giovedì, Settembre 23

Armi da Brescia all’Arabia Saudita, obiettivo Yemen Le bombe ritrovate e fotografate a sud dello Yemen, usate nel corso del conflitto, sono fabbricate da uno stabilimento italiano

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L’Arabia Saudita, Paese tra i più grandi importatori di armi da guerra prodotte in Europa e negli Stati Uniti, ha scelto uno stabilimento italiano per la costruzione delle componenti necessarie a fabbricare bombe di tipoMK82’, e ‘MK84’. Componenti che, assemblate negli Emirati Arabi, sono state ritrovate e fotografate a sud dello Yemen, usate nel corso del conflitto tra la coalizione a guida saudita e il fronte rivoluzionario dei ribelli Houthi, scoppiato dopo la cacciata del Presidente Abded Rabbo Mansur Hadi costretto a rifugiarsi nella capitale saudita, Riyadh.

A rivelarlo è l’inchiesta del giornalista investigativo Malachy Browne, tradotta in cinque lingue, pubblicata, a giugno di quest’anno, su ‘Reported.ly’, dal titolo ‘Blood money: How your 401k profits from bombing Yemen’, che a seguire pubblichiamo nella traduzione di Marco Barberi, traduzione relativa a un testo che è elaborazione tecnica dell’originale inchiesta che di tale lavoro è stata condotta dal sito First Draft,  Browne è Direttore editoriale e corrispondente in Europa di ‘Reported.ly‘, nonché già membro della coalizione First Draft.

L’inchiesta, durata almeno due settimane, ha permesso di intercettare e ricostruire il viaggio del materiale da guerra intrapreso dallo stabilimento di Domusnovas   -comune a sud-ovest della Sardegna, nella regione del Sulcis-Iglesiente-, di proprietà della società bresciana Rwm Italia S.p.a., fino al porto di Genova. Qui i componenti sono stati imbarcati sulla ‘Jolly Cobalto’, traghetto porta container del Gruppo Messina -tra i più grandi al mondo-, partito da Genova il 12 maggio e arrivato a Dubai il 5 giugno. Secondo i dati resi disponibili dal sito opensource ‘Marinetraffic.com’, e da quanto si rileva da documenti top secret sottratti da un gruppo di hacker chiamati ‘Yemen Cyber Army’, il tragitto sarebbe proseguito, attraverso il Canale di Suez, verso il porto di Gedda, in Arabia Saudita.
Tutto il carico, infine, una volta trasferito a Dubai, sarebbe stato fatto transitare, via terra, fino al centro di produzione di armi di Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti. Le informazioni sul contenuto, fornite da un comunicato ufficiale del produttore (la Rwm Italia), parlano di 6 container da 12 metri con all’interno componenti per bombe, e non ordigni veri e propri.

L’inchiesta è riuscita a catalizzare l’attenzione su una società italiana di armamenti, la Rwm Italia S.p.a., appunto, succursale della Rheinmetall AG con sede in Germania, a sua volta proprietaria, fino al 2012, della fabbrica saudita di assemblaggio Burkan Munitions System.

Tutte aziende finanziate da fondi pensioni dello Stato di New York. Ma anche da altri fondi assicurativi e d’investimento riconducibili ad Allianz, Hartford, Black Rock, Dimensional Fund Advisors LP, e HSBCecco l’assetto azionario.

Reported.ly ha confermato, inoltre, che tra il 2012 ed il 2014, RWM Italia ha esportato bombe MK83 direttamente rintracciate in Yemen e fotografate da Ole Solvang, un ricercatore della ONG Human Rights Watch. I documenti parlano di un giro di affari da 62 milioni di euro sviluppatosi tra il 2013 e il 2014 per l’acquisto di 3.650 bombe vendute con licenze a destinazione non è specificata.

In questo modo l’Italia si conferma il terzo più grande fornitore di armi all’Arabia Saudita, preceduto solo da Francia e Gran Bretagna. Va registrato, dall’inizio di quest’anno, il ritiro dalle esportazioni di componentistica da guerra, prima della Germania, in seguito ad una inchiesta pubblicata da ‘Der Spiegel’, e poi della Svezia.

L’inchiesta di Reported.ly, come tutti i buoni lavori giornalistici”, ci dice l’analista politico, Alessandro Politi, Direttore della NATO Defense College Foundation e ricercatore del CeMiSS per l’America Latina, dirige il progetto Prospettive Globali, ed è docente di geopolitica, geoeconomia ed intelligence presso la SIOI e facilitatore del gruppo Global Shapers del WEF, “mette in evidenza tre aspetti. La produzione degli armamenti, soprattutto quelli di relativamente bassa tecnologia, continua a seguire logiche di decentramento produttivo, legate ai costi ed alla maggior libertà d’azione di alcuni attori. Secondo, le leggi sull’esportazione d’armamenti non esimono da un’attenta valutazione politica. E’ comprensibile sostenere lo sforzo bellico di un Paese ritenuto amico, ma è assai negativo farlo ad occhi semichiusi. Per cosa si combatte davvero in Yemen? Terzo”, conclude il Direttore della NATO Defense College Foundation, “la finanza etica deve avere il coraggio di essere etica sino in fondo, altrimenti viene meno alle sue promesse”.

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