sabato, Maggio 15

Armenia: le incognite di una nuova rivoluzione La contesa territoriale con l’Azerbaigian potrebbe favorire ripercussioni a largo raggio di svolta per ora solo interna

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Sta di fatto che la tensione sul campo, anziché attenuarsi, si è semmai accentuata, e ad oscurare ulteriormente l’orizzonte è giunto l’imprevedibile avvicinamento tra Russia e Turchia a spese dei già incrinati rapporti tra Ankara e l’Occidente. Col presumibile e comprensibile timore armeno di una modifica della posizione russa a tutto vantaggio di un altro Paese di modeste dimensioni ma reso importante e ambizioso dalla ricchezza petrolifera e comunque appoggiato da una potenza regionale come la Turchia, ora quasi allineata con la Russia nel Medio Oriente e forse destinata ad uscire dalla NATO.

Non si sa se e in quale misura Mosca possa avere intensificato la sua pressione su Erevan per indurre i dirigenti armeni ad accettare una soluzione per il Nagorno-Karabach e dintorni più favorevole di prima alla controparte. L’ipotesi suona però plausibile e sta comunque di fatto che la rivoluzione “di velluto”, o che altro, è esplosa (sia pure in un Paese democraticamente turbolento) proprio in occasione di una triplice concomitanza, verosimilmente tutt’altro che casuale.

Nello scorso marzo l’allora presidente armeno Serzh Sarkisian, poi costretto o spinto a dimettersi da capo del governo, aveva annunciato l’annullamento unilaterale di un accordo faticosamente raggiunto con la Turchia nel 2009 per una normalizzazione dei rapporti bilaterali, compresi lo stabilimento di quelli diplomatici e la piena riapertura del confine. I due protocolli in questione non sono mai stati ratificati dai rispettivi parlamenti e il governo di Erevan accusa Ankara di non rispettare né la lettera né lo spirito del loro contenuto.

Nello scorso febbraio il parlamento olandese aveva approvato quasi all’unanimità una risoluzione che riconosceva come genocidio il massacro degli armeni del 1905, allungando così la lista degli Stati, una ventina abbondante, ufficialmente pronunciatisi in tal senso. Il governo turco, a conferma della propria intransigenza al riguardo, ha prontamente reagito condannando duramente la decisione e dichiarandola priva di qualsiasi effetto legale.

Il 6 aprile, pochi giorni dopo un’ennesima e più grave vampata di ostilità nella regione contesa, il presidente azero Ilham Aliev ha annunciato a sua volta il completamento del riarmo nazionale coronato dall’acquisto (anche da Israele e Turchia oltre alla Russia, fornitrice di materiale bellico per circa 5 miliardi di dollari) di armi anche offensive tra le più moderne e sofisticate. Accusando inoltre il governo armeno di paralizzare i colloqui di pace allo scopo di mantenere immutato lo status quo.  

Tutto ciò campeggia immancabilmente sullo sfondo della sollevazione popolare culminata nell’avvicendamento al vertice del potere a Erevan benchè tra i rimproveri piovuti su Serzh Sarkisian (autoritarismo, corruzione a tutti i livelli, clientelismo, inettitudine in politica economica, ecc.) non figuri esplicitamente una colpevole debolezza riguardo alla questione nazionale più scottante, quella appunto del Karabach, e neppure un’eccessiva arrendevolezza in generale nei confronti della Russia. Non si può escludere, peraltro, che al Cremlino sia risultata scarsamente gradita la causa scatenante della crisi interna armena.

Il ritiro di Sarkisian, cioè, dalla carica presidenziale, ricoperta per dieci anni e affidata ad un suo omonimo benchè non parente ma comunque suo fedele seguace, dopo averla svuotata di potere effettivo mediante modifica della Costituzione, per assumere poi quella opportunamente rafforzata di premier. Il tutto a parziale imitazione del giochetto inscenato a suo tempo a Mosca da Vladimir Putin scambiando le stesse cariche con Dmitrij Medvedev e che era piaciuto assai poco ai russi anche non ostili al regime.

Non stupisce, comunque, che il Cremlino non abbia nascosto la sua inquietudine per quanto accaduto a Erevan anche al di là della sua dichiarata avversione per le sollevazioni popolari in generale. Nel pieno della crisi ha ricevuto la visita di un vice premier e del ministro degli Esteri armeni uscenti che non si sa in quale misura avranno rassicurato Putin e compagni (ammesso che non abbiano fatto invece il contrario) circa la natura e le possibili conseguenze della svolta.

Di tranquillizzare il Cremlino, almeno entro certi limiti, ha cercato il maggiore protagonista della vicenda, Nikol Pashinian, sostenendo che la rivoluzione “di velluto” non riguarda in alcun modo i rapporti con la  Russia e non mira ad alcun “ribaltone geopolitico” ma precisando altresì che l’amicizia e la fratellanza con essa non escludono l’esistenza di “problemi”. Alla domanda se sia filoccidentale o filorusso ha risposto proclamandosi solo filoarmeno.

Putin, dal canto suo, non poteva non tenere conto che la svolta a Erevan sia avvenuta in modo sostanzialmente pacifico benché si possa parlare di resa dei governanti ad una forte pressione di piazza. Ad ogni buon conto, il “nuovo zar” ha assicurato la non ingerenza negli affari interni del piccolo vicino ma anche raccomandato che essi vengano gestiti all’insegna della legalità e che venga rispettato l’esito delle elezioni parlamentari dello scorso anno, vittoriose per il partito repubblicano (HHK) di Sarkisian.

E qui le cose almeno un po’ si complicano, perché la resa dell’HHK, abbandonato dal suo alleato minore, è giunta al punto di rinunciare a presentare un proprio candidato all’elezione del nuovo premier da parte del parlamento, in programma per domani. Per cui l’investitura di Pashinian, appoggiato da tutta l’opposizione compatta, dovrebbe essere, salvo sorprese, scontata.

Il futuro rimarrà comunque incerto anche se le sorprese, per il momento, non ci saranno. Mentre la Russia conserva nel Paese la sua vecchia base militare forte di 3 mila uomini, alla svolta politica plaude la Commissione della UE e il parlamento europeo si appresta a dare via libera ad un accordo di partnership con l’Armenia non molto diverso da quelli stipulati con Ucraina e Georgia.

Il Dipartimento di Stato americano, intanto, fa sapere che segue con attenzione gli sviluppi della situazione augurandosi che la volontà del popolo armeno sia rispettata. E lasciando quindi intendere che la terra dell’Arca potrebbe diventare causa e teatro di un nuovo scontro tra Russia e Occidente, al quale è legata sul piano umano da una diaspora antica e meno antica di notevole peso culturale ed economico. Un rischio, certo, la cui entità dipenderà soprattutto dalle mosse riguardanti il Nagorno-Karabach.

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