sabato, Aprile 10

Argentina, una svolta nel credito Il Paese riconquista la fiducia degli investitori esteri, chiudendo una parentesi di 12 anni

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Economia-Argentina

Eppure, qualcuno ancora ci crede. Negli ultimi mesi, parlando della Casa Rosada, era emersa spesso l’immagine di una Presidenza intenta in primo luogo a raggiungere la fine naturale del proprio mandato, sperando di sopravvivere agli scandali che hanno colpito alcuni tra i propri rappresentanti di spicco, come il Vicepresidente Amado Boudou, se non addirittura le fondamenta del suo stesso sistema di potere. Ma, soprattutto, avevano destato perplessità le repentine inversioni di marcia in materia economica, che avevano sconfessato politiche pluriennali come le restrizioni nell’ottenimento di dollari, volte a preservare le riserve della Banca Centrale, o l’adeguamento dell’Indice dei Prezzi al Consumo dopo più di un lustro di statistiche manipolate. Sbalzi che avevano portato una rivista influente come ‘The Economist’ a parlare di una «parabola argentina», di un esempio economico che molti Governi dovrebbero prendere in considerazione per evitare di emularlo. Certo, buona parte di quell’articolo era basata su stereotipi indegni del prestigio della rivista, ma l’analisi era chiara: «l’Argentina è nuovamente al centro di una crisi da mercato emergente. Questa può essere imputata all’incompetenza della Presidente, Cristina Fernández, ma non è che l’ultima di una serie di populisti economicamente ignoranti, che risale a Juan ed Eva (EvitaPerón se non a prima».

Eppure, dicevamo, qualcuno ancora ci crede. E non si tratta di ardenti kirchneristi o di propugnatori del Socialismo del XXI secolo pronti a sostenere il Governo amico di Fernández, bensì di chi, probabilmente, tiene l’ultimo numero di ‘The Economist’ sulla propria scrivania. Ha infatti sollevato interesse il prestito di un miliardo di dollari concesso al Governo di Buenos Aires da parte di Goldman Sachs, una delle maggiori banche d’investimento a livello globale. L’accordo, in realtà, non è ancora stato ufficializzato. Tuttavia, dopo le rivelazioni del quotidiano argentino ‘Página/12’, la notizia è stata ripresa anche da agenzie internazionali come ‘Reuters’ e, al momento, non è stata smentita. Questo anche perché i contatti fra la Casa Rosada e la banca statunitense erano noti quantomeno fin dagli ultimi giorni di gennaio, ossia da quando il Ministro per la Pianificazione Federale, Julio De Vido, si era incontrato con alcuni rappresentanti dell’istituto, tra i quali la Vicepresidente Agostina Pechi. In quell’occasione si era parlato di investimenti su 15 opere strategiche in ambito idroelettrico, idrico e delle comunicazioni. Opere su cui, secondo De Vido, «i dirigenti di Goldman Sachs hanno manifestato il proprio interesse alla partecipazione e segnalato che valuteranno i diversi dettagli».

In realtà, l’accordo con Goldman Sachs, se confermato, riguarderebbe un prestito biennale ad un tasso di interesse del 6,5% annuale, che andrebbe ad incrementare le declinanti riserve della Banca Centrale: il problema, di cui non è ancora nota la risoluzione concordata, sarebbe piuttosto il modo in cui Buenos Aires dovrebbe rifondere il prestito. A questo proposito, il Ministero dell’Economia di Axel Kicillof si è affrettato a precisare che «non è prevista nessuna emissione di debito in moneta estera per quanto riguarda la pianificazione finanziaria nel breve periodo del Tesoro Nazionale», aggiungendo che sarebbero diverse le entità finanziarie interessate a fornire finanziamenti esterni «a tassi di interesse allineati alle offerte presentate ad altri Paesi della regione»: un interesse che seguirebbe il raggiungimento di un accordo con la società petrolifera spagnola Repsol in merito all’espropriazione di YPF avvenuta nel 2012 e la ripresa dei negoziati col Club di Parigi relativi al debito di 9,5 miliardi di dollari il cui pagamento era stato sospeso da Buenos Aires nel 2002. Però, il punto chiave è appunto l’indebitamento, perché, secondo le informazioni di ‘Página/12’, l’obiettivo di Goldman Sachs sarebbe risolvere i contrasti esistenti col Governo argentino riguardo ai cosiddetti fondi ‘avvoltoio’ (fondos buitre), ma soprattutto ricevere dal Ministero dell’Economia l’incarico di agente finanziario per future emissioni di debito.

Certo, in ogni caso i contatti con Goldman Sachs rappresentano essi stessi una svolta per il Governo argentino. In primo luogo, perché si tratterebbe del primo prestito proveniente da istituti di credito internazionali dal 2002: lo stesso Governo di Buenos Aires non ha emesso obbligazioni all’estero dal default del 2001. Uno stallo che ha ovviamente riguardato anche la banca d’investimenti di New York, la quale, tuttavia, ha Buenos Aires una delle sue sole tre filiali in America Latina (le altre sono a Città del Messico e a San Paolo). Si tratta infatti di un’assenza relativa. Non solo perché, fino a un mese fa, si trovava insieme al Governo argentino sul banco degli imputati, accusata di dichiarazioni mendaci sulla possibilità della nazionalizzazione dell’impresa, quando, nel 2011, quest’ultima apparteneva ancora alla spagnola Repsol: un’accusa caduta appunto nello scorso febbraio. La presenza di Goldman Sachs in Argentina è consistita, fino al 2012, anche nel possesso del 9% del Gruppo Clarín, notoriamente in conflitto col Governo. Può darsi che la fuoriuscita da Clarín abbia giovato ai rapporti fra banca e Casa Rosada: di sicuro, l’annuncio dei nuovi rapporti fra i due ed il conseguente miglioramento nello stato delle riserve hanno giovato alla credibilità delle sue obbligazioni e, secondo alcuni analisti, nonostante le persistenti difficoltà nella ristrutturazione del debito, potrebbero permettere al Paese di riaffacciarsi sul mercato internazionale.

D’altronde, questa è anche l’opinione dei convenuti alla recente Assemblea Annuale della Banca Inter-Americana di Sviluppo (BID), per i quali «l’umore rispetto all’Argentina è diametralmente opposto a quello dell’anno scorso». La ragione, come ha spiegato il dirigente del FMI Alejandro Werner, risiede nella percezione di un «cambiamento importante nel mix di politiche», che ha portato anche ad un «moderato ottimismo» di un organismo solitamente critico come l’Istituto di Finanza Internazionale. Il suo rappresentante, Martín Castellano, ha infatto affermato che «è stato un grande progresso riconoscere che la politica fiscale creava restrizioni a quella monetaria. Eliminare i sussidi [quelli su acqua e gas, i cui tagli annunciati dovrebbero arrivare al 20%, ndr] e l’intenzione di contenere le negoziazioni salariali con aumenti inferiori all’inflazione aiuteranno dal lato fiscale». Tuttavia, sempre Castellano ha avvertito i rischi di una recessione legata all’aumento dei tassi di interesse ed al malessere sociale relativo all’inflazione che seguirà alle misure appena menzionate. Non mancano infatti i motivi di preoccupazione: le previsioni del BID indicano che l’Argentina, così come il Brasile, nel periodo 2014-2016 avrà la crescita più bassa della regione, con un incremento del PIL pari al 2,8%, contro il 3,3% medio della regione. Al termine dell’incontro, comunque, il Capo di Gabinetto Jorge Capitanich ed il Ministro dell’Economia Axel Kicillof hanno potuto annunciare il finanziamento da parte del BID di opere per oltre 274 milioni di dollari, oltre ad un prestito di 250 milioni di dollari relativo al Programma di Investimenti Municipali.

Le recenti svolte sembrano, perciò, aver ‘normalizzato’ l’economia argentina, riportandola su binari più graditi agli istituti finanziari internazionali. Al punto che, nonostante siano passati meno di due mesi, anche ‘The Economist’ sostiene ora che il Paese stia ‘arrancando verso la normalità’ (creeping toward normality): ‘arrancando’, perché le misure, pur giovando alla credibilità sui mercati internazionali, creeranno non poche difficoltà tra la popolazione, già provata dall’attuale situazione economica. D’altronde, il dubbio riguarda proprio il fatto che la nuova svolta, benché obbligata, riporti l’Argentina a quel rapporto con gli organismi finanziari internazionali, in primis col FMI, che fu parte integrante degli sviluppi preliminari al default del 2001. Benché le politiche di Fernández si siano rivelate nocive, il rischio è che il loro maggior danno sia aver reso necessaria una cura che potrebbe rivelarsi peggiore del male. Eppure, qualcuno ancora ci crede.

 

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