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Armenia: no a Vilnius, sì a Gazprom field_506ffb1d3dbe2

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Dopo il ‘gran rifiuto’ del settembre scorso, l’Armenia si prepara ad affrontare il nuovo anno con un occhio a ovest e uno a Mosca. Se l’Unione Doganale tra Russia, Kazakistan e Bielorussia non convince molti, questa sembra l’organizzazione che il presidente armeno Serzh Sargsyan preferisce, rispetto alle promesse dell’Unione Europea. Queste promesse, infatti, sono accompagnate da richieste di restauro istituzionale e macroeconomico che Yerevan non è pronta a intraprendere. Riparare all’ombra dell’amichevole Russia pare essere l’opzione più semplice per il momento.

Molti puntano il dito a preoccupazioni campanilistiche da parte del presidente. Alcuni fanno notare al fatto che Sargsyan non abbia mai parlato di Unione Doganale in territorio armeno. Le sue due uniche uscite sul tema nel 2013 sono state pronunciate dall’estero e sempre con un tono costretto: «quando si è parte di un’alleanza militare è controproducente isolarsi e tenersi fuori dallo spazio economico corrispondente», ha dichiarato.

Una delle questioni importanti per l’Armenia rappresenta la fornitura di gas naturale. Dopo aver formalizzato l’abbandono del tavolo negoziale di Vilnius-2013, Gazprom ha approvato uno sconto sul prezzo dell’esportazione del gas verso Yerevan. Dopo l’apposizone della firma del presidente armeno sul documento che inizia formalmente il processo di adesione all’Unione Doganale, il 24 ottobre scorso, il presidente russo Vladimir Putin ha organizzato una visita ufficiale nel Paese a sud della catena del Caucaso. Proprio a Yerevan, Putin ha pubblicamente dichiarato che lo sconto sarebbe stato del 30 percento. Il prezzo pagato in precedenza dall’Armenia (270 dollari per migliaio di metri cubi) era già di molto inferiore rispetto ai prezzi pagati dall’area UE e dai vicini ‘scomodi’ come l’Ucraina.

Oltre allo sconto sul gas, che rappresenta già una manna dal cielo per le limitate risorse armene, la Russia ha anche cancellato il debito di 155 milioni di dollari contratto dal Paese caucasico. In cambio, Gazprom ha completato la propria penetrazione nell’industria del gas armeno. La compagnia a partecipazione statale russa controllava la maggior parte delle strutture di stoccaggio del gas naturale e l’80 percento della compagnia armena che gestisce la rete e la distribuzione dell’oro azzurro. Dopo questo accordo, Gazprom controllerà tutto lo stoccaggio e il 100 percento di ArmRosGazprom. All’inizio di dicembre, subito dopo l’accordo, Sargsyan ha dichiarato: «Questo è l’atto di un grande amico e partner».

In Armenia, tuttavia, questo avvicinamento così evidente verso la Russia ha destato delle proteste. In centinaia sono scesi in piazza a protestare proprio durante la visita di Putin il 2 dicembre. Con cartelli e slogan chiari (‘Putin go home’, ‘Stop Russia’), alcuni cittadini armeni avevano cavalcato l’onda delle proteste in Ucraina e cercavano di affermare la propria contrarietà alle politiche presidenziali. La polizia fermò il corteo prima che giungesse al palazzo dove Sargsyan stava stringendo la mano di Putin. Questa stretta di mano ha significato l’abbandono del percorso europeo per Yerevan, che ha sospeso il dialogo con l’UE che durava da più di tre anni, di comune accordo con Bruxelles. In Armenia, gli analisti non riescono a giustificare questo cambiamento di politica estera, se non con le pressioni del Cremlino.

Nel ragionamento della leadership armena, tuttavia, permangono alcune falle. In primo luogo, alcuni analisti hanno fatto notare come la sproporzionata differenza tra Russia e Armenia non possa fare di questa affiliazione una vera e propria partnership bilaterale. Al tempo stesso, tuttavia, bisognerebbe chiedersi quale sarebbe stata la differenza in termini di rapporti di potere qualora si fosse scelta la partnership con l’Europa, la cui popolazione è più di tre volte superiore a quella del territorio dell’Unione Doganale. I ministri armeni si difendono dalle accuse e ribattono che la Russia è il principale partner economico del Paese e la possibilità di entrare in una zona doganale comune non può che portare benefici ai settori economici armeni che sono in difficoltà.

Dal punto di vista militare, la Russia sta giocando sui due tavoli di Armenia e Azerbaigian sul conflitto per la regione montagnosa del Karabakh. Truppe militari russe sono di stanza in territorio armeno mentre Mosca vende carri armati e armi a Baku. Giocando sulla tensione tra i due Paesi caucasici, la Russia cerca di ottenere molti vantaggi. Dal punto di vista economico e sociale, la questione più rilevante è quella dei lavoratori migranti. Le rimesse dei lavoratori armeni in Russia (migranti e non), ammontano al 16 percento del prodotto interno lordo armeno. Solo 500 mila su circa due milioni e mezzo di armeni in Russia sono migranti temporanei e l’ipotesi di una deportazione di massa di questi individui è molto remota e non giustifica gli allarmi di Yerevan.

Secondo le statistiche, l’Armenia commercia di più con l’UE che con la Russia (29 contro 23 percento) e la maggior parte degli scambi tra Yerevan e Mosca è composta da prodotti agricoli armeni e gas russo. Nonostante il tentativo di controbilanciare il monopolio russo nel campo del gas naturale grazie alla costruzione di un gasdotto dall’Iran, gli scontri diplomatici tra Yerevan e Teheran impediscono l’arrivo di forniture sostanziali dal vicino meridionale. L’Iran, secondo l’ambasciatore a Yerevan Mohammad Reisi, «potrebbe inviare gas a prezzo scontato verso i Paesi con cui intrattiene rapporti di amicizia, come l’Armenia. Bisogna solo negoziarli, questi prezzi».

La versione ufficiale per l’occidente non combacia però con la versione domestica armena. Un reportage di ‘Radio Free Europe’ ha fatto emergere come i toni sulla partecipazione all’Unione Doganale non siano così entusiasti da parte dei pubblici ufficiali armeni. È sembrata una scelta obbligata che è piaciuta a pochi. Forse una mossa tutta personale del presidente per far dipendere il destino dell’Armenia dalla propria relazione con Putin. L’ex-presidente armeno Levon Ter-Petrosian ha accusato proprio l’occidente di non aver fatto abbastanza per tirare l’Armenia fuori dal solito ping-pong con Mosca e Baku. Secondo il vecchio politico, anche l’Armenia avrebbe bisogno di una Euromaidan, come in Ucraina. La scarsa partecipazione degli armeni alle proteste politiche, tuttavia non fa ben sperare. Forse è anche per questo che l’UE ha deciso di stanziare 41 milioni di euro per lo sviluppo della società civile in Armenia proprio il mese scorso.

 

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