lunedì, Ottobre 25

Argentina: troppi decreti, la piazza protesta field_506ffbaa4a8d4

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Benché iniziato da meno di due settimane, il macrismo in Argentina sembra già eguagliare i peggiori risvolti del passato kirchnerismo’. Venerdì 18 dicembre decine di migliaia di persone hanno protestato per le strade Buenos Aires contro l’eccessivo uso da parte del neo Presidente Mauricio Macri della decretazione d’urgenza, scavalcando così il controllo del parlamento.

Convocata attraverso i social network, la manifestazione ha riunito diversi partiti -compreso il Frente para la Victoria dell’ex Presidente Cristina Kirchner e del vice Vresidente Daniel Scioli– sindacati, rappresentanti, di importanti movimenti sociali, i manifestanti hanno protestato contro il Governo e diverse misure adottate negli ultimi giorni. Tutti uniti contro le politiche neoliberiste annunciate da Macri, passibili di intaccare il modello d’inclusione sociale costruito negli ultimi anni, ma anche per difendere il rispetto delle procedure istituzionali.

Ad appena una settimana dal suo ingresso nella Casa Rosada, il neo Presidente aveva già emanato 29 Decretos di Necesidad lì Urgencia (DNU), tanti quanti Cristina Kirchner in otto anni di governo. Il provvedimento più controverso risale al 15 dicembre e riguarda la designazione di due nuovi giudici della Corte Suprema, Horacio Rossati e Carlos Rosenkrantz, senza ricorrere al Senato. Secondo la Costituzione argentina (art. 99 co. 4), il Presidente «Nomina i giudici della Corte della Corte Suprema con decisione del Senato assunta con votazione favorevole dei due terzi dei membri presenti, in seduta pubblica, convocata ad hoc»; invece Macri ha provveduto da par suo, aggirando il dettato costituzionale.

Questa decisione ha suscitato stupore e l’indignazione nel Paese, trattandosi di una procedura senza precedenti nella storia della democrazia argentina e a parere di molti esperti incostituzionale. Secondo Macri, la nomina contenuta nel decreto 83/2015 aveva lo scopo di garantire «l’immediata copertura dei posti vacanti individuati, al fine di garantire il corretto funzionamento del più alto tribunale del Paese», ma questa motivazione non ha convinto l’opinione pubblica. In effetti, il comma 19 del citato art. 99 prevede che il presidente possa «provvedere aD assegnare i posti vacanti negli incarichi che richiedano l’accordo del Senato, e che si verifichino durante l’eventuale vacanza dello stesso, per mezzo di nomine in commissione che scadranno al termine della Legislatura», ma secondo autorevoli giuristi questo disposto si riferisce ad alti funzionari come gli ambasciatori o i vertici delle forze armate, ma non certo i giudici della Corte Suprema.

In quanto necessaria una pronuncia del Senato, per ottenerla si sarebbe potuta convocare l’assemblea in sessione straordinaria o attendere la ripresa dell’attività parlamentare a marzo, invece Macri ha agito in via unilaterale, con un dirigismo che richiama alla memoria gli anni bui della dittatura. Di fronte alle proteste popolari e sotto la scure di una probabile dichiarazione di nullità, il Presidente ha infine deciso di ritirare il provvedimento, rinviando la questione al prossimo anno.

In ogni caso si trattava solo dell’ultima casella riempita dal Presidente motu proprio. Gli altri decreti sin qui emanati, formalmente allo scopo di favorire una maggiore efficienza della macchina amministrativa, hanno avviato una riforma esteriore degli apparati di Governo, creando nuovi ministeri (Proprietà e Finanze pubbliche, Produzione, Energia e Attività minerarie, Modernizzazione), riformandone altri (separazione dei Trasporti dagli Interni; riunione dei dicasteri di Opere pubbliche e Edilizia) e sottoponendo l’Autorità federale di audiovisivi Servizi di Comunicazione e l’Autorità federale per la Tecnologia dell’Informazione e delle Comunicazioni alle dipendenze del Ministero delle Comunicazioni. Tuttavia, l’intenzione di snellire la burocrazia appare contraddetta dalla contestuale nomina di 27 nuovi funzionari governativi.

Il ricorso alla decretazione d’urgenza sarebbe giustificato dalla frammentarietà di un quadro politico che non ha ancora permesso al parlamento da poco uscito dalle urne di esprimere una chiara maggioranza. Il primo partito resta sempre il Frente para la victoria dell’ex Presidente Cristina Kirchner con 97 seggi, a cui si aggiungono altri 17 portati in dote dai suoi alleati, mentre la coalizione Cambiemos (formata da Proposta repubblicana, Unione civica radicale e Coalizione civica) che appoggia il Presidente ne conta 93, e Uniti per una nuova alternativa, guidata al terzo classificato alle presidenziali, Sergio Massa, appena 37. Presupposti che rendono impossibile o almeno complicano enormemente l’adozione di qualsiasi misura, comprese quelle necessarie a risanare la pericolante economia nazionale.

La ‘normalizzazione‘ dell’economia, annunciata dal Ministro dell’Economia Prat-Gay, prevede un ritorno alle politiche liberiste degli anni Novanta, ha già comportato la soppressione dei controlli sui cambi, la quale ha avviato una spirale d’inflazione nell’ordine del 25-30% che sta già facendo sentire i propri effetti. Il sistema di controllo dei cambi era stato istituito per frenare l’emorragia di capitali verso l’estero, preservando così riserve valutarie della Banca Centrale Argentina (BCRA) e allo stesso tempo limitando l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro. Abolito questo modello, era inevitabile che i prezzi aumentasseo. Il prezzo della farina, ad esempio, era già schizzato verso l’alto prima dell’insediamento del neo Presidente, di fatto anticipando la caduta del potere d’acquisto del peso. La folla scesa in piazza venerdì scorso chiedeva anche un adeguamento salariale per controbilanciare l’avvenuto aumento del carovita. Va detto però che gli stessi argentini, negli ultimi mesi, hanno alimentato la spirale della svalutazione acquistando dollari sul mercato nero.

Un altro motivo di malcontento è l’annunciata abolizione della Legge dei Servizi di Comunicazione Audiovisiva, meglio conosciuta come Legge dei media, voluta dal Governo Kirchner nel 2009 per evitare la concentrazione dei mezzi d’informazione in mano a pochi grandi editori. Criticata da tv e giornali che hanno sostenuto la campagna elettorale di Macri, col tempo questa norma ha creato uno scenario che si allontana sempre più di principi di equità con i quali era stata presentata, favorendo un’autentica colonizzazione dei media da parte dell’esecutivo, una moltiplicazione di nuove licenze per attori statali (il 96% delle licenze concesse in assoluto) e il fallimento dei concorsi per assegnare spazi sulla televisione digitale a privati. Di fatto la legge rappresentava il cambio di atteggiamento della ‘presidenta’ dopo l’aumento delle voci di dissenso registrato nel corso del suo mandato. Migliaia di persone avevano manifestato contro la sua abolizione già domenica 13 dicembre, per poi ribadire il proprio ‘no’ anche cinque giorni dopo, nella grande dimostrazione di venerdì 18.

Peraltro, le stesse manifestazioni sembrano ora essere finite nel mirino del Presidente. Giovedì 17, il giorno prima cioè che un fiume di gente riempisse Plaza de mayo a Buenos Aires, il Governo ha emanato (anche stavolta) un decreto sulla sicurezza per provvedere a questioni urgenti come il narcotraffico e il contrasto alla criminalità organizzata. La singolare coincidenza con la chiamata a raccolta di venerdì 18 ha destato più d’un sospetto sulle reali finalità della misura, così come il continuo ricorso alla decretazione d’urgenza pone oggi seri interrogativi sulla reale tenuta della democrazia.

 

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