giovedì, Luglio 29

Armenia: le incognite di una nuova rivoluzione La contesa territoriale con l’Azerbaigian potrebbe favorire ripercussioni a largo raggio di svolta per ora solo interna

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Colorata o di velluto? Anche la piccola Armenia, tra le tante parti e particelle dell’ex Unione Sovietica e del defunto “campo socialista” che la attorniava, per lo più non proprio volontariamente, ha finito col fare la sua rivoluzione, della quale resta da chiarire il colore o la stoffa. Dopo avere però constatato, in ogni caso, che si tratta di un evento inedito malgrado tutti i precedenti più o meno analoghi.

A chiamare la rivoluzione armena “di velluto” è stato il suo promotore e condottiero, Nikol Pashinian, per distinguerla appunto da quelle “colorate” del passato più recente: la “rosa” della Georgia (2003) e le due “arancioni” dell’Ucraina (2004 e 2014). E per assimilarla, invece, a quella “di velluto” per antonomasia inscenata dalla Cecoslovacchia ancora unita quasi trent’anni or sono, sbarazzandosi senza colpo ferire di un regime che lo stesso partito comunista al potere aveva cercato invano di liberalizzare, sempre per via pacifica, esattamente mezzo secolo fa.

In realtà, lo stesso avvenne allora in tutti i Paesi “satelliti” dell’URSS con la sola eccezione della Romania, dove il regime di Nicolae Ceausescu, uno dei più tirannici benchè anche dei più insofferenti della soggezione a Mosca, dovette essere abbattuto facendo scorrere parecchio sangue. Altrove, invece, si potè meglio approfittare del segnale di via libera dato più o meno implicitamente da Michail Gorbaciov, impegnato a riformare (senza successo, sfortunatamente) la stessa URSS e a venire a patti con l’Occidente.

In altri termini, l’intera regione cambiò volto non a dispetto della potenza egemone ma semmai seguendone l’esempio sia pure in modo più radicale. Oggi, per contro, il principale connotato delle rivoluzioni colorate, effettivamente avvenute ovvero temute o potenziali, è proprio il loro carattere antirusso. Il loro obiettivo, cioè, è quello di svincolarsi dall’orbita russa, o di non ricadervi, instaurando piuttosto legami privilegiati con l’Occidente.

Ma proprio qui subentra la peculiarità del caso armeno. Anche la terra dell’Arca di Noè e del meno antico quanto tristemente famoso genocidio aveva dato il suo contributo indiretto al collasso dell’URSS ricorrendo alle armi per strappare al vicino Azerbaigian, membro come l’Armenia della federazione sovietica, la provincia del NagornoKarabach abitata in maggioranza da connazionali. Il governo centrale di Mosca non potè o non volle impedirglielo, mostrando semmai di simpatizzare per l’aggressore.

Cristiana come la Russia, l’Armenia vedeva in essa la liberatrice dalle dominazioni persiana e ottomana e la propria protettrice da un grande nemico storico come la Turchia, musulmana o laica, specie dopo il genocidio subito per sua mano nel 1915 (e del quale proprio nel pieno della recente rivoluzione è ricorso l’anniversario). Nonostante i molteplici legami con l’Occidente e la multiforme attrazione per esso, anche i vari governi della repubblica assurta alla piena indipendenza sono perciò rimasti fedeli a Mosca.

E fedeli anzi, finora, più di quelli di qualsiasi altra repubblica ex sovietica. Non solo, infatti, a Erevan non si è mai neppure accennato a disertare la pur evanescente Comunità degli Stati indipendenti che ha rimpiazzato l’URSS e quella sorta di anti-NATO rappresentata dall’Organizzazione del Trattato per la sicurezza collettiva (CSTO). Si è altresì aderito all’Unione economica eurasiatica, smilzo contraltare della UE capeggiato dalla Russia, e in generale ci si è sempre astenuti da prese di distanza da Mosca paragonabili, ad esempio, a quelle non infrequenti della Bielorussia.   

Il tutto, certo, spiegabile anche con robusti interessi economici oltre che politico-militari. Ancora povera malgrado progressi non irrilevanti (la disoccupazione permane al 18%), l’Armenia dipende largamente dalla Russia per gli investimenti, gli scambi commerciali e soprattutto le rimesse degli emigrati, per cui ha risentito non poco della recente crisi economica del grande vicino ed alleato.

Sul confine con l’altro maggiore vicino il Paese subisce invece da molti anni le pesanti restrizioni commerciali imposte dalla Turchia, amica e protettrice del consanguineo Azerbaigian, per punire Erevan per la perdurante occupazione del Nagorno-Karabach e di alcune zone circostanti, sempre contestata dal governo di Baku, mai suggellata da un trattato di pace e priva perciò di riconoscimenti internazionali.

Uno stato di cose, questo, il cui sostanziale congelamento nel suo complesso non ha impedito l’incessante ripetersi, per un quarto di secolo, di scontri ed incidenti presso la precaria linea divisoria tra i due belligeranti rimasti praticamente tali, col contorno di regolari denunce e accuse reciproche. Si è protratta di conseguenza anche l‘esposizione sia dei rapporti esterni sia della politica interna dell’Armenia alle ripercussioni di sviluppi destabilizzanti nel loro contesto internazionale, che non sono in effetti mancati.

Sono migliorate innanzitutto le relazioni tra Russia e Azerbaigian, in precedenza non buone per vari motivi, compresa naturalmente la maggiore consonanza tra Mosca e Erevan. Il miglioramento è stato comunque propiziato anche dalle cospicue forniture di armi russe al governo di Baku, necessarie tra l’altro per rimediare alla debolezza militare che aveva provocato la sconfitta azera negli anni ’90.

La cosa, ovviamente, non è piaciuta a Erevan, mentre gli sforzi diplomatici compiuti dal Cremlino per compensare il fatto nuovo promuovendo una soluzione pacifica della disputa territoriale, inevitabilmente in via di compromesso, non hanno dato frutti apprezzabili. Secondo alcuni osservatori gli sforzi non devono essere stati eccessivi, alla luce di una sospettata convenienza russa a mantenere viva la disputa e quindi più legati a sè entrambi i contendenti. Convenienza, per la verità, alquanto discutibile.

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