sabato, Maggio 8

Argentina, Boudou alle corde field_506ffb1d3dbe2

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Amado Boudou

 

La parabola politica di Amado Boudou, Vicepresidente della Repubblica Argentina, sembra essere ormai inoltratasi nella sua fase calante. La recente richiesta da parte delle autorità giudiziarie di aprire un fascicolo su di lui nell’inchiesta relativa al caso della Ciccone Calcográfica potrebbe infatti affossare definitivamente le ormai esili speranze di succedere alla Presidente Cristina Fernández de Kirchner nelle elezioni che si terranno nel 2015. Nei giorni successivi alle richieste di avviare l’istruttoria, Boudou ha cercato di salvaguardare la propria immagine istituzionale, presentandosi spontaneamente in Tribunale per presentare documenti che dovrebbero rispondere ad ogni dubbio dei giudici e seguendo regolarmente le attività del Senato, della cui Presidenza è titolare. Tuttavia, appare sempre più chiaro come Boudou, abbia ormai perso influenza in ambito governativo, anche a causa di fattori politici estranei alle recenti vicende giudiziarie. Anzi, queste ultime potrebbero imporre, piuttosto, di chiarire gli equilibri interni al Partido Justicialista (PJ) in vista delle elezioni che sanciranno il passaggio, almeno nominale, al ‘post-kirchnerismo’.

Amado Boudou è, in effetti, un rappresentante a pieno titolo dell’ ‘era K’, cioè della decade in cui la scena politica del Paese è stata dominata dai coniugi Kirchner (prima con Néstor, Presidente dal 2003 al 2007, quindi dall’attuale titolare). Come questi ultimi hanno notoriamente tratto notevole vantaggio economico dalla propria posizione politica, osservando il proprio patrimonio lievitare da 7 a 89 milioni di pesos tra il 2003 ed il 2011, così anche Boudou sembra aver approfittato delle proprie cariche a scopo finanziario. Tuttavia, mentre a più riprese la giustizia argentina ha dovuto ‘soprassedere’ ed archiviare i procedimenti avviati per presunti illeciti nell’arricchimento dei Kirchner, nel 2012 i magistrati trovarono evidenze ben più consistenti a carico dell’allora appena eletto Vicepresidente e già Ministro dell’Economia nella precedente squadra di Governo. Quest’ultimo ruolo non viene citato in modo casuale: proprio in grazia della sua carica, Boudou avrebbe adoperato la macchina statale per le operazioni su cui i giudici stanno cercando di far luce.

Il ‘caso Ciccone’ (o ‘Boudougate’) riguarda, infatti, il salvataggio della storica Ciccone Calcográfica S.A., un’impresa fondata nel 1951 e nota per avere più volte ottenuto commissioni dal Governo per stampare banconote ed altri documenti ufficiali. Indebolita da scelte finanziarie errate negli anni Novanta e quindi dalla crisi del 2001, la società si trovava otto anni dopo nella condizione di dover chiudere i battenti per la scadenza dei contratti col Governo relativi alla stampa di passaporti e carte di identità. Nell’agosto 2010, in effetti, l’Amministrazione Federale delle Entrate Pubbliche (AFIP) otteneva la dichiarazione di fallimento per la Ciccone, dalla quale si esigeva di saldare anche un debito di 239 milioni di pesos. La storia della società stampatrice, che sembrava ormai definitivamente chiusa, si riapriva neanche due mesi dopo in seguito all’intervento di due società, London Supply e The Old Fund, il cui interessamento permetteva il ritiro della dichiarazione di fallimento e, in novembre, la richiesta all’AFIP da parte del Ministero dell’Economia di una speciale moratoria per l’estinzione del debito. L’inverno successivo, la The Old Fund di Alejandro Vanderbroele riprendeva il controllo dello stabilimento, nel frattempo occupato da un’altra società, la Boldt S.A., e rinominava la Ciccone in Compañía de Valores Sudamericana.

Proprio l’intervento da parte del Governo sollevava però le perplessità della Magistratura, che nel 2012 istituiva un’indagine in seguito alle denunce della moglie di Vanderbroele, Laura Muñoz. Secondo la donna, infatti, il marito sarebbe stato solo un prestanome: il vero acquirente della Ciccone sarebbe stato il Ministro Amado Boudou. Nonostante quest’ultimo avesse a più riprese negato ogni rapporto col nuovo direttore della Compañía, gli inquirenti scoprivano presto che Vanderbroele aveva pagato affitto e abbonamento televisivo di un appartamento intestato al Ministro. La replica di Boudou tradiva una certa vena kirchneriana’, accostando le indagini del giudice Daniel Refecas alla «mafia di Magnetto», vale a dire dell’amministratore delegato del Gruppo Clarín, con cui il Governo è notoriamente in conflitto. Ciononostante, l’indagine proseguiva e giungeva alle conclusioni divenute di pubblico dominio giovedì scorso: secondo la richiesta di istruttoria, quelle del Ministro sarebbero state «negoziazioni incompatibili» con la propria funzione, soprattutto relativamente all’intenzione di The Old Fund di giungere, attraverso l’acquisizione della Ciccone, ad accordi con lo Stato Nazionale «per la produzione banconote di corso legale».

Nel gennaio 2012, infatti, la direttrice della Casa de Moneda, Katya Soledad Daura, informava la Banca Centrale della Repubblica Argentina (BCRA) della volontà di incaricare la Compañía della produzione di nuove banconote da 100 pesos. Dietro alla richiesta era difficile non vedere la mano di Boudou: non solo Daura era stata nominata dal Ministro (nel frattempo divenuto Vicepresidente della Repubblica in seguito alle elezioni del precedente ottobre), ma proprio quest’ultimo aveva già incaricato la società della produzione di materiale pubblicitario per il suo tandem elettorale con la Presidente Fernández. Dopo alcune resistenze, legate soprattutto alla permanente fragilità della società stampatrice, la Presidente della BCRA Mercedes Marcó del Pont ritirava comunque le riserve e la Compañía avviava la stampa delle banconote nel maggio successivo.

Questo aspetto della presunta malversazione getta luce su un altro punto di debolezza per Boudou: le stesse politiche monetarie applicate da Ministero dell’Economia e BCRA, che, più in generale, creano ormai un motivo di imbarazzo per l’Amministrazione kirchnerista. Non va infatti dimenticato che il cosiddetto ‘cepo cambiario’, ossia gli ostacoli posti dal Governo all’acquisizione di dollari da parte dei cittadini argentini e ‘saltato’ solo due settimane fa, fu posto in essere proprio con Boudou alla scrivania del Ministero dell’Economia, nell’ottobre 2011. Benché, attualmente, al suo posto sieda il giovane Axel Kicillof, sembra prevedibile che il fallimento di un orientamento già di per sé decisamente impopolare possa indebolire ulteriormente la posizione del Vicepresidente. Così come altri esponenti dell’orbita kirchnerista, tra i quali Marcó del Pont, Boudou ha sempre negato il quadro complessivo (l’impossibilità di accedere legalmente alla valuta statunitense) pur rivendicando la bontà delle misure che lo costituivano. Tuttavia, mentre la stessa Marcó del Pont, ma anche il Ministro per il Commercio Interno Guillermo Moreno ed l’immediato successore di Boudou al Ministero dell’Economia Hernán Lorenzino, venivano rimossi dai loro incarichi, il Vicepresidente è rimasto in piedi, difeso dagli altri esponenti del Governo. Perdendo, contestualmente, influenza e peso nelle decisioni.

Mentre l’Esecutivo, infatti, faceva quadrato per difenderlo, denunciando per tramite del Capo di Gabinetto Jorge Capitanich il «linciaggio mediatico» da lui subito, diveniva chiaro che gli equilibri in vista delle elezioni del prossimo anno iniziavano a modificarsi per l’ennesima volta. Apparentemente in ascesa dopo le elezioni dell’ottobre 2011, già sei mesi dopo Boudou era visto da alcuni analisti come un ‘cadavere elettorale’, per poi tornare tra i possibili candidati alla nomina presidenziale alle prossime elezioni, ottenendo appoggi all’interno dell’alleanza kirchnerista Frente para la Victoria e riconoscimenti in forma di critica da parte dei fuoriusciti centristi del Frente Renovador. Con la già menzionata rimozione di Moreno e Lorenzino, suoi stretti collaboratori, però, la posizione di Boudou peggiorava nuovamente: nello stesso Gabinetto di Governo, negli ultimi tempi il Vicepresidente sembrava ormai non contare più nulla.

Se possibile, la tutela da parte di Capitanich  -fautore ma non creatura del ‘sistema K’ in quanto già Capo di Gabinetto sotto la Presidenza di Eduardo Duhalde- sembra ora ratificare in modo ancor più netto una svolta nella lotta alla successione di Cristina Fernández de Kirchner. Durante l’assenza per malattia di quest’ultima, infatti, ad esercitare de facto le funzioni di reggenza non sembra esere stato l’incaricato formale, cioè il Vicepresidente Boudou, bensì proprio il Capo di Gabinetto. La difesa da parte di quest’ultimo, in altre parole, sembra confermare il nuovo equilibrio di potere all’interno dell’Esecutivo, che deve tutelarsi proprio dall’apparentemente irresistibile ascesa del leader del Frente Renovador, Sergio Massa, e, soprattutto, da quella linea economica ascrivibile alla camarilla di Boudou e ad oggi politicamente nefasta. Se il kirchnerismo vorrà sopravvivere a se stesso, dovrà cambiare senza rinnegarsi, e questo è quel che sembra indicare il mantenimento di un Vicepresidente ormai delegittimato.

 

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