mercoledì, Dicembre 1

Argentina: i conti non tornano

0
1 2


Questo lo scenario a marzo che si traduce nei fatti in un compromesso di saldo pari a 9 mila 300 milioni di dollari da versare in parte nelle casse della Banca di New York a beneficio dei creditori che hanno accolto tale accordo al 29 febbraio. Un’operazione che si sarebbe dovuta concretizzare lo scorso 14 aprile, poi posticipata al 22 aprile con l’ottenimento da parte del giudice Griesa dell’eliminazione della sentenza di default. Fatto che ha subito mobilitato il governo argentino che mediante l’emissione di nuovi titoli di debito intende far fronte all’attuale deficit: collocare titoli di debito per l’ammontare complessivo di 16.500 milioni di dollari di cui 2.750 milioni con scadenza a tre anni ad un tasso del 6,25%, 4.500 milioni a cinque anni con tasso del 6,85%, 6.500 milioni a dieci anni con il tasso del 7,5% e 2.750 milioni a scadenza trentennale ed un premio del 7,62%. In poche parole parliamo dell’indebitamento più alto della storia del paese attivato con lo scopo di far fronte ad un debito preesistente e che quindi non fa altro che creare un circolo vizioso dove credito e debito si susseguono nel mercato finanziario con poche soluzioni. Spetterà al ministro di industria e finanza argentina Alfonso Prat Gay, riuscire a collocare tali titoli tra Europa e Stati Uniti. Marco Targhetta e Cristian Santos del Centro Estratégico Latinoamericano de Geopolítica (CELAG) quantificano i costi annuali di tale operazione per lo stato argentino ad un valore di 3800 milioni di dollari (almeno all’inizio) con chiare ripercussioni sugli investimenti pubblici e sull’incentivo allo sviluppo di un’economia reale.

Distorsioni di un modello che purtroppo ha uno storico sul cui fondare le proprie tesi. Infatti è quanto si verificò dalla dittatura di Videla fino al default del 2001 con evidenti colpe delle condizionalità imposte da FMI e BM all’epoca prime istituzioni finanziatrici del collasso argentino. Condizionalità che implicano, per ottenere credito, una sostenuta deregolamentazione interna al paese, taglio alla spesa pubblica e privatizzazione dei settori a partecipazione pubblica. Prospettive catastrofiche? I primi mesi del 2016 hanno annoverato la perdita di occupazione tra pubblico e privato da parte di 107˙719 persone (dati elaborati dallo studio di consulenza Tendencias Económicas). Ma è nel settore pubblico che si rileva una vera e propria strategia del governo Macri per la quale si prevede che nella sola YPF (azienda petrolifera nazionale) durante quest’anno verranno licenziati tra i 2 mila e 2500 dipendenti. Un trend crescente della disoccupazione che a differenza delle sdrammatizzazioni di Alfonso Prat Gay, ha spinto il senato argentino ad approvare d’urgenza una legge per impedire i licenziamenti fino a fine 2017. Un intervento fortemente voluto dal Frente para la Victoria (partito del precedente governo) e sostenuto dal Senato per un chiaro deterioramento del rapporto di fiducia politica conseguito con la vittoria delle elezioni. Rimedi che tuttavia non risolvono il problema, ma lo posticipano con l’augurio che la situazione nel mentre migliori.

Ma intanto l’inflazione non sembra ridursi e secondo l’ex presidente del Banco Central de Argentina, Alejandro Vanoli, quest’anno giungerà ad un livello del 50% proprio a causa dell’incremento del debito estero e ciò porterà ad un aumento dei prezzi dei beni alimentari (già in forte crescita) e all’aumento della disoccupazione (nonostante la citata legge in approvazione). Intanto lo scorso 26 aprile il governo argentino ha reso pubblico l’avanzamento di una nuova richiesta di pagamento di un debito collegato ai tango bonds del 2001. Questa volta è l’investitore texano Mohammad Ladjevardian a reclamare il frutto dei propri investimenti davanti al giudice Griesa. Si tratta del primo dei creditori che non hanno accettato il compromesso offerto dal governo Macri, a farsi avanti e chissà come andrà a finire questo nuovo calvario finanziario. A breve, torneranno FMI e BM nel paese del Cono Sud per ‘guidare’ il governo neoliberale verso un futuro più ignoto che mai, ma come ha affermato il 22 aprile Jack Lew, segretario del tesoro degli Stati Uniti «il ritorno dell’Argentina ai mercati internazionali di capitali e il reinserimento nell’economia mondiale rappresenta un traguardo non solo per l’Argentina, ma per tutto il sistema finanziario del mondo».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->