martedì, Maggio 18

Arrivano le imprese sociali africane Addio alle Ong, si cambia

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Good African Coffee imprese sociali

Per almeno sessant’anni i Paesi della East Africa (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania e Uganda) sono stati i beneficiari della carità occidentale che si è espressa attraverso un percorso storico che dall’evoluzione passa all’involuzione. L’evoluzione si registra nel passaggio dalle opere missionarie alle Ong di sviluppo dal 1975 al 1995. L’involuzione si registra dal passaggio alle Ong di sviluppo a quelle di emergenza con l’arrivo delle mastodontiche agenzie umanitarie ONU, dal 1996 al 2010, anno che segna la crisi irreversibile delle classiche Ong occidentali.

In Rwanda, Tanzania e Uganda le Ong internazionali sono quasi sparite. I rispettivi governi, iniziando la fase di sviluppo socio-economico, hanno decretato indirettamente la loro morte. Con meno povertà e maggior sviluppo, le Ong non servono quasi più, sopratutto quelle specializzate nell’emergenza. Questo è il pensiero ormai comune di molti governi africani. Alcune Ong hanno spostato la loro sede regionale da Nairobi a Kampala ma queste sedi servono per gestire progetti lontani quali Sud Sudan, Repubblica Centroafricana e Somalia. Poche Ong hanno ancora dei progetti nel Paese.

Per quanto riguarda le Ong italiane in Uganda sono tramontati due imperi: quello laico rappresentato dal CESVI di Bergamo e quello del cattolicesimo radicale (Comunione e Liberazione) rappresentato dalla Fondazione AVSI di Milano. Le due Ong storiche in Uganda, che per dieci anni hanno contribuito all’assistenza dei sfollati durante la guerra civile al nord, ora languiscono nel declino di attivitá e sopratutto di fondi pur rimanendo importanti realtá.  I progetti sono ormai rivolti all’area povera e meno sviluppata del paese: il Karamoja.

Solo Ong storicamente orientate allo sviluppo come il CUAMM Medici con l’Africa (Ong sanitaria di Padova) riescono a mantenere ancora dignità e posizioni adeguate per essere ancora utili, non a se stesse, ma al Paese. Altre Ong italiane di piccola taglia sono riuscite ad essere maggiormente efficaci e utili anche se possiedono un quarto del budget normalmente amministrato da CESVI e AVSI. Una di esse è Insieme si può in Africa (IPSAFRICA) una Ong multi-settoriale di Belluno che negli ultimi anni si è distinta per l’impatto dei suoi progetti. Forse non è un caso che IPSAFRICA in Uganda è diretta da un ex imprenditore italiano…

Il tramonto delle Ong occidentali nell’Africa dell’est non significa la fine della assistenza e della necessità di un progresso sociale, idonee a controbilanciare il classico fenomeno capitalistico di aumento degli estremi (minoranza sempre più ricca e maggioranza sempre più povera) che si può riscontrare in Nigeria, Sud Africa o in Europa. Il vuoto lasciato dalla Ong occidentali è progressivamente riempito da una ventata di novità tutta africana: le imprese sociali fondate e gestite da giovani disoccupati africani.

Il concetto realizzato da queste imprese sociali è di creare profitto dallo stato sociale portando reale beneficio alla popolazione. Sono per la maggior parte concentrate in progetti di sicurezza alimentare, accesso alle elettricità, finanziamenti e creazione di micro imprese e franchising, educazione e sanità. Una regola ferrea è da rispettare per ottenere successo in questo emergente evoluzione dalle Organizzazioni Non Governative al privato: ogni progetto deve rendere economicamente ai beneficiari e creare profitto ai proprietari della imprese sociale, altrimenti si chiude ufficio. Dalla scandalosa situazione di una amministrazione di vari milioni di euro annui esclusivamente da spendere in progetti dall’impatto assai discutibile, si passa ad una amministrazione aziendale che non permette errori e sprechi.

Le imprese sociali africane in East Africa sono sorte grazie al contributo di Unreasonable East Africa (Il East Africa Irragionevole), un’associazione che aiuta i giovani imprenditori africani a creare imprese sociali. “Le 14 imprese sociali create nel East Africa si stanno evolvendo oltre le aspettative diventando indipendenti dal punto di vista finanziario e orientabili per comunità e imprenditori, coinvolgendo un milione di persone e arrivando a gestire un volume d’affari di 700 milioni di dollari”, spiega Joachin Ewechu direttore esecutivo e oc-fondatore di Unreasonable East Africa. Il nome della associazione deriva dai commenti ricevuti dai fondatori dieci anni fa e provenienti dagli esperti di cooperazione (occidentale). All’epoca essi bollarono l’iniziativa come utopistica e destinata al fallimento, quindi “un progetto irragionevole”.

La prima impresa sociale nell’Africa Orientale risale al 2003 quando in Uganda fu fondata l’associazione Good African Coffee (il Buon Caffè Africano). Iniziativa intrapresa da tre laureati ugandesi e un quarantenne, Andrew Rugasira, per poter sopravvivere, tutti con oltre 5 anni di disoccupazione alle spalle. Oggi la Good African Coffee dà lavoro a 14.000 contadini con un volume d’affari annuo di 1,3 milioni di dollari e 400.000 dollari di profitto. Le esportazioni si concentrano sopratutto sul mercato inglese. Soprattutto presente nel ovest, nel distretto di Kasese, la Good African Coffee vende semi selezionati di caffè qualità Arabica e divide i profitti dei raccolti tra contadini e azienda al 50%. I 14.000 contadini associati sono stati testimoni di un inaspettato progresso delle loro condizioni economiche e sociali, riuscendo a costruirsi casa, comprare una macchina usata, sostenere le rette universitarie dei propri figli. Un risultato mai registrato durante i progetti delle Ong occidentali “tradizionali” nonostante i milioni di euro gettati. Non dimentichiamoci che ogni euro che Stati Uniti, Europa, Banca Mondiale o Fondo Monetario Internazionale spendono nell’assistenza umanitaria in Africa va ad aumentare il debito estero del Paese africano beneficiario o vittima dell’intervento, secondo i punti di vista. Al contrario le imprese sociali africane non aumentano il debito estero ma occupazione e tenore di vita.

Recentemente l’Ambasciata d’Italia a Kampala ha varato una iniziativa che si indirizza verso il concetto delle imprese sociali. Sotto l’input e l’entusiasmo del Ambasciatore Stefano Antonio Dejak, si stanno creando le basi per una sinergia tra Ong italiane con aziende private sempre italiane per realizzare progetti sociali economicamente orientabili. Una iniziativa lodevole che ha trovato l’entusiasmo della comunità italiana in Uganda, anche se non mancano le voci critiche al suo interno. Le critiche o dubbi si concentrano sulla capacità da parte delle Ong a gestire progetti economici che devono produrre profitto a causa della loro storica abitudine di spendere il denaro e non di generarlo tramite attività economiche. A questo si potrebbe aggiungere l’aspetto mono etnico dell’iniziativa, che coinvolge attori esclusivamente italiani, trascurando quelli ugandesi. Questo orientamento potrebbe portare a delle sorprese sgradevoli essendo questa iniziativa costretta a confrontarsi con le aggressive e efficacissime imprese sociali gestite da ugandesi per gli ugandesi.

Tra i colossi delle aziende sociali ugandesi si registra la presenza di Telesat International, Green Bio Energy e Village Energy. Telesat International, fondata da Maalik Kayondo  e Irene Karayaga Ndagire, fornisce training e formazione ai disoccupati,  informazioni essenziali di mercato da quello agricolo a quello industriale o dei metalli, e crea micro progetti per aziende a gestione familiare o per cooperative. I dati del suo successo parlano da soli: 40.000 associati 400.000 dollari di profitto annuo. Green Bio Energy, fondata da Vincent Kiensler e David Gerard, fornisce consulenza e formazione nella creazione di micro imprese e commercializza una strana ma efficiente stufa, lampade solai e mattoni per combustibile fatti dalla biomassa a prezzi estremamente popolari, diminuendo in quantità significativa l’utilizzo del carbone di legna, con grande sollievo per boschi e foreste ugandesi. Con oltre 18.000 clienti la Green Bio Energy registra un profitto annuo di 150.000 dollari.

Village Energy, azienda sociale fondata da Abubaker Musuuza, assembla e distribuisce kit di immagazzinamento energetico solare che permette a contadini, proletariato e piccola borghesia di avere elettricità per le loro abitazioni ed attività produttive senza allacciarsi alla costosissima ed inaffidabile rete elettrica nazionale, privatizzata e totalmente inefficiente. Anche qui i dati parlano da soli: 4.000 clienti, 90.000 dollari di profitto annuo.

Simili iniziative sono sorte in Kenya, grazie alla Eco Fuels e Smartlife. Eco Fuels, fondata da Myles Lutheran e Cosmas Ochieng produce e vendere biofuel e fertilizzanti organici. I prodotti ambientalmente sostenibili contribuiscono alla diminuzione dell’effetto serra, rendono più fertile i campi e allontanano lo spettro della schiavitù economica dettata dall’acquisto di fertilizzati chimici di cui spesso i contadini sono vittime. Dieci mila litri di biofuel prodotti all’anno grazie ad un network di piccoli produttori provenienti dai contadini che comprano i fertilizzanti organici. Dotati del necessario kit tecnico i clienti diventano soci trasformando i residui naturali e spazzatura delle loro aziende in biofuel che rivendono alla Eco Fuels. 100 tonnellate di fertilizzanti naturali vendute all’anno. 50.000 dollari di profitto annuale. E questo è solo l’inizio promettono i due soci fondatori, anch’essi con un lungo passato di disoccupazione e disperazione sulle spalle.  La Smartlife, fondata da un anno da Jack O’Regan e Tyler Goodwin, vende agli slum di Nairobi sacchetti di acqua potabile, biodegradabili e prodotti sanitari. L’obiettivo è quello di migliorare le condizioni igieniche e diminuire le malattie derivanti da uso di acqua contaminata negli slum. Il suo primo anno di esistenza si chiude con 88.000 litri di acqua potabile venduti e 15.000 dollari di profitto. I fondatori stanno ora pesando di aprire punti di vendita nella capitale per raggiungere la clientela proletaria e piccolo borghese. I punti di vendita saranno gestiti da disoccupati degli slum e i profitti divisi a metà. Ottima soluzione per aumentare l’occupazione in questi “territori di nessuno” diminuendo criminalità e prostituzione.

Questi progetti rendono soldi altro che la carità delle Ong dei wasungu (bianchi –nda). Qui ti insegnano a camminare con le tue proprie gambe. Loro ci guadagnano e tu pure. Prima a guadagnarci erano solo le Ong. Almeno questa è la mia impressione” afferma Julius Mutebi socio di Telesat International. Se il progresso africano dovrà passare attraverso la fine del sistema umanitario delle Ong Internazionali defintivo da molti giornalisti anglosassoni la SPA della Sofferenza, o Lords of Poverty, ben venga il passaggio. Sono certo che gli esperti di cooperazione, anche connazionali, sapranno riciclarsi in altri settori, sicuramente più produttivi per loro e la comunità.

 

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