giovedì, Giugno 24

Argentina: la cattiva notizia dell’accordo col Club di Parigi Il Governo argentino sta considerando l’accesso a capitali esteri per arrivare alla scadenza del mandato. Irrisolta la questione sociale

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Buenos Aires – L’Argentina ha firmato un accordo con il gruppo dei Paesi creditori riunitisi nel Club di Parigi, gruppo in cui rientra anche l’Italia. Nei prossimi cinque anni il Paese latinoamericano dovrà pagare 9.700 milioni di dollari, cifra che include il debito originale di 5.000 milioni di dollari più gli interessi maturati dal default del 2001 fino a oggi. L’accordo prevede un esborso iniziale di 650 milioni di dollari a luglio 2014500 milioni a maggio 2015. I capitali dovuti matureranno interessi del 3 per cento annuo per i primi cinque anni.

Con questa accordo l’Argentina chiude un altro grande capitolo della crisi economica, sociale e politica scoppiata nel 2001, quando il debito pubblico raggiunse i 132.000 milioni di dollari e venne dichiarato il default.

Il Direttore di Analisi Economica di Abeceb, istituto di consulenza aziendale ed economica, Mariano Lamothe, ha giudicato l’accordo una «buona idea, perché è un passo fondamentale nella strategia di avvicinamento dei mercati internazionali del debito, strategia di cui il Governo argentino è venuto alla guida negli ultimi mesi e che comprendeva, ad esempio, il risarcimento al gruppo spagnolo Repsol per l’esproprio delle azioni della compagnia petrolifera YPF».
L’economista ha osservato che, con questa manovra, l’Amministrazione di Cristina Fernandez De Kirchner «cerca di ripristinare la fiducia nel Paese, attirando investimenti e l’accesso ai mercati del debito, imponendo interessi ragionevoli».

Tuttavia, l’Istituto argentino per lo Sviluppo Sociale (IDESA) -centro di ricerca indipendente e senza scopo di lucro- ha lanciato un’allerta sulle conseguenzedistruttivederivanti dall’aver stretto in questo particolare momento un accordo con il Club di Parigi, proprio mentre in Argentina persiste un deficit di bilancio elevato e crescente.
In un suo rapporto, IDESA ha indicato come prima conseguenza negativa il fatto che il debito sarà pagato da un altro Governo, considerando che il termine è di cinque anni, mentre il mandato dell’attuale Presidente scadrà nel 2015. Il Paese, in questo senso, ha promesso di pagare 1.200 milioni di dollari (12% del totale) nel maggio del prossimo anno, mentre il resto (88%) dovrà essere pagato dalle Amministrazioni cui toccherà la gestione dell’accordo a partire dal 2016, quando si insedierà un nuovo Governo.

Un altro punto da considerare, secondo quanto riportato da IDESA, è lo stato dei conti pubblici argentini. Secondo il Ministero dell’Economia, Axel Kicillof, il deficit di bilancio nel primo trimestre di quest’anno ha raggiunto il livello record di 4.926 milioni di dollari, mentre nel primo trimestre di ciascun anno tra il 2003 e il 2013 era fermo a 1,027 milioni.

«Firmare accordi che dovranno essere mantenuti dai prossimi governi per colmare l’attuale deficit di bilancio, contraendo un ulteriore debito, significa prolungare l’agonia e ipotecare il futuro», evidenzia il centro studi. In sostanza lasceranno che il Paese, le imprese pubbliche e le Province accedano a prestiti con tassi molto elevati. Secondo il rapporto dell’Istituto, questo aiuterà la Banca Centrale dell’Argentina a ottenere dollari con il cambio ufficiale (1 dollaro = 8,13 pesos argentini al 6 giugno), mentre permetterà al settore pubblico di «avere finanziamenti per continuare a sperperare fondi».

Secondo IDESA, gli abbondanti flussi di credito del mercato estero,  con tassi di interesse molto bassi, sono un’opportunità che l’Argentina sta sprecando da un decennio, ma nelle attuali condizioni economiche, l’inaccessibilità al credito internazionale non era da intendersi come una punizione, bensì come una tutela contro l’incapacità di prendere in prestito dollari per finanziare il deficit di bilancio generato da un Governo che non abbandona il suo circolo vizioso: aumento della spesa pubblica (tra il 2000 e il 2010 è aumentata dal 28,3% al 38,4% del PIL ) abbinato a una maggiore emissione monetaria,  da cui deriva la crescita eccessiva dell’inflazione e il costo del dollaro.

L’inflazione  -che nel 2013 era al 10,9% secondo i dati ufficiali o al 28%  secondo i dati riferiti da istituti privati-  è diventata per gli argentini appartenenti alle classi sociali medio basse uno dei principali fattori di preoccupazione, a causa della perdita di potere d’acquisto dovuta all’aumento dei prezzi. Tuttavia, il Governo insiste nel minimizzare l’escalation dei prezzi e a paventare  strategie per calmierarli. Ma non ha preso molte altri provvedimenti.

A tutto questo si aggiunge l’incertezza generata dal rallentamento nella creazione di nuovi posti di lavoro. Nel primo trimestre di quest’anno, il tasso di attività (rapporto tra la popolazione attiva e la popolazione in età lavorativa) si attesta intorno al 45%, il livello più basso da oltre undici anni. Il tasso di occupazione (il rapporto tra la popolazione attiva e popolazione totale), nel frattempo, è stato del 41,8%, circa 0,4 punti in meno di un anno fa. Il tasso di disoccupazione, nel frattempo, si attesta al 7,1%,  mentre la creazione di posti di lavoro è rimasta pressoché invariata negli ultimi sei mesi.
In sostanza, da un lato, le percentuali di occupati, sottoccupati o disoccupati, sono al livello peggiore dal primo trimestre del 2003, mentre il numero di posti di lavoro è precipitato negli ultimi dodici mesi.

Agustín Salvia, Dottore in Scienze Sociali e ricercatore presso il Consiglio Nazionale per la ricerca scientifica e tecnica (CONICET), ha osservato che «il tasso di attività è sceso perché ci sono più persone che smettono di cercare lavoro perché o sanno che non è possibile trovarne uno, o che gli stipendi a cui è possibile avere accesso sono comunque molto bassi».

Parallelamente, la povertà quest’anno potrebbe superare il 27,5% registrato nel 2013 tra la popolazione urbana totale, stima sul debito sociale emersa da un’indagine della Universidad Catolica Argentina (UCA). Le cause sarebbero l’inflazione più elevata e la minore attività economica. Gli indigenti (famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà) sarebbero in media il 5%.

Con tutti questi problemi interni, l’accordo con il Club di Parigi finisce col mostrare un Governo che volge al termine e che fa appello a questo strumento per accedere al credito necessario per raggiungere la fine del suo ciclo senza affrontare il problema sociale, problema che aspetta una risposta. E questa è una cattiva notizia.

 

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