sabato, Ottobre 23

Armamenti pericolosi per Delhi field_506ffb1d3dbe2

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In Italia è stata accolta come l’ennesima ritorsione indiana legata al caso dei due fucilieri di Marina, arrestati con l’accusa di omicidio per la morte di due pescatori indiani. Ma almeno in questa occasione il giudizio potrebbe essere affrettato e sbagliato. La cancellazione definitiva della fornitura di nove elicotteri anti-sommergibili AW 101, fabbricati dalla ditta Augusta Westland del Gruppo Finmeccanica, è probabilmente legata a tutt’altra circostanza.

 Assieme al forfait sulle commesse da effettuare, l’India ha infatti bloccato i pagamenti anche per i tre elicotteri già consegnati, accusando il gruppo industriale para-statale italiano di corruzione per la vittoria della gara di fornitura. Il manager di AW-Fineccanica Giuseppe Orsi, poi arrestato, avrebbe pagato una tangente da 60 milioni di dollari ad uno o più alti ufficiali delle Forze Aeree di New Delhi. In particolar modo ad essere corrotto sarebbe stato non solo l’Ufficio Tecnico dell’Aviazione, incaricato della valutazione degli apparecchi in gara, ma addirittura l’ex Comandante in Capo delle Forze Aeree, T.P. Tyagy. Nel suo complesso, la commessa annullata ammonta a ben 770 milioni di dollari. Un vero e proprio salasso per il gruppo italiano, già sfiduciato dagli investitori per gli scandali clientelari all’interno dell’azienda sul suolo italiano.

Il fatto che il caso Girone-La Torre non sia legato alla vicenda, non significa però che per l’India la questione non sia un problema ben più profondo, anzi. La mala-gestione riguarda in questo caso l’intero impianto delle commesse militari estere del gigante asiatico. Un problema ben evidente anche agli osservatori esteri fin dalla fine degli anni ’80, quando i vertici governativi più elevati di Delhi finirono nell’occhio del ciclone per le tangenti pagate all’esecutivo di Rajiv Gandhi dalla azienda Bofors.

Nel 1987-89, la celebre ditta di armamenti svedese avrebbe infatti pagato fior di milioni di tangenti per agevolare la milionaria commessa dei suoi pezzi di artiglieria, che equipaggiano in gran numero ancora oggi l’esercito di Delhi. Il condizionale è però d’obbligo, perché i tempi biblici della giustizia indiana non hanno mai portato allo stabilimento di una verità definitiva. L’inchiesta sull’esecutivo di Rajiv Gandhi è stata infatti archiviata dalla magistratura di Delhi nel 2006, ma i tribunali indiani non hanno mai fatto cadere l’ordine di cattura internazionale nei confronti dell’ex manager italiano della Snam Progetti, Ottavio Quattrocchi, accusato di essere l’intermediario del giro di tangenti tra l’industria svedese e la famiglia Gandhi.

La morte di Quattrocchi, avvenuta nel luglio 2013 a Milano per cause naturali, ha definitivamente posto il sigillo del mistero sulla vicenda, ma le circostanze dello svolgimento dell’inchiesta la dicono lunga sulle ambiguità del sistema giudiziario indiano nel trattare simili casi di rilevanza internazionale. Tutt’altro che inficiate dallo scandalo turbinato loro attorno, le artiglierie della Bofors hanno nel frattempo svolto egregiamente il loro “lavoro sporco”.  Nell’estate del 1999 la loro facilità di dislocamento e trasporto ne ha fatto una delle armi vincenti contro le truppe pakistane nel Kashmir durante la “Guerra di Kargil”, in particolar modo sui ripidi pendii del conteso ghiacciaio Siachen. Un conflitto breve ma che ha fatto rabbrividire il mondo intero, essendo il primo mai verificatosi tra due potenze nucleari dichiarate.

Le conseguenze dell’Affaire Bofors sono però andate ben al di là di quelle prettamente militari. Dopo la conclusione giudiziaria della vicenda, l’India ha varato norme severissime contro i casi di malversazioni legate alle forniture di armamenti, che prevedono l’inserimento in una “blacklist” delle aziende del settore accusate di poca trasparenza ed il loro bando dalla successiva gara di acquisto. Nel 2009, le prime vittime: sette aziende internazionali, tra le quali le note Singapore Technologies e la para-statale Israel Military Industries –IMI,  la Finmeccanica israeliana-, furono bandite dalle gare di acquisto per accuse di corruzione. Il colpo più grosso è però arrivato nel 2012, quando la stessa IMI, la russa Corporation Defense nientemeno che il colosso tedesco Rheinmetal sono state bandite dalle commesse militari indiane per i successivi dieci anni (!).

Si direbbe una svolta anche culturale, in un Paese abituato a scandali e corruzione come l’India, ma è proprio tanto zelo a sollevare i sospetti che lo stesso pugno di ferro non sia propriamente trasparente. Ed ancor meno, privo di secondi fini. Prima di tutto la severità delle pene: nessuna azienda privata nazionale è mai stata bandita da gare di appalto pubbliche all’interno dell’India in seguito a denunce di corruzione.

Ma è soprattutto la risposta delle aziende interessate a pesare sulla genuinità delle norme ora in vigore. I produttori esteri di tecnologie militari, come decine di altre multinazionali presenti in India, rispondono alle accuse affermando che il governo di Delhi ha deciso di agire solo dal punto di vista punitivo e non di quello preventivo. Il principale incentivo alle tangenti è infatti la pletorica e inconcludente burocrazia che regola i contratti con le pubbliche amministrazioni. Pagare tangenti  per molti investitori è divenuto l’unico mezzo per evitare costi ancora maggiori sotto forma di balzelli incomprensibili, per quanto legali. Non da ultimo, l’irrigidimento del blacklisting indiano giunge in una sospetta coincidenza con il tentativo di Delhi di forgiare una potente industria della Difesa nazionale, proposito apertamente propugnato dall’energico Ministro della Difesa, A.K. Antony. La crociata contro la corruzione negli armamenti nasconde dunque solo una volata protezionistica?

Probabilmente no, ma anche se così fosse i risultati sarebbero tutt’altro che brillanti. Nel marzo 2012, dopo il blacklisting della Rheinmetal e dell’IMI, il Capo di Stato maggiore dell’Esercito avrebbe scritto una lettera aperta al Premier Singh esortandolo ad una condotta più morbida, alla luce del fatto che l’eliminazione di potenziali fornitori esteri stava lasciando l’esercito a corto di armi moderne e perfino di munizioni funzionanti. Gli stessi cannoni della Bofors incriminati sarebbero ancora in servizio di prima linea, impossibilitati ad ogni sostituzione a causa del ritiro dei potenziali venditori dalle gare. Quanto all’ultimo capitolo di questa saga, il contratto Finmeccanica, la rinuncia dell’India agli elicotteri italiani lascia la marina di Delhi con i soli vecchi Mil-Mig 17 di fabbricazione sovietica a fungere da arma anti-som, consegnati ormai nel lontano 1975.

Le lamentele dei militari sembrano però aver sorbito il primo timido effetto. Nel 2013, il Naresh Chandra Committee for Defence, istituito dal governo per dirimere la cause legali sui tali casi di corruzione, ha ufficialmente raccomandato la sospensione del blacklisting come pratica di rappresaglia, sostituendo il medesimo con pene più severe per i funzionari corrotti e multe per le compagnie corruttrici.

Pressata da una Cina sempre più potente nell’Oceano indiano ed Asia Centrale, dal fondamentalismo islamico e dall’annosa sfida con il Pakistan, New Delhi non può infatti permettersi di autoescludersi dalla corsa internazionale agli armamenti. Nonostante gli scandali ruotanti attorno al settore, il paese è divenuto già nel 2011 il primo importatore mondiale di armamenti.

 

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