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Armenia a 25 anni dal terremoto di Spitak field_506ffb1d3dbe2

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Era il 7 dicembre 1988, venticinque anni fa. Alle 11.41 di quel mercoledì mattina, la piccola cittadina di Spitak nel nord dell’Armenia, fu colpita da un’improvvisa scossa di terremoto di magnitudo 6.9 sulla scala Richter, seguita a breve da un aftershock altrettanto intenso. Furono oltre 25mila le vittime e più di 500mila i senzatetto nell’area colpita dal sisma, e ancora oggi più di 4mila famiglie stanno vivendo in condizioni estreme, all’interno di containers, sopportando il rigido inverno armeno. Intense e sentite le commemorazioni dell’episodio in corso in questi giorni sia in Armenia, ma anche in Georgia, Ucraina, Turchia e nei territori dello spazio ex sovietico in cui piccole e meno piccole comunità armene risiedono.

Un terremoto, quello di Spitak, che ebbe delle conseguenze non solo in riferimento all’emergenza umanitaria di grandi proporzioni che causò, ma porto delle conseguenze che si rivelarono storiche anche sul piano politico. Il sisma di Spitak, che aveva messo in ginocchio l’allora piccola Repubblica Sovietica dell’Armenia, contribuì a quella generale sensazione di indebolimento dell’intero impianto politico e governativo sovietico, impianto che di li a poco meno di un anno sarebbe sublimato nel simbolico crollo del muro di Berlino.

Il disastro che colpì Spitak e i 58 villaggi limitrofi, fu amplificato dall’orario mattutino. Le scuole, vecchi edifici di fattura sovietica, erano tutte piene. E proprio le scuole, così come il centro abitato sorto sull’apparato industriale locale, non ressero all’impatto. Le crepe di un sistema che stava per implodere, erano tutte visibili fra le macerie di Spitak, Leninakan, Stepanavan, Kirovakan e degli altri paesi colpiti. Già dalle prime ore che seguirono l’evento, fu un susseguirsi di critiche, dubbi e accuse rivolte nei confronti delle autorità sovietiche, pressoché incapaci di reagire.

L’allora presidente Michail Gorbachev dichiarò la giornata del 7 dicembre come giornata di lutto nazionale. L’ex Unione Sovietica sprofondò fra le macerie del terremoto, rivelando tutte le falle organizzative di un impianto centralizzato ormai al collasso. Sono state molte le analisi che si sono susseguite negli anni successivi al terremoto, e ne è emersa una sostanziale incapacità di base di Mosca nella gestione dell’emergenza, fin dalle prime ore.

Intanto, è stato riscontrato un ritardo nella comunicazione delle coordinate geografiche per il convoglio delle operazioni di primo soccorso. Prontezza, immediatezza, capacità, furono tutti e tre elementi che mancarono all’appello in quelle prime tragiche ore. Dodici mila famiglie rimasero disperse, e anche le operazioni di recupero e di ricostruzione furono lente e incomplete. Basti pensare che ancora oggi, a 25 anni di distanza, molte famiglie di Spitak e della zona stanno ancora subendo gli effetti di quel terremoto.

Il disastro di Spitak portò un livello di apertura eccezionale da parte delle autorità sovietiche verso il mondo occidentale. La necessità stringente di doversi interfacciare con la devastazione causata dal sisma, un’intera regione industriale nel nord di una delle repubbliche sovietiche completamente rasa al suolo, il peso della ricerca e del soccorso dei migliaia di dispersi, resero necessario un appello delle autorità di Mosca. Sostegno sanitario, equipe preparate per le trasfusioni di sangue, macchinari per la gestione delle emergenze sanitarie da campo, e molto altro, vennero richiesti alla comunità internazionale dall’altro lato della cortina di ferro.

Gli Stati Uniti, per primi, inviarono aiuto sanitario i cani addestrati dai reparti di polizia alla ricerca delle vittime sotto le macerie. Anche la Francia, la Gran Bretagna e altri paesi europei contribuirono prontamente alle operazioni di soccorso umanitario. Addirittura l’India, secondo fonti dell’epoca, inviò escavatori, macchine movimento terra, oltre che abbigliamenti e tessuti, all’Armenia in ginocchio.

Oggi tutto questo sembra assolutamente naturale e comprensibile, così non era 25 anni fa, al tramonto della guerra fredda. Nell’estate dello stesso anno, il 2 giugno 1988, si era svolto a Mosca l’ultimo dei quattro incontri fra l’allora presidente degli Stati Uniti d’America, Ronald Reagan, e Gorbachev. La politica estera rivoluzionaria messa in atto da Gorbachev, aveva avviato quella che da molti fu definita la “vera distensione” fra Usa e Urss, ben diversa dalla politica di distensione avviata negli anni settanta dai predecessori Richard Nixon e Leonid Breznev. Gorbachev, leader fresco, giovane, che guida l’Unione Sovietica guardando al futuro e non rimanendo bloccato su un passato caratterizzato più da limiti che da promesse, trovò in Reagan un interlocutore attento, pragmatico, capace di vedere oltre i cavilli dei trattati sul disarmo.

Il leader sovietico, ponendosi in contrasto con la vecchia gerarchia politica del Cremlino, si fa portatore di quell’idea di “socialismo reale” indissolubilmente legata al pensiero leninista, condannando gli scempi perpetrati da Stalin e combattendo con l’arma delle riforme l’empasse generato dalla presidenza di Breznev. L’Unione Sovietica stava cambiando, il mondo stava cambiando. Di li a poco l’assetto geopolitico internazionale sarebbe stato diametralmente scomposto. Il resto, è storia.

L’Armenia che ricorda in questi giorni il venticinquesimo anniversario della tragedia, è indipendente da Mosca dal 1992. Ciò nonostante, è una delle ex repubbliche sovietiche più soggette alla sfera di influenza di quella che era stata la sua madrepatria dal 1920. Mosca sostiene militarmente e politicamente Yerevan nel conflitto che vede coinvolta la minoranza armena nel Nagorno Karabakh, enclave all’interno del territorio del vicino Azerbaijan. Il conflitto, impropriamente definito “congelato” fra i due paesi limitrofi, ha assunto tutte le connotazioni di un conflitto interstatale, nel quale il ruolo della Russia ha un peso notevole. Al sostegno russo nei confronti degli armeni, si contrappone il sostegno della Turchia agli azeri, da cui la conseguente polarizzazione della politica estera armena fra i giochi di potere nell’area caucasica.

Oggi, Spitak, è una cittadina tranquilla che conta circa 20mila abitanti. Vive più di turismo che di industria, e gode della vicinanza alla capitale Yerevan. L’Armenia è un paese che si trova al centro del nuovo baricentro geostrategico mondiale, che confina con l’Iran, con la Turchia (macchiata del crimine di genocidio nei confronti degli armeni), con la Georgia e con l’Azerbaijan, naturalmente. Armenia al crocevia dei corridoi energetici fra Europa e Asia, un paese il cui destino è sospeso fra Oriente e Occidente.

 

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