mercoledì, Maggio 12

Argentina: il popolo è già pentito della scelta Macri field_506ffbaa4a8d4

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A sei mesi dall’elezione di Mauricio Macri, in Argentina non si è più certi della scelta fatta in cabina elettorale. Eppure il neo presidente lo aveva detto sia in campagna elettorale che nel momento del suo approdo alla Casa Rosada: in Argentina era necessario un cambio di rotta, occorreva chiudere con il kirchnerismo per dare un futuro al paese e fermare il suo declino. Bene, in sei mesi di governo si è giunti ad un 50% degli obiettivi macro prefissati ovvero si è profondamente invertita la rotta del governo antecedente, promuovendo un ribaltamento ideologico in ogni ambito di competenza dello Stato. Tuttavia non si è ancora intravista quella ripresa tanto sperata ed il problema è che la stessa non è prevedibile nemmeno nel prossimo futuro.

L’ottimismo ed i buoni propositi della vittoria elettorale fecero sentenziare una ripresa allo scadere del sesto mese presidenziale, ed oggi (sesto mese) la realtà chiede una proroga di altri sei mesi per l’ottimismo e poi chissà. Lecito porsi un dubbio tecnico sulla capacità di invertire la rotta economica che ha visto proprio con i primi sei mesi di Macri una pericolosa inclinazione negativa. Cristina Kirchner, per certi versi si cristallizzata su un modello economico-politico ormai incapace di rispondere alla necessaria evoluzione, ma allo stesso tempo si è dimostrata resistente alle interferenze provenienti soprattutto dalle componenti esogene al paese stesso. Maurico Macri invece ha attuato un atteggiamento di resa ‘incondizionata’ al mercato con l’auspicio che dallo stesso derivi il conseguimento naturale di un punto di equilibrio. Resa controversa se pensiamo che si è voluto sin dai primi giorni di mandato presidenziale (dicembre 2015) giungere ad un frettoloso accordo con i creditori esteri, poi reso pubblico ed ufficiale solo lo scorso febbraio. Accordo che ha il nobile scopo di riabilitare subito il Paese al circuito finanziario internazionale, ma che ne fa dello stesso una vittima con le ore (anni o mesi) contati in quanto il debito è stato saldato mediante l’apertura di un nuovo fronte debitorio: un circuito senza via di uscita al quale la stessa Cristina Kirchner si era sempre opposta preferendo un atteggiamento più duro nei confronti dei creditori esteri. La presidentessa aveva sempre offerto un compromesso alle proprie condizioni senza mai cedere in alcun modo alle pretese dei gruppi d’investimento. La soluzione per Buenos Aires era unica ovvero pagare il debito senza crearne altro e quindi con il dovuto tempo. Una scelta coraggiosa, ma che tuttavia ha finito con il nuocere al legame di fiducia tra partito peronista-kirchnerista (Frente Para la Victoria) ed elettorato: inflazione in aumento, eccessivi controlli delle transazioni in dollari e conseguente progressiva paralisi dell’economia. Difficile da spiegare al popolo soprattutto se a correre per il proseguo del progetto non è più chi lo ha guidato sino a quel momento (Cristina Kirchner) bensì una figura meno carismatica (Daniel Scioli).

Macri conquista l’elettorato e cerca di affidarsi al mercato per giungere ad una soluzione positiva. Neoliberismo è il termine tecnico di questa tipologia di approccio economico-politico che tuttavia presenta particolari effetti collaterali: da un lato si salda la condizione debitoria decennale, dall’altro se ne apre un’altra che per esser sostenuta ha bisogno di politiche austere. Nel mezzo occorre stimolare nuovi investimenti esteri in entrata ed il rimpatrio dei capitali custoditi all’estero per paura di altri default o dei kirchneristi. Ma per riacquisire la benevolenza (fiducia) del mercato occorre tempo e questo non è propriamente un valore positivo per Buenos Aires che deve invece fare in fretta per non far crescere l’allarmismo interno. Eccoci quindi alla scelta di flessibilità nel mondo del lavoro e sgravio fiscale sui capitali d’investimento. Di contro il popolo, alle prese con la crescita dell’inflazione si ritrova con un impiego meno sicuro (indifferente se pubblico o privato) e con un costo della vita sempre meno sostenibile. Su quest’ultimo tema negli ultimi giorni si registra un aumento del costo del gas che tuttavia lascia perplessi sulle modalità di gestione dello stesso: l’aumento sembra esser stato voluto dal ministro dell’energia Juan José Aranguren, ex CEO di Shell, ed i suoi collaboratori hanno dovuto intercedere con lo stesso per porre un tetto massimo all’aumento prefissato dal ministro. Una congettura che lascia trapelare come all’interno della compagine governativa di maggioranza ci sia un po’ di confusione sulle linee operative del programma economico-politico da attuare.

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