lunedì, Aprile 19

Argentina: i conti non tornano

0
1 2


Il neo presidente argentino Mauricio Macri individua il nodo cruciale del suo inizio di mandato nella risoluzione del contenzioso con i creditori esteri. Una strategia che punta a riabilitare il paese sudamericano nel circuito finanziario internazionale con un’immagine affidabile e propensa all’interazione con il capitale estero. Dal canto loro, i fondi creditizi esteri avevano dato battaglia legale al governo argentino fino a pochi mesi fa davanti al giudice della Corte distrettuale di Manhattan, Thomas P. Griesa che si era espresso inesorabilmente proprio a loro favore. Una sentenza che ha spinto il circuito internazionale finanziario a dichiarare nel luglio 2014 un default selettivo per Buenos Aires, ovvero la proiezione di un’insolvibilità parziale da parte del paese difronte ai creditori esteri. Verdetto controverso che non si è tradotto in una disperazione di massa per il popolo argentino (come nel 2001), ma che ha ulteriormente contratto credito e investimenti verso Buenos Aires.

Si tratta di un effetto psicologico che agisce sulla percezione del rischio d’investimento e che ovviamente in caso di conclamato default tende ad innalzare la propria soglia di tolleranza escludendo di fatto il paese latinoamericano da ogni possibile interazione finanziaria. Questa la situazione fino al dicembre 2015, ma all’alba del cambio di governo una delegazione argentina ha imbastito una nuova trattativa con i creditori esteri (7 dicembre) presso l’Hotel Astoria a Manhattan con lo scopo di trovare il compromesso ideale per la riabilitazione finanziaria internazionale argentina. Fatti ben illustrati da un approfondimento del New York Times (25 aprile) e presto tradotti da diverse testate. Al tavolo delle trattative Luis Caputo (di lì a poco segretario delle finanze argentine) Jonathan Pollock e Jay Newman, rappresentanti del principale fondo di investimento in causa con il governo argentino ovvero la Elliott Asset Management. E proprio Paul Singer, fondatore e copresidente della Elliott Asset Management, in una nota sul The Wall Street Journal’ (24 aprile), esplica come «i leader argentini hanno voluto usarci come capo espiatorio dei crescenti problemi economici del paese, insistendo sul fatto che i detentori di buoni come noi non avrebbero mai ricevuto un peso» mentre rivolgendosi al nuovo governo aggiunge che «capisce che il cammino verso la prosperità deve iniziare con un nuovo compromesso con l’economia globale e una rapida risoluzione della disputa con i creditori».

Tuttavia sembra esserci una discrepanza tra le affermazioni di Singer e la storia raccontata dal New York Times: il finanziere cita come data di inizio delle trattative  gennaio, mentre per il noto quotidiano newyorchese i contenuti dell’accordo tra le parti sembrano esser stati più che definiti già a dicembre. Singer inoltre parla dei contenuti dell’accordo (per lui raggiunto in marzo) sottolineando come «ha implicato uno sconto significativo, però accettabile dal nostro punto di vista». In termini numerici parliamo di una riduzione del 40% di quanto inizialmente sentenziato da Griesa. Ma proprio la poco desiderata emittente Telesur, lo scorso 24 febbraio metteva in luce quanto stava per accadere e quanto poi si è concretizzato in questi giorni, ovvero un accordo estremamente oneroso per le casse argentine: pagare 6 mila 500 milioni di dollari sui 9 mila milioni di dollari ossia un saldo con sconto del 25%. Una mediazione in cui sembra aver avuto un ruolo il quotidiano argentino La Nacíon e per la quale a renderne noti i contenuti è stato l’avvocato della Elliot Management, Matthew McGill. Un’operazione che comunque garantirebbe un ricavo del 1200% per i creditori esteri ed il ripristino di una condizione di debito cronico da parte del paese sudamericano pronto ad emettere nuovi titoli di debito per accedere a nuovi prestiti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->