martedì, Settembre 28

Argentina e le perplessità su un futuro liberale

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L’Argentina vive una nuova era politica ed economica. Ormai alle spalle il kirchnerismo oggi Buenos Aires rispolvera l’indole neoliberale grazie ad una nuova leadership governativa capitanata da Mauricio Macri. Gli ultimi anni di governo di Cristina Fernández da Kirchner sono stati molto difficili con il Paese del Cono Sud, stretto nella morsa di una crisi finanziaria ed una stagnazione economica.

Dal punto di vista finanziario si è registrata una progressiva e crescente polemica con il FMI. Quest’ultimo accusava la Casa Rosada di pubblicare statistiche non veritiere sullo stato di salute della propria economia, occultando un’inflazione galoppante. Dal lato, invece, propriamente economico il Paese ha vissuto una stagnazione derivante dall’assenza di flussi finanziari dall’esterno, un controlloeccessivo’ sulle transazioni in dollari (con conseguente sviluppo di un mercato nero della valuta internazionale), eccesso di una politica assistenziale sterile ai fini di un ripristino produttivo.

Dal punto di vista internazionale si è acuita la rivalità ideologica con Washington con serie ripercussioni finanziarie (ritorno della diatriba sul pagamento dei creditori stranieri).
Tutte queste congiunture hanno portato Buenos Aires ad un default selettivo (luglio 2014) un fatto che, agli occhi degli investitori esteri, si trasforma nella percezione di un alto rischio di investimento e pertanto si ha un’ulteriore contrazione dei flussi di capitale verso lo stesso Paese del Cono Sud. Oggi, con l’ascesa di Macri alla presidenza si riapre la trattativa con il debito estero e si ristabilisce un dialogo con Washington con l’augurio di ritrovare un equilibrio economico-finanziario nazionale e internazionale.

Cerchiamo di capire i possibili risvolti del nuovo corso politico argentino con l’esperto di geopolitica argentino Carlos Alberto Pereyra Mele. Lo studioso autore dei saggi ‘Diccionario de Seguridad y Geopolitica latinoamericana’, ‘Linea de tiempo de la ocupacion del territorio cordobes desde el 18000 A.C. al 2010’ e ‘Las tropas norteamericanas y la geografia del saqueo’, oggi ricopre la carica di Amministratore delegato della Ong Dossier Geopolitico e di segretario presso il Centro de Interior Estrategicos de Estudios Suramericanos (CEES).

 

Lo scorso dicembre sono finiti 12 anni di kirchnerismo. Questi anni possono essere divisi in due parti: la prima, dal 2002 al 2007, sotto la leadership di Nestor Kirchner, la seconda parte, dal 2007 al 2015, sotto la guida di Cristina Fernández de Kirchner. Può spiegarci brevemente le differenze tra i due approcci politici così delineati?

La grande differenza è che Nestor Kirchner ha inteso costruire una struttura politica per arginare il PJ (Partido Justicialista) con un movimento orizzontale, ma che ben presto tornò alle ‘sue’ origini ovvero al peronismo tradizionale e ai suoi ‘caudillos’ provinciali e sindacali. La sua vedova, Cristina Fernández, invece ha disprezzato le strutture sindacali e del PJ. Ha concentrata con decisione la sua politica su questo tema, su una serie di personaggi che non avevano enclave o un proprio potere politico e sul suo gruppo di accoliti più fanatici (che generalmente odiavano il PJ) e che si identificavano più con le correnti politiche chiamate ‘progressiste’ e che non avevano nulla a che fare con il peronismo.

Cristina Fernández è stata molto criticata negli ultimi anni, soprattutto in merito al ridimensionamento internazionale del Paese. Ci può spiegare cosa è successo?

Queste critiche (errate dal mio punto di vista), vengono dai settori colpiti dalle realtà socio-politiche venutasi a creare a seguito del disastro neoliberale in America Latina e in Argentina (crisi del 2001). L’Argentina in realtà era riuscita a riconquistare il suo prestigio riuscendo ad essere presente in qualità di Paese osservatore nel BRICS e diventando partner strategico ad esempio di Cina e Russia (da qui l’idea che il Paese era fuori dal circuito internazionale appare inconsistente). Abbiamo ricevuto le visite di Xi Jinping e di Putin ed inoltre, Brasile e Cina sono i due principali partner con i quali abbiamo instaurato i più importanti scambi economici. Non si può dire la stessa cosa di Stati Uniti e Unione Europea dove ha avuto una forte influenza una pseudo retorica antimperialista che è stata strumentalizzata dagli oppositori e sostenitori del vecchio regime RRII (in rapporto carnale con gli Stati Uniti) e canalizzata mediante gli apparati mediatici ‘occidentali’ per indurre all’idea che l’Argentina era un Paese antagonista degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Quello che non si dice però è che il governo di Cristina Fernández ha fatto tutto il possibile per ottemperare ai suoi doveri nei confronti del sistema finanziario globale. La stessa presidentessa ha affermato giustamente che il kirchnerismo è stato pagatore periodico del debito estero argentino, come è avvenuto con il FMI o il Club di Parigi. Da poco tempo Buenos Aires ha anche affiancato gli Stati Uniti nella sua politica estera che accusa l’Iran di essere responsabile per gli attacchi contro la comunità ebraica in Argentina (basti vedere i discorsi dei due mandatari in seno all’ONU). Ciò è accaduto fino a quando Washington non ha cambiato la sua posizione con il memorandum di accordo con l’Iran e con il quale si è inimicato la comunità ebraica e lo Stato di Israele. In ambito regionale, Buenos Aires ha seguito il corso della politica estera del Brasile con l’obbiettivo di conseguire una maggiore integrazione regionale in contrapposizione all’ALCA nel 2005. In quella occasione ci fu un brillante lavoro di diplomazia brasiliana per convincere Venezuela e Argentina a rifiutare questa politica in difesa degli stessi interessi nazionali di ogni Paese.

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