lunedì, Dicembre 6

Argentina-Turchia, è caos valute field_506ffb1d3dbe2

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Argentina Currency 

La giornata negativa sui mercati è stata segnata da una fuga generalizzata di capitali e investitori dai Paesi in via di Sviluppo. In particolare si è registrata una maxi svalutazione del peso argentino, che ha subìto il calo più marcato dal crack economico del 2002. A pesare sulle contrattazioni sono anche i timori per una tenuta dell’economia cinese, dopo la contrazione dell’attività manifatturiera registrata a gennaio, e le deboli trimestrali societarie anche nella maggiore potenza economica mondiale, gli Stati Uniti. Il peso ha perso il 14% nei confronti del dollaro Usa, mentre la lira turca ha raggiunto un nuovo minimo storico nei confronti del biglietto verde e il rublo russo i livelli più bassi in assoluto contro l’euro a 47,3796.

Gli investitori in allerta vendono valute emergenti e titoli azionari, rifugiandosi nello yen, nel dollaro e nei Bund tedeschi a 10 anni, tutti asset considerati sicuri in questo momento. Come spesso accade in simili casi di panico, l’avversione al rischio favorisce anche l’oro, che ha guadagnato 30 dollari dai minimi testati ultimamente. Acquisti consistenti anche sui Treasuries americani, che portano i tassi sui bond decennali a scendere il 2,57% al 2,71%.

Da inizio 2014 l’indice dell’azionario dei mercati in via di Sviluppo, il paniere di riferimento MSCI Emerging Markets, ha perso oltre cinque punti percentuali. «Potremmo essere sul punto di ingresso in una fase critica – ha commentato in un’intervista a ‘BloombergJohn-Paul Smith, Strategist sul mercato azionario dei Paesi emergenti presso Deutsche Bank. «Tutti gli elementi di vulnerabilità che si sono manifestati negli ultimi tre anni stanno iniziando a minare la fiducia degli investitori, con un impatto sull’azionario in generale e sulle borse emergenti in particolare».

La minaccia del tapering della Federal Reserve – ovvero la riduzione delle misure monetarie ultra accomodanti negli Stati Uniti – ha provocato da maggio a oggi una fuga di capitali dall’azionario dei Paesi emergenti superiore a 940 miliardi di dollari, come dimostra anche l’indice di ‘Bloomberg’ che monitora l’andamento di 20 valute emergenti. Dopo essere scivolato del 9,5% negli ultimi 12 mesi, al tasso più sostenuto da quando ha perso -15% nel 2008, il valore dell’indicatore è sceso nelle ultime ore al minimo dall’aprile del 2009.

Per frenare le perdite della divisa nazionale, Buenos Aires ha fatto un ulteriore passo indietro, facendo cadere il blocco all’acquisto di dollari fissato nell’ottobre 2011. La Banca centrale si è arresa nella battaglia per contrastare il declino della valuta, dopo aver utilizzato a tale scopo oltre il 30% delle sue riserve nel 2013. Il Governo di Cristina Fernandez ha pensato di introdurre di una manovra di alleggerimento dei controlli di capitale, dopo che queste norme hanno permesso l’intensa svalutazione sopra citata. Oltre a provocare un crollo del valore del peso, le politiche hanno moltiplicato le attività nel mercato in nero e portato a un’accelerazione dei livelli di inflazione.

D’ora in avanti gli argentini potranno comprare dollari in proporzione ai loro redditi e la tassa sulle operazioni di acquisto in valuta straniera verrà ridotta del 20%. Finora le richieste di acquisto di dollari venivano spesso rifiutate dalle autorità, il che non ha fatto che aumentare la dimensione del mercato in nero nel quale il peso viene scambiato di mano alla metà del valore di facciata.

La Presidente Fernandez de Kirchner sta cercando di scongiurare una nuova crisi economica in Argentina dopo il clamoroso default sovrano dei primi Anni 2000. Le riserve straniere hanno toccato i minimi in sette anni, spingendo il Governo a ridurre la portata dei propri interventi questa settimana. Le autorità politiche stanno tentando di chiudere il divario apertosi con il mercato in nero, dove gli argentini sono disposti a comprare un dollaro al prezzo di 13 peso, con il tasso di cambio ufficiale che quota al momento 7,9013.

Le turbolenze hanno aumentato il costo per assicurarsi contro un default del debito e il prezzo extra che gli investitori chiedono per poter detenere Bond argentini è salito ai massimi di tre mesi. Sono guai un po’ per tutti i mercati in via di Sviluppo e in particolare per l’Argentina: i costi per assicurarsi contro il default si ampliano di 139 punti base a quota 2.562,07, ai massimi da settembre. I contratti Cds a cinque anni in Venezuela fanno segnare un allargamento di 81 punti base a quota 1398,19, ai livelli più alti dal 2010, mentre quelli in Turchia sono aumentati di 11,6 punti base a 276,7. In Sudafrica i Cds analoghi avanzano +10 punti base in area 236, ai massimi da settembre.

Oltre al contestato decreto Imu-Bankitalia che ha creato un polverone nell’aula di Montecitorio, oggi è passato in secondo piano un altro provvedimento che farà discutere. Il provvedimento impedirà che ci siano conseguenze penali per gli evasori che decidono di ricorrere a un concordato con lo Stato per il rientro di capitali. Questo era l’ostacolo principale che rendeva qualunque ravvedimento molto pericoloso per l’evasore. Respinta invece l’impostazione “svizzera” per garantire l’anonimato per coloro che hanno portato capitali all’estero. Da Davos, il Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni ha assicurato che non si tratta di condono, amnistia o di scudo fiscale: «Nessuno scudo fiscale e nessun vantaggio economico» ma una sorta di protezione penale per gli evasori pentiti. «Un diverso trattamento sul piano della normativa penale».

È previsto invece un inasprimento per chi non dovesse collaborare. L’evasore potrà essere identificato attraverso lo scambio di informazioni internazionali e ‘Grandi Fratelli’ del fisco vari. Naturalmente dal decreto di oggi si partirà per cercare di stringere accordi bilaterali con la Svizzera e altri paradisi fiscali. Un’intesa con Berna volta a definire la tassazione dei capitali esportati illegalmente verso l’estero si fa più vicina, secondo il capo del Tesoro.

Nel suo intervento al World Economic Forum Saccomanni ha poi ricordato che l’obiettivo della politica economica di Governo è «ridurre le tasse sul lavoro e sulle imprese» e che il piano di privatizzazioni sta riscontrando un certo successo di domanda. L’ex direttore di Bankitalia ha citato il «grandisimo interesse» della comunità finanziaria internazionale verso l’Italia (che oggi procede alla cessione del 40% di Poste Italiane) e verso l’azione del Governo nel risanamento dei conti pubblici e delle riforme.

I fari dei mercati sono stati puntati fin dalle prime battute della seduta di Borsa sulla decisione di Fitch di reiterare il rating sulla qualità creditizia della Germania ad ‘AAA’ con outlook stabile, motivata con il calo del livello dei debiti della principale economia europea. «L’economia è in crescita, il livello del budget è relativamente favorevole e i tassi di interesse nominali sono bassi». Presto dovrebbe uscire il verdetto di Moody’s sul rating francese che al momento è di Aa1 con outlook negativo.

Naoki Kamiyama, responsabile della strategia sull’azionario presso Bank of America Merrill Lynch, ritiene che il nervosismo degli investitori è in parte dovuto anche ai dati sull’occupazione Usa diffusi all’inizio del mese. Il morale è poi peggiorato con i numeri in arrivo dalla Cina, dove il PMI manifatturiero reso noto la vigilia ha mostrato una contrazione. «Il mercato è molto cauto riguardo alla comunicazione del prossimo rapporto sull’occupazione, che avverrà tra due settimane», ha commentato l’analista a ‘Reuters’.

Il passaggio alla Tari nel 2014, la componente rifiuti della IUC, la nuova imposta unica comunale introdotta dalla Legge di Stabilità, crea qualche complicazione. I commercianti parlano di un vero e proprio salasso per le imprese di servizi. Confcommercio ha realizzato uno studio sugli effetti della nuova imposta. Dalle analisi delle maggiorazioni tariffarie effettuata su un campione di sei grandi regioni (Lombardia, Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia) emerge la pesante incidenza di tale tributo sulle attività economiche in questi settori, con un incremento medio dei costi pari al 302%.

 

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