martedì, Settembre 28

Argentina e la discussa relazione tra narcotraffico e politica field_506ffbaa4a8d4

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Buenos Aires – Il Natale scorso è stato vissuto con preoccupazione a Buenos Aires (un territorio abitato quattro volte tanto la popolazione dell’Uruguay) a causa della fuga dal carcere di massima sicurezza di 3 prigionieri, condannati per uno dei casi più noti di traffico di efedrina e legato all’importazione di precursori chimici per la produzione su vasta scala di cocaina sintetica, sotto la protezione di organizzazioni criminali messicane.

Marcelo Fabián Sain, Capo della Polizia di Sicurezza Aeroportuale Argentina, in occasione del Seminario sul Traffico Illecito di Droghe negli Aeroporti, ha confermato ciò che pare essere più che un semplice sospetto: «La realtà dei fatti richiede un nuovo approccio, globale e mirato, secondo un’ottica innovativa. Dobbiamo partire da una considerazione fondamentale: la crescita e l’estrema complessità del narcotraffico a livello mondiale è determinata dall’immensa domanda di droghe illegali che continuamente viene sostenuta e ampliata nei paesi centrali, ovvero quelli maggiormente sviluppati dal punto di vista economico, ma, soprattutto, in quei paesi occidentali dove si son sviluppati mercati di consumo al dettaglio sempre più estesi e differenziati».

Jorge Lanata, una delle voci più influenti del giornalismo argentino, ha scritto, nella sua colonna del quotidiano Clarín, che Aníbal Fernández, ex Capo del Gabinetto di Cristina Kirchner, «fu (o forse lo è ancora) il capo (intermedio o principale) di una banda di criminali legata al traffico di droga. I testimoni, le dichiarazioni, i fatti non lasciano alcun dubbio. L’unica motivazione per cui sino ad oggi è riuscito a scampare alla Giustizia è la venalità dei giudici, la sua accondiscendenza al potere politico di turno».

L’opinione dell’esperta Cecilia González, giornalista originaria del Messico ma residente in Argentina, da cui è corrispondente per diversi mezzi di comunicazione, è più che autorevole. Il suo libro “Narcosur”, una sorta di best seller sull’argomento, a partire dal riconoscimento ufficiale della nuova governatrice di Buenos Aires, María Eugenia Vidal, tratta la questione del narcotraffico in alcune aree della politica argentina e afferma che “ad eccezione del discorso, non è cambiato nulla”.

Secondo lei, “in tutto il mondo, il narcotraffico e la politica vanno di pari passo. Ed è evidente che il traffico di droga son si sarebbe potuto espandere così tanto senza l’appoggio, la complicità o la guida di dirigenti politici”. Le chiesi come l’attuale presidente Macri potrebbe porre fine a questa relazione,  a cui egli stesso alluse in diverse occasioni, anche durante il suo primo discorso da presidente tenuto dinnanzi al Congresso: “La prima questione che deve affrontare Macri, che è tra l’altro uno dei tre obiettivi del suo governo, è chiudere con il narcotraffico. Io lo considero un’utopia, poiché nessun Paese ci è riuscito. Con questa idea, Macri rinvia di decenni un dibattito internazionale che sta seguendo un altro percorso, poiché oggi si discute sulle nuove forme di regolamentazione del mercato delle droghe, tra cui la legalizzazione o la decriminalizzazione di chi ne fa uso, affinché essi siano assistiti in quanto ‘persone malate’ e non trattati come ‘delinquenti’”.

La fuga dei 3 condannati dal carcere di massima sicurezza di cui prima si è parlato, si collega ad un fatto che scuoterà la società: tra qualche mese avrà inizio il processo pubblico contro José Luis Granero, ex capo della Segreteria di Programmazione per la Prevenzione della Tossicodipendenza e la Lotta al Narcotraffico. Si tratta di un uomo chiave per conoscere i dettagli sulla cosiddetta ‘rotta dell’efedrina’.

A questo proposito, l’autrice del libro “Narcosur”, e non solo, afferma: “Il processo sarà molto importante, in quanto permetterà di svelare, fin quanto è possibile, i legami politici della rotta dell’efedrina, che è stato uno dei casi di narcotraffico più importanti di questi ultimi anni in Argentina. Granero è il più alto funzionario ad esser stato accusato formalmente di aver preso parte al narcotraffico, e prima di lui, i capi della Polizia di Cordoba e Santa Fe”, tra i due distretti più grandi del Paese, al di fuori di Buenos Aires.

Quali sarebbero le azioni che, secondo l’esperienza internazionale, si suggeriscono per risolvere il caso dell’Argentina? Secondo Cecilia González “non esistono raccomandazioni specifiche per un solo Paese, in quanto valide a livello mondiale. In generale esistono due tendenze”:

1) Continuare a combattere il narcotraffico, come affermò Nixon agli inizi degli anni ’70, mediante la criminalizzazione dei consumatori, la militarizzazione della lotta antinarcotici e la proibizione della marijuana, cocaina, eroina e droghe sintetiche, e molte altre droghe.

2) Rendersi conto del fatto che la guerra al narcotraffico fallì perché si non pose fine al consumo, alla produzione e ai rapporti con i narcotrafficanti e capire che è necessario avviare adeguate politiche affinché gli Stati regolamentino la produzione e la vendita di droghe, prevengano i rischi legati al consumo e decriminalizzino chi ne fa uso.

Entrambe le posizioni verranno discusse il prossimo aprile, a New York, in occasione Dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, sul problema delle droghe. Secondo González, autrice anche del libro “Escenas del periodismo mexicano”, e collaboratrice ai libri “72 Migrantes” e “Tú y yo coincidimos en la noche terrible”, entrambi progetti collettivi che riscattano storie di vittime della guerra al Narcotraffico in Messico, “i criminali non vedono limiti”. González suggerisce, inoltre, di mettere a fuoco il giro d’affari che ruota attorno al narcotraffico: “Il centro di tutto è il potere che gli viene riconosciuto da un mercato che, secondo stime delle Nazioni Unite, frutta 350 mila milioni di dollari l’anno”.

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