mercoledì, Ottobre 20

Aria di guerra fredda Mosse e contromosse in Transcaucasia e nei Caribi ripropongono schemi di un’epoca che sembrava sepolta

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Mai cantare vittoria troppo presto. Non è una grande scoperta dell’ultima ora, ma un monito di vecchia data che spesso si tende a dimenticare. Sembra che sia accaduto anche in occasione della crisi ucraina, in corso ormai da mesi e via via inaspritasi suscitando inevitabili allarmi un po’ dovunque. Con i quali e nonostante i quali, però, si sono incrociate voci anche autorevoli, e comunque largamente maggioritarie, rassicuranti almeno su un punto: nessun pericolo di una terza guerra mondiale e neppure di una riedizione della guerra fredda tra Est e Ovest che infuriò in gran parte del pianeta per quasi mezzo secolo e finì (con generale sollievo ma non senza qualche rimpianto) poco più di vent’anni fa.

Dati i numerosi mutamenti di scena avvenuti nel frattempo, una riedizione pura e semplice non sarebbe in effetti neanche possibile. Qualcosa di parecchio somigliante invece lo sarebbe, e infatti si sta profilando all’orizzonte, se certe apparenze non si riveleranno ingannevoli come i più ovviamente si augurano, dal momento che guerra fredda significa rischio e pericolo di guerra calda.

Al centro dell’attenzione generale resta naturalmente la crisi ucraina, certo ancora lontanissima da una conclusione e semmai apertissima a qualsiasi sbocco, compresi almeno in teoria anche i più temuti. Lo dicono se non altro i comportamenti delle parti in causa, tuttora imperscrutabili o indecifrabili, irresoluti o imbarazzati. Non però sotto tutti gli aspetti, perché si registra altresì da entrambe le parti una ricerca di diversivi che potrebbe essere strumentale rispetto alla crisi in atto ma anche segnalare un ampliamento del confronto tra i protagonisti maggiori e quindi un oggettivo aggravamento di quello che in fondo, e non solo potenzialmente, è già piuttosto uno scontro.

La crisi ucraina si è acutizzata, come si sa, a causa della dura reazione russa alla “rivoluzione di Maidan” con conseguente prospettiva o timore di caduta del Paese nelle braccia dell’Occidente e in particolare dell’Alleanza atlantica. Da molte parti l’atto di forza con cui Mosca si è appropriata o, se si vuole, riappropriata della Crimea è stato visto come un bis di quello compiuto nel 2008 ai danni della Georgia, punita per le propensioni atlantiche dei suoi governanti con lo strappo di una fetta di territorio, l’Ossezia meridionale, abitata peraltro da una minoranza etnica trattata non proprio con i guanti dal governo di Tbilisi e imparentata con l’Ossezia del nord appartenente alla Russia.

Il precedente era quindi alquanto più complesso di come spesso lo si dipinge, tanto più che le ostilità erano state avventatamente aperte, in quell’occasione, da parte georgiana. La fin troppo facile sconfitta era poi stata pagata dall’allora presidente, Mikheil Saakashvili, nemico acerrimo di Vladimir Putin, con la bocciatura elettorale e l’avvento al potere di uomini meglio disposti verso la Russia benchè in prevalenza filo-occidentali.

Lo sforzo per migliorare i rapporti con Mosca è stato comunque seriamente compromesso, se non del tutto vanificato, proprio dalla crisi ucraina, i cui sviluppi hanno fatto incombere su Tbilisi lo spauracchio di un’invasione russa, che sarebbe stavolta letale in quanto finalizzata al disegno, da molti attribuito al Cremlino, di resuscitare l’impero già zarista reintegrando lo spazio ex sovietico.  

Sia pure con qualche dissonanza interna, i dirigenti georgiani sono perciò tornati alla carica  per stringere i legami con la NATO, con la quale già esistono del resto alcune forme di collaborazione militare. E questa volta sembra che trovino l’ascolto perduto dopo la piccola guerra del 2008 e in realtà neanche più cercato fino a ieri, forti di un sostegno apparentemente solido da parte dell’opinione pubblica. I più recenti sondaggi danno infatti una maggioranza del 72% a favore dell’adesione all’Alleanza atlantica oltre al più scontato 77% di preferenze per l’associazione all’Unione europea, contro solo il 6% per la partecipazione all’Unione eurasiatica promossa dalla Russia.

In altri termini, la Georgia presenta un volto ben diverso da quello dell’Ucraina, benchè neppure a Tbilisi e dintorni manchino attive attrazioni verso Mosca e nostalgie per l’era legata al nome del georgiano Stalin. Ciò facilita evidentemente il lancio un’altra sfida ravvicinata alla Russia che, curiosamente, vede per ora gli Stati Uniti più cauti degli alleati europei, o almeno di quelli più importanti, contrariamente a quanto avviene riguardo all’Ucraina.

La differenza si spiega probabilmente con il fatto non certo trascurabile che in caso di attacco russo gli USA sarebbero automaticamente chiamati a difendere un nuovo alleato in misura più impegnativa dei vecchi alleati. Non per nulla Barack Obama aveva precisato in marzo che l’Ucraina non era coperta da alcuna garanzia atlantica e che la sua ammissione nell’alleanza non era prevista. Ma aveva anche aggiunto che lo stesso valeva per la Georgia.

Resta ora da vedere se l’aggravamento della crisi ucraina non indurrà Washington a cambiare idea, magari sotto la spinta pre-elettorale di un’opposizione interna che rimprovera al presidente americano un’eccessiva debolezza nei confronti del “principale avversario strategico” degli Stati Uniti. Le scelte, peraltro, non si pongono subito in termini drastici, perché il governo di Tbilisi punta sì chiaramente ad una garanzia piena della propria sicurezza ma in attesa di raggiungere l’obiettivo massimo si accontenterebbe di un rafforzamento della collaborazione militare con la NATO.

Anche qui i governi europei si mostrano più decisamente incoraggianti di quello americano, spalleggiati del resto da alcuni massimi esponenti dell’alleanza come tale, il cui quartier generale ben raramente difetta di sintonia con Washington. In termini particolarmente caldi nei confronti delle “ambizioni euro-atlantiche” della Georgia si è espresso ad esempio il ministro degli Esteri britannico William Hague, in visita a Tbilisi nei giorni scorsi.

La Gran Bretagna ospiterà in settembre il prossimo vertice NATO, e Hague ha lasciato intendere che in questa occasione dovrebbero essere riconosciuti e premiati i progressi compiuti dalla Georgia nell’attrezzarsi militarmente e politicamente per poter soddisfare le suddette ambizioni. In testa alle quali, per il momento, figura quella di ospitare armi “difensive” (antiaeree, anticarro, ecc.) atte a fungere da deterrente contro eventuali aggressioni.

Da rilevare che nel frattempo si preannuncia l’avvìo di un’inedita cooperazione militare, in evidente funzione precauzionale antirussa, tra la stessa Georgia e un membro importante della NATO come la Turchia nonché una delle repubbliche ex sovietiche meno accomodanti nei confronti di Mosca come l’Azerbaigian. Si tratta di tre Paesi accomunati anche dalle vie di collegamento tra l’Europa e i produttori di gas, potenzialmente alternativo a quello russo, rivieraschi del Mar Caspio.

Mentre si avvicina alla NATO, comunque, la Georgia si associerà quasi sicuramente all’Unione europea con la firma del relativo accordo prevista per il prossimo giugno. Lo stesso tipo di accordo, cioè, la cui mancata sottoscrizione da parte ucraina provocò il rovesciamento del regime di Viktor Janukovic con tutti i suoi seguiti. Un accordo, cioè, meno scottante nel caso georgiano che in quello ucraino e anche meno provocatorio nei confronti della Russia di qualsiasi espansione della NATO verso i suoi confini.

E anche qui, tuttavia, si profila qualcosa di sgradito per Mosca in quanto Bruxelles si propone, naturalmente d’accordo con Tbilisi, di estendere l’area di libero scambio all’Ossezia meridionale e all’Abchasia, territori staccatisi dalla Georgia con l’appoggio russo e nei quali è stata proclamata un’indipendenza riconosciuta finora soltanto da Mosca o quasi.

Infine, nella firma dell’accordo con la UE la Georgia dovrebbe essere affiancata dalla Moldavia, la cui aspirazione ad entrare nella NATO, per quanto ugualmente controversa all’interno del Paese, è frenata soprattutto dalla presumibile conseguenza di perdere definitivamente la Transnistria, la sua provincia orientale a maggioranza russa proclamatasi anch’essa indipendente e saldamente presidiata da truppe russe. La cui presenza, nella situazione creata dalla crisi ucraina, viene d’altronde percepita dal governo di Chisinau come una minaccia per l’indipendenza oltre che per l’integrità della stessa Moldavia.

Come reagirà il Cremlino a tutto ciò non si tarderà molto a vedere. Ma intanto, benchè severamente impegnata, o forse anche perché tanto impegnata in Ucraina e dintorni, la Russia di Putin si dà da fare anche altrove e anzi ben lontano dalle sponde del Mar Nero per affermare a tutti gli effetti il proprio rango di grande potenza. Obama dice di considerarla una potenza solo regionale minacciosa verso i propri vicini. Mosca sembra convinta del contrario e decisa a convincere anche gli altri di essere invece una potenza a raggio planetario o comunque con diritto a parità di trattamento da parte di chiunque.

Per “mostrare i muscoli” punta adesso, tra l’altro, sull’America latina, più precisamente sul Centroamerica e in particolare sul Nicaragua del presidente Daniel Ortega, una figura quasi mitica se non altro per la sua interminabile carriera politica all’insegna dell’antiamericanismo. Il Nicaragua sta mettendo in cantiere un’opera colossale come l’apertura di un nuovo canale tra Atlantico e Pacifico più grande e alternativo a quello di Panama.

Il suo costo previsto è di 40 miliardi di dollari, forniti in gran parte da una società cinese che avrà altresì il monopolio della progettazione, costruzione e gestione dell’opera con annesse infrastrutture. La Russia parteciperà all’impresa in modi e forme che restano da concordare, ed è comunque una partecipazione che mira a sottolineare il suo generale affiatamento con Pechino, impegnata come Mosca a contestare, in linea di principio come di fatto, l’egemonia planetaria della superpotenza americana, magari residua ma ancora rivendicata da Washington.

Sergej Lavrov, Ministro degli esteri russo, non si è recato però a Managua (oltre a visitare nei giorni scorsi anche Cuba, Cile e Perù) solo per parlare del canale. Sono altresì in programma nuove forniture di armi al Nicaragua come ad altri Paesi latino-americani (che già ricevono un terzo delle relative esportazioni russe) in cambio della concessione di basi per la marina e l’aviazione russe.

Tutto ciò solleva allarmi in altri Paesi del Centroamerica che hanno qualche contenzioso con il Nicaragua e, inutile dirlo, non è fatto per piacere agli Stati Uniti. Alimenta invece l’orgoglio nazionale russo e, forse, anche il sogno di recuperare pienamente il rango e il prestigio perduti all’inizio degli anni ’90. Intervistato circa l’eventualità di un invio in Nicaragua di rampe di missili come i temuti “Iskander” recentemente installati presso San Pietroburgo, il direttore di un istituto moscovita per la pianificazione militare ha dichiarato che potrebbe essere presa in considerazione.

Se succedesse, ricordando i missili inviati a Cuba da Krusciov nel 1962 con il rischio tangibile di provocare una terza guerra mondiale più catastrofica che mai, non occorrerebbe molto altro per dimostrare che la guerra fredda, quanto meno, è tornata ad infuriare.

 

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