sabato, Novembre 27

Argentina sull’orlo della crisi, ma non come nel 2001 Tutto quello che sta succedendo oggi in Argentina, paragonato con il contesto politico ed economico della crisi che ha attraversato l'Argentina agli inizi del secolo. Ne parliamo con Francesco Davide Ragno della Scuola di Scienze Politiche dell'Università di Bologna

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Era difficile pensare che la ‘rivoluzione liberale’ portata avanti da Mauricio Macri sarebbe potuta durare solo metà mandato prima che un altro crollo finanziario, dopo il precedente nel 2001, potesse colpire nuovamente, anche se in maniera diversa, l’Argentina. Ma a due anni dalla vittoria alle elezioni dell’ottobre 2015, il Paese sudamericano è di nuovo sull’orlo di una crisi finanziaria, anche se il contesto economico e politico fa pensare una situazione non così drammatica come quella che ha portato al crac del 2001-2002, sebbene l’accostamento non sia poi così forzato.

Tutto è iniziato pochi giorni fa quando il peso, la valuta nazionale, ha subìto un collasso spingendo la Banca Centrale argentina ad aumentare i tassi di interesse arrivati, nel giro di una settimana, al 40% per cento. Gli interventi per fermare la domanda hanno toccato i 5 miliardi di dollari e, ora, per comprare un dollaro servono 23 pesos. Si tratta del livello più alto raggiunto dagli anni ’90, cioè da quando è saltata la convertibilità e il rapporto 1 a 1 tra le due valute durante la crisi del 2001.

L’altra misura presa dal Governo di Buenos Aires è stata quella di tagliare la previsione di deficit pubblico dal 3.2 al 2.7% del Pil, ma questo non ha impedito il continuo rialzo dell’inflazione, ora attorno al 25%, e la costante svalutazione del peso, che ha perso ormai un quarto del suo valore. Il costo del denaro è salito di 300punti, al 33,25%.  

Abbiamo chiesto a Francesco Davide Ragno della Scuola di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, di spiegarci il perchè sia rischioso avvicinare l’attuale crollo finanziario con il precedente, e quali sono i rischi politici di Macri in vista delle prossime elezioni presidenziali del 2019

 

Ci potrebbe fare un quadro di quanto sta accadendo economicamente in Argentina?

Quello che sta succedendo negli ultimi giorni ha un carattere molto incerto: il Governo ha aumentato le tariffe per quello che riguarda il gas e l’energia elettrica, ma al contempo c’è stato un aumento del costo del denaro, che nel corso dell’ultima settimana è stato rivisto più di una volta da parte della Banca Centrale argentina. Questo, di conseguenza, ha portato delle reazioni da parte dei mercati internazionali e ad una svalutazione pesante, del peso argentino nei confronti del dollaro. Ed è logico pensare che l’aumento della svalutazione e del costo del denaro possa portare ad un ulteriore aumento dell’inflazione, che peraltro ha già percentuali molto elevate

Come si è arrivati ad una svalutazione del peso così elevata e a dei tassi d’interesse vicini al 40%?

Pare che l’Amministrazione stia tentando di fare una sorta di riforme ‘stop and go’ per cercare di migliorare il deficit fiscale. Aumentare semplicemente le tariffe avrebbe significato un possibile grande aumento dell’inflazione, mentre con l’aumento dei tassi guida, la crescita dell’inflazione dovrebbe essere limitata. Se si dovesse dare uno sguardo più completo all’attività di politica economica del Governo Macri, l’aumento del costo del denaro e degli altri tassi va inserito all’interno delle dinamiche politiche degli ultimi 6/12 mesi. Con le elezioni di mid-term dello scorso novembre, Macri e la sua coalizione hanno acquisito un numero di deputati elevato, tale però da non raggiungere la maggioranza assoluta né alla Camera né al Senato, ma che comunque ha consentito alla coalizione di Governo di acquisire ulteriore rilevanza all’interno dello scenario politico. É possibile pensare che Macri voglia spendere la forza politica acquisita per limitare il deficit fiscale attraverso le misure finanziarie degli ultimi giorni per arrivare alle elezioni presidenziali del 2019 e presentare dei risultati economici tangibili

Parte delle responsabilità di questo crollo finanziario derivano anche dalle politiche delle Amministrazioni precedenti?

L’Amministrazione Macri sta cercando di addossare il costo politico di queste manovre alle passate Presidenze, in particolare alla Presidenza di Cristina Kirchner. E in questa critica v’è una buona parte di verità. Le responsabilità della politica economica della Kirchner, e di suo marito Nestor prima, sono forti, in quanto ci sono stati dei significativi interventi in merito alla politica monetaria dell’Argentina. Fino a pochi anni fa, durante l’ultima Amministrazione Kirchner, si è arrivati ad avere diversi livelli di cambio tra il peso e il dollaro, a cui si aggiungeva un comparto di mercato nero delle valute straniere. Il Governo Macri ha preso in mano una situazione già compromessa e molto complicata, sebbene i dati macroeconomici avrebbero dovuto far pensare al meglio. Cioè l’Argentina si usciva dalla crisi del 2001, una crisi non solo economica ma politica e di fiducia verso il sistema istituzionale, ma nel corso degli anni tra il 2001 e la fine della seconda Presidenza Kirchner, c’è stato un costante aumento internazionale del prezzo della soja, uno dei prodotti di cui l’Argentina è un grande esportatore. Quindi, questo ha dato grande respiro alle finanze argentine in termini di guadagni derivati dall’esportazione e dalla produzione di questo bene. Durante le Presidenze passate è stata sprecata una grande occasione, economica, perchè i guadagni sono stati molto elavati per l’erario di Stato, e un’occasione di tipo politico, perchè Kirchner aveva una possibilità di ricostruire dalle fondamenta uno Stato. La riprova di questa crisi monetaria che è l’epifenomeno della crisi del sistema produttivo argentino, basato sull’esportazione di alcuni beni e molto sensibile al cambiamento nei mercati intenzionali di questi prodotti.

Si tratta della seconda grande crisi che lo Stato argentino si trova ad affrontare nell’arco di vent’anni. E possibile fare delle analogie con il crollo del 2001?

Andando indietro nel passato recente dell’Argentina, si potrebbe parlare di ‘crisi periodica’. Nel ’82, nel ’89, seguita da quella del 2001. Le analogie tra il 2001 e oggi, sono relativamente forzate, in quanto il contesto socioeconomico del Paese è completamente distinto. Sicuramente l’Argentina sta attraversando un periodo non facile per la propria economia; sicuramente, la classe sociale più colpita dall’innalzamento dei tassi tariffari e dal cambiamento dei tassi d’interesse, è la classe media come nel 2001. Però, una soluzione politica sembra molto più a portata di mano di quanto non fosse 17 anni fa, dove la crisi economica ha rappresentato solo uno degli aspetti della crisi argentina. Una crisi economica sostenuta e moltiplicata da una profonda crisi politica e della rappresentanza tout-court. Quanto sta avvenendo oggi, con la riunione di ieri sera quando il Presidente si è confrontato con gli attori politici ed istituzionali della sua alleanza, è molto diverso. Dal punto politico, la coalizione di Governo sembra ancora solida, esiste un’alternativa solida alla formazione di Governo, anche se indebolita dalle elezioni di novembre e senza una vera e propria leadership, ma soprattutto esiste una coalizione che può reggere l’onda d’urto delle possibili proteste sociali che deriveranno dai recenti aumenti.

Dal punto di vista finanziario, è possibile trovare delle differenze con la precedente crisi?

L’aspetto che differisce riguarda il debito pubblico, che si si sta alzando, +16% dallo scorso anno, ma il debito pubblico netto, cioè quello controllato dallo Stato, sembra essere sotto controllo, cioè di poco inferiore al 30%, anche se in leggero aumento. Per quanto concerne l’aspetto puramente finanziario, credo ci sia una grande difficoltà, ma l’Argentina sembra vere le carte in regola per poterne uscire. La situazione fiscale di gran parte delle provincie argentine è equilibrata, il che vuol dire che si è inceppato qualche meccanismo nel motore finanziario del Paese, ma non è da buttar via

Dal punto di vista politico, quanto può incidere questa crisi sullo status politico di un Presidente come Macrì, portavoce, alle elezioni dell’ottobre 2015, del cambiamento liberale contro il vecchio regime finanziario peronista?

Sicuramente non gioca in suo favore, e ciò che sembra necessario ai principali osservatori è un cambio di marcia deciso. Il Governo, commettendo una serie di errori, di cui alcuni strategici, si pensi al fatto che la Banca Centrale ha effettuato più di aumento del tasso d’interesse in una settimana il che significa che l’immagine dell’economia e della politica argentina non è affatto stabile, al contrario, Macrì ha bisogno di cercare stabilità e di risaldare le fila della sua alleanza, come ha fatto ieri sera, e ha bisogno di trovare degli alleati all’interno di quello che viene definito ‘peronismo ragionevole’, cioè quell’universo peronismo che non è vicino all’ex presidente Kirchner. Dal punto di vista politico questa è la grande sfida, ma tutto è da considerare e osservare in prospettiva elettorale, nella classica ottica politica secondo il quale il punto minimo di popolarità di un Governo si raggiunge poco dopo la metà del mandato, quando vengono messe in opera le riforme sostanziali: quelle di Macri sembrano essere ‘lacrime e sangue’ e sicuramente metteranno in difficoltà buona parte della classe media argentina. Se queste riforme significheranno un cambio di marcia, dal punto di vista politico sarà un successo. In caso contrario, il risultato elettorale delle Presidenziali del 2019 non sarà dei più rosei.

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