di sviluppo, messo a punto da Tonino Aspergo, Presidente dell’Associazione, e praticato in particolare in un progetto dedicato a preadolescenti e adolescenti nel territorio del Comune di Morlupo.  Il metodo intende trasmettere ai giovani alcune tecniche per il conseguimento di un risultato di qualità, ma anche facilitare l’apprendimento di un procedimento “artistico”, lo sviluppo della cooperazione, del reciproco aiuto, dello spirito di gruppo e la valorizzazione delle doti personali e della propria autonomia. Per far ciò coniuga la Comunicazione Ecologica, fondamento del Counseling Biosistemico, messo a punto dal prof. Jerome Liss, con l’insegnamento di tecniche artigianali, permettendo lo sviluppo di tre fondamentali componenti: creativitàmanualitàcomunicazione.

Abbiamo intervistato i due docenti che condurranno il laboratorio in questione.

 

In che cosa consiste il vostro laboratorio?

(Daniele Salesi) Il laboratorio è interdisciplinare. Ci sono alcuni laboratori del corso di Arte Creativa che vogliono esplorare l’integrazione fra arti diverse. Uno degli obiettivi del corso di formazione è mettere in comunicazione o far provare ai partecipanti le possibilità di dialogo fra due arti diverse, come in questo caso la musica e l’occhio. Fondamentalmente il corso consisterà in due giornate, nella prima delle quali ci si dedicherà alla musica e nella seconda alla foto video terapia. In sostanza, nella prima giornata attraverso l’ascolto di alcune musiche che faranno esplorare dei contenuti emotivi, si ricaverà materiale emotivo derivato dagli stati d’animo, mentre il giorno successivo Gianluca lavorerà su di essi mettendo in scena certi ricordi, stati d’animo, emozioni, che possono dar forma a dei personaggi completi. Tali emozioni saranno tramutate in espressione concreta attraverso video e foto delle esperienze raccolte il giorno prima.

(Gianluca Lisco) Ciò che dice Daniele è perfetto per descrivere l’attività che verrà svolta. Io posso integrare la risposta dicendo che la prima giornata sarà condotta da lui e quindi si lavorerà con il mediatore artistico musicale, ossia il suono, mentre nella seconda giornata ci sarà il lavoro di Artiterapia con la mediazione artistica del linguaggio fotografico ed audiovisivo, cioè saranno le immagini ad essere il pretesto con cui lavorare assieme ai partecipanti al laboratorio. Detto in maniera più semplice, ci saranno dei personaggi che verranno evocati e descritti nella prima giornata con Daniele; essi saranno poi il ‘materiale umano’ con cui si lavorerà nella seconda giornata. Questi personaggi diverranno degli attori, potranno essere parte di una storia di un prodotto audiovisivo, che potrà essere anche un piccolo cortometraggio. Nella seconda giornata lavoreremo sulle differenze e sul confronto fra il personaggio inventato, ossia quello che deriva anche dalla prima giornata, e la propria persona, cioè il personaggio che rappresenta ognuno di noi: su quello si può instaurare un lavoro terapeutico, utile in altri contesti. C’è infatti discrepanza tra quello che realizzo con la mia creatività e quello che io sono.

A chi è rivolto questo laboratorio?

(Gianluca Lisco) Diciamo che per il momento è rivolto ai corsisti del corso di Artiterapie e ci sarà un’aula integrata, con persone appartenenti a tre diversi indirizzi: l’arte plastico-pittorica, la musicoterapia e la danza movimento terapia. In questo L’essere un laboratorio di questo tipo sta nel fatto di prevedere l’integrazione nella interdisciplinarietà. Non è un laboratorio solo esclusivamente di musicoterapia, ma è quello in cui si mescolano diversi linguaggi.

Per gli esterni è possibile una partecipazione, che deve rientrare però in un pacchetto di quattro laboratori. Questa è una regola della scuola, anche perché serve a tutelare lo spazio protetto del laboratorio di Artiterapie dove si crea un gruppo di formazione che deve impegnarsi a non partecipare solo saltuariamente, ma avere ben quattro laboratori cui si è iscritti.

(Daniele Salesi) Si può pensare che chi fa Arteterapia debba avere delle qualità o capacità artistiche, ma non è detto che sia così. Chi si avvicina all’Arteterapia ha delle sensibilità artistiche, ma non è prevista nei requisiti la predisposizione ad usare un mezzo artistico. Tutti possono partecipare ad un laboratorio di questo tipo e non devono per forza avere una formazione in questo settore.

Quali esiti sul piano lavorativo si ricavano da questo laboratorio?

(Daniele Salesi) Sul piano delle possibili applicazioni lavorative sia la musicoterapia che la fototerapia sono degli strumenti artistici molto comuni. La prima cosa che mi è venuta in mente come possibile applicazione è quella, ad esempio, nei contesti di gruppo come ad esempio la scuola, dove con un gruppo-classe ci si cimenta nella costruzione di un lavoro corale in cui, a partire dalla condivisione degli stati d’animo, si può successivamente improntare un lavoro comune sulle dinamiche ad esso legate e poi all’interno di questo nella classe. Nel gruppo, che tiene anche Gianluca e che si può fare anche con la musica (dal momento in cui si costruisce un brano musicale ognuno deve suonare uno strumento per fare un componimento corale), è importante che tutti siano presenti e la responsabilità è nello stare insieme agli altri e condividere un’esperienza comune affatto scontata nel contesto di una classe scolastica o in quelli di tipo lavorativo, solo per fare due esempi. In generale è un lavoro sulle emozioni, più prettamente in quello della musica, ma per l’Arteterapia di norma si lavora sia sui contenuti creativi, sia su quelli emotivi. Allo stesso tempo si può fare un lavoro personale, quindi individuale, e quello di gruppo: un doppio lavoro, che fa nascere il problema di come legare il lavoro sull’io a quello della dinamica di gruppo e di come valutarlo in questi due diversi contesti. I possibili ambiti di applicazione sono diversi: nel contesto classe, esso si può applicare ad un gruppo di disabili, oppure ad un gruppo di anziani, o a contesti lavorativi più complessi, dove si vuole sviluppare la dinamica di gruppo.

(Gianluca Lisco) L’applicazione e le tecniche che useremo nel lavoro possono essere chiaramente applicate sia in contesti formativi, nei quali possiamo intendere, come accennava Daniele, anche un contesto di organizzazioni, cioè di aziende, che possono richiedere non un intervento terapeutico, ma quello di ‘team building’, ossia di lavoro con il gruppo. L’ importante, che viene prima dell’etichetta di terapia, non è tanto la musica, le foto o gli altri mezzi in sé, ma il fatto che essi divengono pretesti, strumenti utilizzati sia per nostra passione (infatti Daniele è anche musicista e io sono stato sempre appassionato di fotografia e di video), sia per lavorare con la persona anche all’interno delle nostre competenze. Ci sono chiaramente mille sfumature: se io lavoro con un approccio del genere, ossia costruendo un brano musicale o un piccolo filmato, all’interno di un contesto formativo aziendale non posso accentuare delle dinamiche che non sono l’analisi profonda di esse, ma fare un lavoro un po’ di superficie sui comportamenti. Se voglio, come accennava Daniele, lavorare in un contesto terapeutico, per esempio nell’ambito della psichiatria, posso far costruire al paziente psichiatrico, con più o meno disagio, una dinamica incentrata sulla persona, grazie  distanza del mediatore, ma tutto dipende dalle sfumature che assume il suo disagio e se diventa ingestibile o meno. Una cosa è chiedere alla persona come stai e iniziare un percorso di gruppo terapeutico classico, un’altra è mettersi a lavorare per produrre un qualcosa di creativo, emerso dal gruppo, e poi dal feedback del prodotto lavorare su noi stessi. Scegliamo, per esempio, di girare un cortometraggio comico e poi chiediamo ai partecipanti come si sono sentiti in un certo personaggio nel momenti in cui sono diventati attori di quella scena o registi della stessa: nelle scuole capita ad esempio che ci siano ragazzi timidi, con difficoltà ad integrarsi nel gruppo, e se essi li inseriamo in una dinamica di questo tipo, artistica, e chiediamo loro di essere registi per una scena (con la necessità di decidere sul set esercitando una funzione di leadership), è capitato che abbiano avvertito tale ‘empowerment’, ossia abbiano accresciuto la propria consapevolezza di essere persone che possono modificare il loro ambiente, sulla base del fatto che l’esperienza sul campo è andata bene e sono riusciti a farsi ascoltare. Stesso discorso può essere fatto con la musica, come diceva Daniele. L’importante è costruire qualcosa insieme, ossia che ogni persona del gruppo ci metta un pezzettino.

Quanto incide la musica e la vista nella vita di tutti i giorni?

(Daniele Salesi) Il modo in cui l’individuo sperimenta la realtà è sinestetico, ovvero i vari sensi tendono ad agire contemporaneamente e l’esperienza nasce dalla loro integrazione. Più sensi si attivano mentre sperimentano la realtà, ma alcuni di essi sono più sovraesposti e più utilizzati. Nell’esperienza della vita quotidiana usiamo soprattutto la vista; dal punto di vista evolutivo abbiamo imparato, come primati, ad usare la vista dapprima per finalità di sopravvivenza, e poi la comunicazione visuale è diventa uno degli strumenti principali attraverso cui comunichiamo. D’altra parte quello che considero un uso eccessivo della vista può disturbare altri tipi di sensi, come quello dell’ascolto, o quello dell’olfatto, oppure quello muscolare, ossia quello cinestetico che sente attraverso il corpo.

Quanto poi essa incide rappresenta una bella domanda: ultimamente ho fatto un’esperienza con i non vedenti, che utilizzano la capacità uditiva per orientarsi nello spazio, e con ragazzi vedenti, che usano un’integrazione tra vista e udito, e ho notato come quelli non vedenti, avvalendosi soltanto dell’udito, avessero delle capacità di percepire lo spazio diverse rispetto ai vedenti. In questo l’ascolto della musica è molto importante: sapere ascoltare con le orecchie e creare nella nostra mente delle immagini legate alla vista. La vista può essere un elemento disturbante nell’ascolto.

(Gianluca Lisco) In merito a questa domanda dico che fondamentalmente i sensi contribuiscono a rappresentare e co-costruire il mondo, quindi la realtà. La realtà non è data di per sé, come si tende a credere, ma si costruisce a partire dai miei sensi: infatti le neuroscienze hanno dimostrato possibile che queste rappresentazioni arrivino in aree celebrali deputate grazie ad alcune stimolazioni visive o uditive e soprattutto è stato recentemente dimostrato che esiste una plasticità neuronale: il cervello può continuamente evolversi e i neuroni, ossia le connessioni, possono farlo altrettanto. Questo è di stimolo per dirci di continuare a fare delle esperienze connesse con uno spirito artistico integrato con quello che sentiamo, per lavorare in funzione del benessere nostro e di chi ci circonda. È stato dimostrato dai primi esperimenti in psicologia della Gestalt che ciò che vediamo ha sempre qualcosa in primo piano, come quello che è a fuoco nella fotografia, e che emerge in figura nel lavoro con i mediatori, mentre qualcosa va sullo sfondo. Lo sfondo può corrispondere anche a quello che i primi psicanalisti chiamavano (o che comunemente si chiama) l’inconscio. Quando si lavora, la vista incide tantissimo perché poi nel modo di rappresentare, per esempio nello scegliere una fotografia piuttosto che un’altra, la persona quando parla lo fa riferendosi a sé, e guardando qualcosa in primo piano. Succede che laddove ci siano disagi o conflitti interni, viene a mancare una sorta di dinamismo tra figura e sfondo: è un po’ come se io guardassi una fotografia e la vedessi sempre verde, perdendo i particolari che ci sono dietro. Si provi a pensare al disagio in questi termini, quando si incistano alcuni pensieri ed emozioni che poi diventano invalidanti. Anche nella vita quotidiana, senza esagerare con la psicoterapia, può succedere questo, sicché io mi costruisco la percezione di quella determinata persona o dell’evento alla luce di ciò che ho messo in primo piano. Il dinamismo si ristabilisce nel contatto con le proprie emozioni perché sono queste, e i nostri bisogni, che ci portano a vedere se quella fotografia è verde o rossa.

In che senso il laboratorio è basato sulla condivisione tra i partecipanti degli aspetti emotivi legati alla comunicazione non verbale?

(Daniele Salesi) Gli effetti della comunicazione non verbale stanno nel passare la comunicazione da quella verbale (che può portare ad usare dei meccanismi di difesa, ovvero a quelle che si dice siano delle razionalizzazioni) all’utilizzo di strumenti musicali e artistici (come foto o videoterapia) che sono comunemente definiti come istintivi e medianti. La comunicazione non verbale consente di fare accedere direttamente a questi contenuti, bypassando i meccanismi di difesa che la mente, il linguaggio nella comunicazione verbale, può mettere in atto. Attraverso gli strumenti dell’Arteterapia e dei mediatori artistici si cerca di oltrepassare questi meccanismi di difesa.

(Gianluca Lisco) La comunicazione non verbale è un aspetto del mondo analogico, del mondo della fantasia, l’aspetto posturale, tutto ciò che non è digitale e non è pensiero, parola. È il mondo preferito dalle arti terapeutiche e dagli psicologi, essendo quello dell’esplorazione, dell’inconsapevolezza, anche perché il non verbale arriva subito alle persone. Noi possiamo capire benissimo se c’è una discrepanza tra quello che uno dice e quello che uno fa con il corpo, ma su noi stessi ce lo dimentichiamo. Un laboratorio di Artiterapia lavora anche per facilitare la consapevolezza emozionale, quindi anche di quella di come si sta al mondo, di come, non solo si parla e si pensa, ma di come ci si esprime e di come il corpo si struttura, per esempio, nella postura e nel tono della voce.

Cosa possono raccontare quei suoni e quelle melodie e come possono essere integrate in un filmato?

(Daniele Salesi) Per rispondere a questa domanda voglio riagganciarmi alla percezione dello stimolo musicale. Noi possiamo ascoltare un brano musicale ponendo l’attenzione o sulla percezione globale della musica, o sui particolari e quindi in questo ultimo caso solo sulla melodia. La musica si distingue solitamente in armonia e melodia e l’equivalente di questi è lo sfondo e la figura, riprendendo quanto diceva prima Gianluca. Le modalità di porre attenzione ad elementi musicali, del ritmo e delle qualità sonore degli strumenti, e il diverso modo con cui le persone entrano in contatto con la musica, raccontano molto della loro personalità e se io sottopongo, come succederà nel laboratorio, diverse musiche che hanno delle caratteristiche armoniche e melodiche diverse (ci saranno infatti musiche molto rassicuranti con delle strutture armoniche semplici e altre più complesse e destrutturate) esse evocheranno emozioni diverse: più rassicuranti e con emozioni positive se il brano è più semplice, invece quelle destrutturate e complesse genereranno emozioni negative ed angoscianti. Si dovrà prendere tutto questa complessità nella tessitura della musica per metterla alla prova attraverso la capacità emotiva dei partecipanti al fine di dargli una forma concreta successivamente il giorno successivo attraverso le foto e la realizzazione di un cortometraggio. Gli elementi musicali in base al tipo di ascolto e al tipo di attenzione che si rivolge all’elemento musicale, sia esso l’armonia o la melodia, dice molto della persona, di quale melodia le piaccia, se ha un’attenzione verso lo sfondo o la figura, tanto per riprendere il concetto di prima.

(Gianluca Lisco) L’integrazione fra musica e immagini si vede nella determinazione della musica, nella scelta dello stile e del prodotto audiovisivo o cortometraggio che si realizzerà nel laboratorio. Tutto deve essere anche congruente ai sensi, io non posso mettere in una scena di pensiero o di tipo commovente una musica techno, tanto per dire: ciò non sarebbe possibile, o meglio, tutto è possibile, ma avrebbe un effetto comunicativo un po’ dissociato. Bisognerebbe capire se davvero i partecipanti vogliono raccontare questa sensazione, e allora ben venga. Il punto non è avere qualità artistiche per fare Artiterapie, certo un minimo di conoscenza dei linguaggi si deve averla, però noi non dobbiamo creare dei prodotti da esporre o fare dei concerti qualitativamente buoni, ma ci interessa invece un focus sul processo a cui siamo arrivati, senza fare critica d’arte (anche se l’arteterapeuta interviene con la sua soggettività). Se ci sono delle musiche che apparentemente ad un orecchio e occhio esterno, a proposito di tutte e due i sensi, suonano come estranee, fanno parte dell’esperienza artistica a volte discordante. L’importante è capire se ha congruenza col gruppo che fa laboratorio. La musica facilita il contatto con il personaggio e può accentuare delle particolarità emotive che vengono evocate nelle immagini, per esempio nei dialoghi come sottofondo. Daniele lavorerà sulla produzione di materiale sonoro che possa essere descrittivo della persona, mentre nella seconda giornata questo verrà utilizzato, frammentato, decomposto e ricostruito dalla persona stessa e da quello che il gruppo dice, perché la decisione su ciò che viene girato la faranno i partecipanti, noi saremo soltanto dei facilitatori del processo creativo.

Quanto la musicoterapia e la foto video terapia è praticata in Italia e dove?

(Daniele Salesi) Io credo che la musicoterapia rispetto alla video terapia sia molto più diffusa. Nelle mie esperienze lavorative mi è capitato di vedere più spesso dei laboratori di musicoterapia, di danzaterapia e di teatro terapia, che non di foto e videoterapia. In Italia ci sono diverse scuole di musicoterapia, soprattutto al centro nord e con Art.eD.O. si sta cercando di diffonderla in maniera più capillare in tutta Italia con i vari indirizzi di musicoterapia, foto e video terapia e delle altre artiterapie. Rispetto alla foto e video terapia, è più diffusa perché costituisce una disciplina di intervento nei contesti riabilitativi ed ha una storia più lunga. Questa maggior diffusione della musicoterapia è un limite, perché la foto e la video terapia sono strumenti assai diffusi, comuni, fruibili e presenti nella nostra vita quotidiana e che bisognerebbe appunto diffondere in vari contesti terapeutici.

(Gianluca Lisco) Ci sono grosse potenzialità oggi per l’utilizzo della foto e video in ambiti terapeutici dovuti alle nuove tecnologie, cioè alla possibilità per ognuno di noi, anche con un cellulare, di scattare immagini. Questo potenzierà l’accesso allo strumento, ma quello che si sta cercando di fare in Italia, ed è apprezzabile, è il lavoro di sistematizzazione e ricerca che il gruppo di Oliviero Rossi conduce di persona (per me lui è un riferimento come docente), e non ce ne sono tanti che studiano, scrivono libri e pubblicano su queste Artiterapie nel mondo scientifico. In America Judy White, che collabora con il team di Oliviero, ha portato in Italia molti workshop sull’argomento della foto e video terapia. Ma è tutto in costruzione, sebbene ci siano buone possibilità e potenzialità anche per la facilità di reperire oggi questi strumenti di massa, ovvero video e foto, mentre anni fa non era assolutamente così. La prospettiva sarà quella di laboratori integrati e multimediali di Artiterapie, lavorando insieme con i vari mezzi e linguaggi che si intrecciano, come pretesto per entrare in contatto con la soggettività dei partecipanti.

Come si colloca l’Italia in questi due campi rispetto agli altri paesi europei?

(Daniele Salesi) La musicoterapia è abbastanza diffusa in Italia, ma è nata prevalentemente in Germania, con applicazioni anche in Francia e in altri paesi. Ciò che un po’ manca in Italia è il riconoscimento della disciplina come strumento in grado di generare degli effetti positivi sulla salute della persona, e anche per fare prevenzione. Di solito si usa dire: facciamo un po’ di musica e stiamo tutti meglio. Questo è vero, ma  dietro la musicoterapia c’è la consapevolezza scientifica di certi strumenti, perché alla base vi sono studi e ricerche. Se l’utilizzo della musicoterapia è diffuso, non lo è altrettanto il dibattito scientifico e il confronto con le altre terapie tradizionali, come quelle farmacologiche o le psicoterapie, ma l’arteterapia in generale ha degli effetti positivi sulla salute della persona che possono produrre effetti preventivi e scongiurare l’uso di certi tipi di farmaci per interagire con comportamenti salutari per il paziente, come la gestione dell’ansia, della fatica e delle emozioni, che sono tutti aspetti trattati dai laboratori di questa disciplina e delle artiterapie in generale.

(Gianluca Lisco) L’anno scorso in Italia c’è stata una legge per normare le professioni non regolamentate e l’arteterapeuta è una di queste. Non serve per forza avere un albo, od un ordine, però è bene cominciare ad avere una regola di conformità e capire cosa fa e può fare questa professione. Se non si riconosce istituzionalmente un certo lavoro e lo si fa in maniera informale, si crea un peso nello sviluppo di questa professione e in tutto ciò che vi è collegato. Manca anche in Italia un’interazione forte con le altre psicoterapie, ma si sta creando. Le scuole Art.eD.O. si stanno battendo, cercando di lavorare in questo senso nel circuito delle scuole nazionali, tramite un processo di partecipazione e di confronto con la certificazione della professione di arteterapeuta. Spesso non si sa neanche chi egli sia e quale sia la sua funzione. In altri paesi invece è una figura riconosciuta, ma qui in Italia abbiamo lavorato in situazioni pubbliche, dipartimenti di salute mentale, soltanto sotto forma di attività tendenzialmente ricreativa. Se l’arteterapeuta e il suo lavoro fossero riconosciuti, cambierebbe non solo l’investimento economico, ma anche il valore e la ricerca di tale attività. Il nostro paese ha 20 anni di ritardo in tal senso. La stessa professione dello psicologo è stata regolamentata solo negli anni Ottanta (anche a seguito delle leggi emanate durante il regime fascista), mentre in altri paesi europei gli psicologi esistono legalmente da tantissimo tempo.

Dal punto di vista terapeutico quanto la musica, foto e video incidono come strumento di intervento nella relazione di aiuto (dalla scuola ai contesti clinici) in situazioni difficili?

(Gianluca Lisco) Incidere vuol dire anche modificare comportamenti, e se parliamo per esempio della scuola, questi progetti di artiterapie sono molto utili per favorire l’integrazione sociale e contrastare fenomeni di dispersione scolastica. Io stesso ho iniziato questo tipo di lavoro grazie alla supervisione del professor Oliviero Rossi che conduceva nell’istituto cinematografico professionale CineTivù di Roma un progetto chiamato ‘Teatro delle emozioni’, dove nelle ore curriculari, ossia quando i ragazzi stavano a scuola e non al pomeriggio come attività facoltativa, l’obiettivo era quello di realizzare un cortometraggio. Questa è una discriminante in termini di efficacia: se tu vuoi realizzare un intervento efficace di arteterapia, se possibile, devi farlo durante le ore di lezione. Questa disciplina incide nella modifica del comportamento, nel senso che, contattando le emozioni e lavorando sul gruppo classe, può contrastare fenomeni di bullismo. In ambito terapeutico il discorso è analogo: se parliamo di psichiatria, ovvero di persone con disturbi gravi, un’attività del genere può aiutare a favorire il senso di gruppo, di appartenenza, ed aiutare la persona a tirare fuori la sua creatività e a rinascere. Se parliamo invece di contesti terapeutici ‘normali’, cioè di persone che non praticano gli psichiatri e non sono in condizioni gravi, un lavoro del genere rientra anche nell’ambito della psicoterapia, cioè giungere a stare bene fino ad eliminare il problema ed è un processo lento, analogo a quello dell’arteterapia, i cui effetti incidono sul benessere, sulla qualità della vita e sulla socializzazione: la creatività, il produrre qualcosa di artistico con le proprie mani, fa sempre bene e realizza qualcosa di nuovo.

(Daniele Salesi) Sono d’accordo con tutto ciò; ma sottolineo come ci sarebbe più bisogno nelle classi, nei contesti organizzativi, nella nostra vita in genere, di dare più spazio alla creatività come modalità attraverso la quale esprimersi, dare forma alle proprie emozioni e al proprio immaginario, quale arte per cui essere nel mondo in maniera creativa, e riuscire a incidere nei diversi contesti facendo un intervento di educazione alla pluralità, al contatto con stili artistici fra loro diversi, ma al tempo stesso insegnando al contatto con la diversità.

(Gianluca Lisco) A mio avviso è anche importante la prevenzione. In Italia è significativa l’assenza di regolamentazione dello psicologo a scuola, che esiste come figura, ma non ha norme (pare anzi che il Governo volesse occuparsene), ma in realtà si lavora sul disagio, sul male già fatto, con un modello medico; mentre dovrebbe esserci un modello bio-psico-sociale, che lavori sulla prevenzione, scevro da qualsiasi patologia. La scuola in questo senso è un luogo eletto, come anche i centri aggregativi, quelli giovanili, ecc. dove praticare l’arteterapia per favorire la consapevolezza e le emozioni e aiutare a stare meglio. In tal modo si risparmierebbero anche tanti soldi in farmaci e terapie.

(Daniele Salesi) Pensiamo agli anziani, che incidono molto sui costi della sanità pubblica, se cominciassimo intorno ai sessanta- settant’anni a fare prevenzione contro depressione, problemi di ansia, che nascono dal fatto di vedere avvicinarsi la fine della propria parabola di vita, contro il quale si interviene con il farmaco (che annulla la percezione del problema), con una spesa relativa, ma in quest’altro modo si potrebbe avere un risparmio sulla sanità, si aiuterebbe la persona a gestire e ad affrontare (sia pure con tutta la complessità del caso) tali problemi quando insorgono e conviverci. 

Il laboratorio prevede l’affiancamento della figura del musicoterapista e dello psicologo o psicoterapeuta: in cosa consiste la loro partecipazione?

(Gianluca Lisco) Dato che si tratta di due specialisti, precisiamo che il musicoterapista (o terapeuta) è persona che nell’ambito del suo lavoro è specializzata in tecniche del sonoro e musicali; lo psicoterapeuta invece è specializzato in una disciplina indipendente anche dalla tecnica artistica. Per chi ha anche la specializzazione in arteterapia, l’intento è di programmare un intervento ragionato, che non sia solo di animazione, ma miri all’obiettivo di far emergere le emozioni unendo le diverse competenze. Tuttavia lo psicoterapeuta è la figura più esperta per la gestione delle emozioni, anche se esistono anche altre figure preparate all’approccio emotivo col paziente, pur non avendo questa stessa specializzazione. Si lavora in stretta integrazione, confrontandosi continuamente per raggiungere certi obiettivi.

(Daniele Salesi) È vero, ci sono dei terreni comuni ad entrambi, e alla psicologia, ma quello che diversifica il nostro lavoro è la modalità di intervento, o il modo in cui si parla di un’emozione, attraverso la musica o un video o una forma di arte.

Quali sono i reali effetti in termini terapeutici della Musicoterapia e della Foto e Video Terapia e delle Artiterapie in generale?

(Daniele Salesi) L’intervento del musicoterapeuta è volto a far provare ad una persona delle esperienze che non ha avuto durante la sua vita, che le sono mancate, e che sono importanti per lo sviluppo psicofisico di ognuno: ovvero la capacità di fidarsi degli altri (e quindi una capacità di apertura all’esterno) e poi di se stessi, provando emozioni ed esprimendole.

(Gianluca Lisco) Poiché attraverso l’arteterapia si mette alla prova il nostro modo di rapportarsi col mondo, e si cerca anche di creare qualcosa di condiviso attraverso un gruppo, gli effetti sono quelli di un maggiore benessere generale e le persone diventano protagoniste della loro creatività, del lavoro (anche grazie al conduttore e al gruppo stesso), favorendone il senso di responsabilità inteso come abilità nel rispondere alle esigenze del contesto; ed essendo le emozioni delle modalità di risposta al contatto con l’ambiente, attraverso un laboratorio di arteterapia si può facilitare il rapporto con le proprie emozioni, sia l’abilità a rispondere a quanto mi accade intorno, il che può aprire a dei cambiamenti comportamentali.

Quali economie riescono a muovere queste terapie e come vengono regolamentate dalla legge?

(Gianluca Lisco) Il mercato di riferimento di queste iniziative, oltre a quanto già detto prima, può essere un’istituzione pubblica o privata, legata alla sanità, ad esempio, come una ASL, o una scuola, oppure –cosa molto più interessante sotto alcuni aspetti– una parte di cittadini, di persone comuni, proprio attraverso le associazioni. In un momento in cui lo stato sociale attraversa una crisi profonda, dato che la professione non è ancora regolamentata, e le ASL non hanno disponibilità economica, si lavora attraverso associazioni o promuovendo, e promuovendosi, da privato professionista, presso strutture sociali del privato con persone che non rientrano in alcuni canoni specifici (tipo tossicodipendenti, persone disagiate, psicolabili, ecc.), ma fanno parte di un target più generale, volto a migliorare il proprio benessere senza arrivare alla patologia.

In Italia, a differenza di molti altri paesi d’Europa, la psicologia è guardata ancora con sospetto, e si va da tali specialisti solo in casi di reale necessità, di problemi. Non si deve guardare come una difficoltà o una sconfitta il frequentare tali studi, e la stessa cosa dovrebbe valere per l’arteterapia, anche se il termine ‘–terapia’ potrebbe suonare disturbante per qualcuno. Il pubblico che frequenta tali laboratori è poi anche quello degli studenti, specie quelli delle artiterapie (cioè fra persone del settore, ancora in formazione) e delle Accademie di belle arti, interessati a questa interazione fra discipline artistiche e ‘sanitarie’

(Daniele Salesi) Sotto il profilo dell’economia, vorrei ribadire l’importanza della prevenzione e la sua ricaduta sulla spesa farmaceutica, prima dell’intervento quando la patologia è ben chiara.

Qual è la diffusione di queste Artiterapie in Italia?

(Gianluca Lisco) Lo abbiamo già detto: negli ambienti clinici, nelle associazioni che operano nel terzo settore (che sono molto in crescita), nella scuola, nel settore della formazione di settore, meno nelle organizzazioni e per nulla nel territorio come laboratorio aperto e diffuso. Se la professione venisse riconosciuta sarebbe certo molto più facile anche la presenza capillare che auspichiamo.

La rivoluzione basagliana si scontra anche con la cronica mancanza di finanziamenti nel settore: nella carenza generale dei budget per la psichiatria figurarsi se ci può avanzare qualcosa per le artiterapie!

(Daniele Salesi) Io non ho altro da aggiungere a quanto già detto si qui da Gianluca.

 

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