mercoledì, Ottobre 20

Argentina: il popolo è già pentito della scelta Macri field_506ffbaa4a8d4

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Tuttavia ad imbarazzare forse maggiormente il presidente non è tanto la difficile gestione del paese, bensì l’inattesa vicenda dei Panama Papers che vede tra i suoi nomi illustri, proprio il mandatario argentino. Difficile da spiegare e forse la migliore risposta è il silenzio sul tema concentrando ogni sforzo su una postura ferma e decisa in politica interna ed estera tanto da non lasciarsi scalfire dal triste onere di porre il veto alla legge anti-licenziamento proposta dai kirchneristi. Veto presidenziale per mantenere una flessibilità di mercato indispensabile per la ripresa macrista e pazienza per gli effetti collaterali. Effetti che si sintetizzano in un numero: – 25%. Si tratta nello specifico della riduzione di consensi nei confronti di Macri da parte del suo stesso elettorato in sei mesi. È un’inchiesta eseguita dall’azienda di consulenza Dicen, che si è rivolta nello specifico agli elettori di Macri appartenenti alla città di Buenos Aires. Calo di consensi iniziato già a dicembre (91% confermavano il proprio voto) e che ha avuto conferma a gennaio (83%) e febbraio/marzo (79%) fino a raggiungere oggi il 75%. Un valore che a livello nazionale potrebbe essere confermato se si considera che la percentuale migliora con l’avvicinarsi ai bacini macristi di Cordoba e d’intorni, mentre tende a ridimensionarsi spostandoci a sud del paese. Le motivazioni sono quelle pressoché esplicate lungo questa trattazione ovvero l’aumento de costo delle utenze, l’aumento dell’inflazione, il veto alla tutela dei lavoratori, la blanda contrattazione del debito e per finire l’incrinata credibilità della figura presidenziale al cospetto delle notizie provenienti dai paradisi fiscali del Centro America.

Intanto i capitali continuano a fuggire dal paese argentino e lo fanno usufruendo di inflazione e sgravi fiscali per ottimizzare ancor di più il profitto esportato: in cinque mesi circa 20˙000 milioni di dollari sono stati il beneficio economico per le principali aziende operanti nel paese (nazionali e non) contro una fuga di capitali accertata nei primi tre mesi del nuovo governo di oltre 3˙300 milioni di dollari. Fuggono i pesos e aumenta la disoccupazione che dal giorno del veto della legge anti-licenziamento (20 maggio) ad oggi (31 maggio) ha registrato più di 1˙000 nuove unità (tra licenziati e sospesi). Dati che ovviamente interagiscono con altri che ci vengono forniti dalla Universidad Católica Argentina (UCA) che rileva come la povertà per reddito sia aumentata da gennaio a marzo di 5,5 punti percentuali ovvero è passata dal 29% al 34,5%. Un dato impressionate se si pensa che lo stesso valore ha avuto un incremento di 4,3 punti percentuali con recedente governo in un periodo di tempo ben più considerevole, ovvero dal 2011 al 2015. Ancor peggio la situazione se consideriamo l’indigenza che tra il 2011 e il 2015 si era contratta passando dal 6,1% al 5,3%, mentre tra gennaio e marzo è riuscita ad invertire decisamente la rotta attestandosi al 6,9%. Statistiche, fatti e congetture che spingono i sindacati ad una mobilitazione importante e che andrà in scena il prossimo 2 giugno in Plaza de Mayo con l’auspicio che tutti gli attori chiamati in causa (lavoratori, sindacati e governo) operino con il fine che la contestazione resti pacifica e utile al dibattito per una soluzione ad una crisi di sistema che di certo non può attendere gli automatismi del libero mercato.

 

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