sabato, Dicembre 4

Argentina: il peronismo di Fernández inizia a perdere colpi La cocente sconfitta della coalizione di governo alle elezioni di medio-termine non è un buon presagio per il futuro politico ed economico del Paese

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La scorsa domenica, in Argentina, si sono aperte le urne per le elezioni politiche di medio-termine per il rinnovo di metà della Camera Bassa (127 seggi su 257) e di un terzo del Senato (24 su 72). L’affluenza si è attestata al 71,7%, superiore al 67% circa delle primarie, ma comunque ben al di sotto della media del Paese in cui, negli ultimi quarant’anni, la partecipazione non è mai scesa sotto il 75%.

Secondo quanto comunicato dalla Camera nazionale elettorale, la formazione dell’opposizione di centro-destra, Juntos por el cambio (Jxc) ha ottenuto il 42,19% dei voti, contro il 33,83% conquistato dalla coalizione peronista-kirchnerista del Presidente Alberto Fernández, il Frente de Todos (Fdt), perdendo quasi 6 milioni di voti, ossia circa un terzo dei voti che i peronisti hanno vinto alle elezioni per la Camera nel 2019, quando Fernández è stato eletto al primo turno con il 48% dei voti.

Il Fdt ha inanellato dure sconfitte in ben 24 delle 33 province argentine: le cinque province più popolose del Paese quali Cordoba, Mendoza, Santa Fé e San Luis se l’è aggiudicate l’opposizione così come le terre storiche del peronismo e del kirchnerismo, La Pampa e Santa Cruz. L’unica provincia dove la sconfitta è stata meno bruciante è quella di Buenos Aires, che raccoglie circa un terzo dell’elettorato nazionale, dove si è sì imposto il candidato di JxC Diego Santilli, ma con soli due punti di scarto dall’avversaria Victoria Tolosa Paz. In altre 9 province, la vittoria è stata comunque sudata, pur avendo promesso denari e favorito il trasporto nelle sedi elettorali anche di persone provenienti da Bolivia e Paraguay fornite di doppia nazionalità. In visita alla provincia indipendentista di Cordoba, che da anni vota contro il peronismo, Alberto Fernandez, peraltro, si era reso protagonista di un gaffe esortando “i cordobesi devono capire che è giunta l’ora di integrarsi all’Argentina”.

La destra unita ha vinto il 47% dei voti nella capitale a statuto speciale, Buenos Aires, dove la candidata di estrema destra Maria Eugenia Vidal, che ha prevalso con 17 punti di distacco dal suo avversario, ha esultato: “Milioni di argentini in tutto il paese hanno detto ‘basta’”.

In termini di seggi, pur essendo riuscito a mantenersi il primo partito alla Camera (formata da 257 seggi) con 118 seggi, contro i 116 dell’opposizione (23 andranno ad altre formazioni), il Fdt ha perso la maggioranza nel Senato di 72 membri, ottenendo solo 35 seggi (partiva da 41), contro i 31 del centro-destra. Con questi dati, si può dire che sono 10 i deputati e 2 i senatori persi dal Fdt.

Il governo non è riuscito nelle elezioni politiche di medio termine a ribaltare i negativi risultati ottenuti alle ‘Primarie aperte simultanee e obbligatorie’ (PASO) di settembre, che sono una sorta di prova del nove prima delle elezioni vere e proprie e che obbligano tutti i partiti che intendono partecipare a presentare i loro candidati devono superare una soglia dell’1,5% dei voti.

Le elezioni hanno anche consegnato il più grande risultato di sempre per la formazione di pseudo-sinistra United Left and Workers Front (FITU), che ha aumentato il proprio voto dell’82% rispetto al 2019, a oltre 1,3 milioni di voti, raddoppiando la loro delegazione alla Camera a quattro deputati. La FITU ha ottenuto il 25% dei voti per la lista del partito nella provincia settentrionale di Jujuy, dove l’unionista Alejandro Vilca ora servirà nella delegazione di sei membri della provincia alla Camera federale.

Al quarto posto, è arrivata la lista di estrema destra ‘La Libertad Avanza’ dell’economista ultra-liberista, Javier Milei, un sostenitore di Donald Trump e del brasiliano Jair Bolsonaro. Ha vinto tre seggi e oltre un milione di voti. Il suo partito è risultato il terzo della capitale con il 17 per cento, avendo guadagnato oltre tre punti rispetto alle primarie. Tuttavia, il suo successo resta circoscritto a Buenos Aires. Nella sua campagna, Milei ha guidato rabbiosamente manifestazioni anticomuniste con sostenitori che gridavano minacciosamente “la sinistra ha paura”.

I risultati di Avanza Libertad sono visti come un terremoto politico in un Paese che appena 38 anni fa era governato da una dittatura militare-fascista che ha ucciso 30.000 lavoratori e attivisti socialisti e di sinistra. Quel regime divenne noto per metodi particolarmente feroci come il furto dei figli dei prigionieri politici e l’esecuzione di prigionieri gettandoli dagli aerei nel mezzo dell’Oceano Atlantico, dove non è mai stato possibile trovare prove dei crimini del regime. Milei ha avuto come vicepresidente l’avvocata Victoria Villaruel, da decenni specializzata nella difesa di ex ufficiali dell’esercito accusati dai tribunali argentini di aver preso parte a rapimenti ed esecuzioni di “guerra sporca”. Ritiene che il colpo di stato del 1976 e il conseguente regime di terrore di stato fossero una reazione necessaria alle azioni dei guerriglieri peronisti. Negazionista della crisi climatica – che ha addirittura bollato come una «menzogna del socialismo» – contrario all’aborto e favorevole all’uso delle armi per tutti, non ha nascosto posizioni razziste contro le popolazioni indigene e gli immigrati provenienti da altre nazioni del Sud America con origini indigene.

Al risultato negativo per la coalizione di governo ha contribuito la polemica divampata sul finire della campagna elettorale sulla questione sicurezza, a partire dall’omicidio di un edicolante alla Matanza – uno dei maggiori borghi della provincia di Buenos Aires – commesso da un pregiudicato insieme ad una ragazza di 15 anni, entrambi prontamente arrestati. “La criminalità esiste ovunque non si deve usarla a fini politici”, ha risposto il Ministro della sicurezza, Anibal Fernandez, ai manifestanti critici contro il governo, negando l’effettivo aumento del numero di delitti dopo la fine delle restrizioni anti-COVID, specialmente nelle periferie delle grandi città.

Come ha fatto osservare il giorno seguente, il quotidiano argentino, ‘La Razón’, “povertà e inflazione dilagante hanno minato la coalizione governativa’ espressa dal peronismo che – come ha osservato la più nota testata del Paese, il ‘Clarín’ – fin dal ritorno alla democrazia nel 1983, “non aveva mai perso il controllo del Senato”. Da parte sua il giornale ‘Página/12’, di cui è risaputa la vicinanza al governo, ha pubblicato una vignetta di un omino che con un bastone scala una montagna dove una freccia indica 2023, con il titolo ‘in salita’.

È innegabile, quindi, che d’ora in poi la formazione di una maggioranza parlamentare sarà sempre più ardua: «Dobbiamo dare la priorità agli accordi nazionali se vogliamo risolvere le sfide che dobbiamo affrontare», ha spiegato il Presidente in un messaggio registrato a reti unificate – pur senza riconoscere la sconfitta – che ora intende promuovere un dialogo costruttivo”, auspicando di poter contare su “un’opposizione responsabile, patriottica e aperta al dialogo per l’interesse generale del Paese».

Seppur nel contesto di una repubblica presidenziale, la necessità di trovare compromessi potrebbe dar vita ad uno stallo politico per i restanti due anni della presidenza Fernández, poiché anche la principale opposizione borghese della coalizione Juntos por el Cambio guidata dal predecessore di Fernández, il miliardario di destra Mauricio Macri, ha perso 2 milioni di voti e non è riuscito a ottenere la maggioranza al Congresso.

Il rischio, altrimenti, è quello di un Presidente ‘anatra zoppa’, un vero e proprio anatema in un momento disastroso caratterizzato – come riconosciuto dallo stesso Fernandez – da “la crisi economica, ereditata dal governo precedente e la crisi sanitaria”: nel Paese, stando alle stime della Banca Mondialeil tasso di povertà ha superato il 40%, rispetto al 35% del 2019, il tasso più alto dal 2004, sulla scia della peggiore crisi economica nella storia del paese nel 2002, quando il PIL è sceso dell’11%. L’anno scorso, il 2020, l’Argentina ha subito il secondo peggior calo del PIL della sua storia, del 10%. Del resto, l’economia argentina è ancora fortemente dipendente dall’esportazione di beni agricole, che rappresentano il 67% dell’intero export nazionale, mentre calano drammaticamente da due anni consecutivi (-40%) gli investimenti esteri.

Il rimbalzo di quasi il 10% del PIL di quest’anno – dal 6,4% di luglio al 7,5% di ottobre nel World Economic Outlook del FMI – favorito dal rincaro delle materie prime, non servirà a compensare le perdite per i lavoratori (dopo tre anni consecutivi di recessione, con un calo del PIL del 2,6% e del 2,2% nel 2018 e nel 2019) visto che la  proiezione di crescita per il 2022 è solo del 2,5% e l’OCSE prevede un ritorno ai livelli pre-crisi non prima del 2025/2026.

Oltre il 60% dei bambini è ora povero, mentre la disoccupazione si attesta a 10 per cento. Un terzo degli occupati è nel cosiddetto settore informale, senza accesso a pensioni e altri diritti sociali. L’inflazione ha raggiunto in settembre un aumento cumulato del 53% su base annua, mentre crescono i segnali che il governo sarà costretto ad accettare una forte svalutazione della valuta nazionale, il peso argentino, già che viene scambiato al mercato nero per la metà del tasso di cambio ufficiale, a quasi due volte il tasso ufficiale di 99 pesos per un dollaro USA.

Il governo sconta anche l’ostilità popolare a causa della sua disastrosa gestione della pandemia di COVID-19, che ha causato oltre 115.000 vittime nella nazione di 45 milioni, o quasi 260 morti ogni 100mila abitanti, oltre i 232 morti ogni 100.000 negli Stati Uniti e dietro solo Perù e Brasile in Latina. Quando la pandemia ha colpito il paese, l’amministrazione Fernández ha accusato l’opposizione di destra guidata da Macri e la loro demagogia della “libertà individuale”, pur di non riconoscere il fallimento del suo governo nel fermare la catastrofica diffusione del virus nel Paese.

Ora “inizia la seconda parte del nostro governo”, ha aggiunto Fernandez, mentre l’economia “è in crescita”, ma il dossier del debito monstre argentino nei confronti del FMI, di oltre 50 miliardi di dollari, è ancora lì, “ancora da risolvere”, nonostante l’accordo sottoscritto nel 2018 dall’ex Presidente Mauricio Macri, che perse la sua rielezione contro Fernández nel 2019. Le rigide condizioni imposte dal FMI per il finanziamento – che chiedevano il pareggio di bilancio – non hanno però mai trovato attuazione neanche prima dello scoppio della pandemia dato che, nel 2019, il debito pubblico si attestava al 90% del PIL e il deficit, anche se in forte calo, non era sceso sotto il 4% del PIL.

Nel corso della campagna per le presidenziali, i peronisti non hanno mancato di sventolare la bandiera di una possibile inadempienza sul debito, bollato come “illegittimo” e persino “illegale”, con il sostegno dell’amministrazione Trump all’accordo in opposizione alle iniziali riserve sulla sua fattibilità da parte dell’organo tecnico del FMI. Entrando in carica, Fernández ha avviato una brutale campagna di austerità secondo le direttive del FMI con la promessa che i tagli ai programmi di riduzione della povertà, il ripristino delle tasse sui beni di base e la fine delle correzioni delle pensioni adeguate all’inflazione sarebbero stati compensati da una maggiore crescita economica, che non è mai arrivata. Per quanto riguarda la “legittimità e legalità” del debito che era al centro della campagna peronista, il nuovo governo ha evitato la questione come irrilevante, affermando che l’unico modo per andare avanti era attirare investimenti stranieri e mostrare “credibilità” ai creditori internazionali pagando il debito.

Il COVID-19 ha dato il colpo di grazia rendendo impossibile soddisfare quelle richieste. Il governo peronista ha dato la precedenza alla ripresa economica rispetto alle condizioni del FMI, tanto da annunciare di non poter ripagare neanche 2 dei 19 miliardi di dollari dovuti nel 2022. Una situazione difficile confermata dalla richiesta di Buenos Aires –  sostenuta anche dalla Task Force International Finance del T20 – di ridurre gli interessi richiesti dal FMI nel caso di prestiti particolarmente onerosi rispetto alle quote possedute e superiori ai tre anni per durata.

La reticenza a pagare il debito verso il FMI e le grandi dimensioni dell’indebitamento, invece, stanno remando al contrario, riportando il Paese vent’anni indietro, al tracollo finanziario del 2001, quando il governo annunciò che sarebbe stato insolvente su 132 miliardi di dollari di debito tra le acclamazioni del Congresso. Nel gennaio 2002, il governo avrebbe posto fine al successo di 11 anni di ancoraggio del peso al dollaro USA.

Ecco che, a fronte della clamorosa sconfitta nel PASO a settembre, il governo ha tentato di resuscitare la demagogia anti-FMI. Il governo ha quindi restituito 1,9 miliardi di dollari al FMI con altre false promesse che l’austerità sarebbe stata alleviata dai negoziati con il fondo. Il governo dovrebbe ora accettare una forte svalutazione del peso per far fronte alla discrepanza della sua svalutazione reale nel mercato nero, portando ulteriore inflazione e impoverimento.

Il punto vero, a detta di molti, è che il governo sta facendo ben poco per andare oltre i limiti di un’economia fortemente dipendente dall’export di materie prime e affrontare sfide urgenti come, ad esempio, quella ecologica, su cui la strategia argentina  pare molto inadeguata e ben poco finanziata, specie nel caso di bancarotta.

Ora che Fernández si ritrova senza maggioranza in Senato, questo potrebbe avere effetti diretti sul negoziato che il Ministro dell’Economia, Martin Guzmán, sta conducendo con il Fondo Monetario Internazionale e che dovrà concludersi entro marzo, quando la parola dovrà passare al Parlamento che dovrà esprimersi sull’accordo raggiunto. Il prossimo anno è previsto un rimborso del capitale di circa 17 miliardi di dollari. Un’altra tranche dello stesso importo è prevista per il 2023, ma l’Argentina non ha i fondi per nessuna delle due. E per il prossimo anno, è atteso il rialzo dei tassi d’interesse da parte della Federal Reserve che potrebbe causare un esodo di capitali dai mercati emergenti come quello argentino.

Tuttavia, il FdT si presenta piuttosto diviso al suo interno su come procedere le trattative con il FMI: da una parte, l’ala moderata, comprendente il Presidente Fernández e il Ministro delle Finanze Guzmán, che sembra voler stringere un nuovo programma di aiuti in cambio di un aumento delle risorse; dall’altra, l’ala più estrema, rappresentata dalla vicepresidente Cristina Fernández de Kirchner. “Non ho intenzione di inginocchiarmi di fronte ai nostri creditori: un peronista non fa queste cose” ha dichiarato tempo fa il Presidente.

Cristina Kirchner, che svolge un ruolo più diretto nelle organizzazioni peroniste “di base” corporative, dai sindacati ai cosiddetti “movimenti sociali”, ha scritto una lettera aperta cercando di incolpare tutti i problemi del governo sull’incapacità di Fernández di ascoltarla e dichiarando di aspettarsi che lui “onori la decisione” presa “da lei individualmente di proporre Alberto Fernández come candidato alla presidenza di tutti gli argentini” e criticando il fatto che il governo stia trattenendo le spese autorizzate. Kirchner aveva chiarito che “non stava chiedendo radicalismo”, ma che il governo seguisse ciò che ha affermato “sta accadendo ampiamente negli Stati Uniti e in Europa, ovvero lo stato che agisce per mitigare le tragiche conseguenze della pandemia”.

Questo spiega anche perché il Presidente peronista si sia affrettato ad annunciare che durante la prima settimana di dicembre, pochi giorni prima dell’assunzione dei deputati e senatori eletti, invierà un progetto di legge per approvare in extremis la politica economica del governo per i prossimi due anni che include anche i termini dell’accordo con il FMI. ‘La sconfitta elettorale favorirà la moderazione in Argentina?’, si chiede in queste ore l’’Economist’,aprendo alla possibilità che, soprattutto sul debito, il governo, costretto dall’assenza di una maggioranza, sia portato a lasciarsi alle spalle le posizioni estreme del kirchnerismo.

Anche in caso di sconfitta del peronismo al Congresso nazionale argentino – ha affermato il WSJ – “è probabilmente troppo tardi per evitare un’altra crisi fiscale e monetaria. Anche il compito più grande di ristrutturare l’economia argentina in un modo che rispetti la libertà imprenditoriale non sarà facile. I ripetuti attacchi di iperinflazione e crisi del debito non sono stati sufficienti a cambiare la cultura politica. Questo mostra come, a parte la guerra, lo statalismo si attacca una volta che è in atto. Anche quando l’Argentina ha sperimentato limitate riforme del libero mercato negli anni ’90, la dissolutezza fiscale ha resistito e il sostegno a rigide leggi sul lavoro è rimasto intransigente”.

Per la coalizione di governo si preannunciano mesi difficili, dunque, dal punto di vista politico. La batosta delle elezioni di medio-termine è stata ancora più forte perché Fernández ha fatto ricorso ad ogni strumento demagogico e clientelare proprio del peronismo: dal controllo sui prezzi di circa 1400 beni ritenuti essenziali (deciso con decreto dopo la sconfitta peronista alle ‘primarie’ di settembre), alle leggi anti-licenziamenti, passando per il divieto di esportazioni di carne, l’obbligo di aumenti salariali per i privati e il tetto alla valuta americana, il dollaro.

Ma nessuna di queste misure, considerato l’alto tasso di inflazione, potrà avere effetti reali. E se è vero che – come osservava giorni fa il ‘Wall Street Journal’ – “gli ideologi socialisti sanno che lo stato sociale crea dipendenza. Nuovi diritti creano dipendenze che, una volta nate, richiedono di essere alimentate e di crescere indipendentemente dal partito al potere. L’Argentina conferma la regola” e che “i peronisti al potere hanno di nuovo esaurito i soldi degli altri. Il governo del Presidente Alberto Fernández è rotto. Non può accedere ai mercati internazionali dei capitali. Le tasse elevate e la stampa di peso per pagare le bollette hanno portato l’economia in un fosso”, il peronismo – e il kirchnerismo – non sta messo tanto bene, nonostante la parentesi di Christina Fernandez de Kirchner che aveva messo in cantina l’austerità dell’ex Presidente Carlos Menem, che portò alla crisi del 2001, ma che al momento è vicepresidente di Fernández e capo del Senato.

L’arrivo al potere di Fernández aveva dato modo ai mercati finanziari di pensare che l’austerity sarebbe stata re-introdotta. Queste elezioni, invece, lanciano un segnale, non troppo rassicurante per una giovane democrazia: se la ricetta è l’austerità, ad avvantaggiarsi non sarà un’alternativa al populismo, ma le forze di destra che, in taluni casi – come il JxC – rappresentano lo status quo, in tal altri – come ‘La Libertad Avanza’ di Javier Milei – potrebbero non usare i guanti di seta con il malcontento dei più disagiati e della classe operaia, orfana del Partito Socialista dei Lavoratori (PTS), contro il governo peronista.

Malcontento che, invece, secondo alcuni osservatori, la FITU starebbe tentando di incanalare, ma con l’intento di sabotarlo come negli anni ’80 faceva il Movimento Morenoita per il Socialismo (MAS), che sosteneva il Partito Comunista e il governo Alfonsín nella loro amnistia per i torturatori e gli assassini della dittatura, dopo la rivolta militare fascista di Carapintada. Il peronismo, però, non aveva granché ostacolato l’Alleanza anticomunista argentina.

Di fatto, di qui alle presidenziali 2023, la destra potrebbe costituire un ostacolo corrosivo per Fernández, costretto ad estenuanti mediazioni per ogni decisione che non sia la decretazione d’urgenza, ma, intanto, potrebbe lavorare per presentare tra due anni un candidato come l’ex ministro della Sicurezza Patricia Bullrich alla Casa Rosada. Sarà abbastanza unita per farlo, anche al costo di mettere da parte il protagonista di Espert e Milei? La vittoria di questi giorni ha persino generato invidia per le elezioni presidenziali tra diversi suoi capi dei media, Patricia Bullrich, leader del partito PRO, o Horacio Rodriguez Larreta, sindaco della capitale, che ha rilanciato: “Qui ce l’abbiamo fatta e qui possiamo [rifarlo], con il lavoro”. “Torneremo, torneremo…” al Governo nazionale nel 2023, cantavano i sostenitori (Macri compreso).

Per JxC il 2021 è una battaglia già vinta, ma l’alleanza di opposizione rischierà un numero chiave di seggi al Congresso, in quanto il rivale non è la FdT, ma piuttosto il candidato neoliberista di estrema destra Javier Milei, che ha predicato sia FdT che JxC era più della stessa politica tradizionale.

“Fino a poco tempo fa, in Argentina non si poteva discutere nulla di cui Cristina non volesse discutere”, ha detto Lousteau, che ha aggiunto che “ora è diverso, a causa del voto, è cambiato”. Secondo Vidal, “è in gioco il potere del kirchnerismo”. A questo riguardo, vale la pena sottolineare che chi ha da perdere ancora di più dalla fragorosa sconfitta di medio termine è Cristina Fernandez de Kirchner, la quale avendo perso clamorosamente la maggioranza al Senato potrebbe vedere aprirsi le porte dei Tribunali, dove dovrà rispondere nei circa 10 processi che la chiamano in causa poiché una maggioranza non-peronista al Senato potrebbe farle perdere l’immunità.

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