martedì, Giugno 22

Architettura del paesaggio e sensibilità per il verde field_506ffbaa4a8d4

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La situazione dei giardini storici in Italia è a un punto significativo e critico insieme: essi costituiscono una preziosa testimonianza della cura del paesaggio sin dall’antichità, con particolari caratteristiche legate alla scelta dei fiori, delle piante, delle essenze arboree che li arricchivano, insieme alla decorazione scultorea o vegetale appositamente adattata da sapienti giardinieri, al servizio dei principi o dei signori loro detentori. Lo sviluppo dei giardini tra Settecento e Ottocento risponde ad altre istanze, più allineate alle esigenze del contesto sociale e della persona umana, fino alla creazione dei ‘giardini domestici’ e dei parchi cittadini, destinati alla comunità urbana per svago e riposo.

In Italia nel corso del XIX secolo vennero fondate anche apposite scuole per la formazione dei giardinieri, figure importanti per la cura del verde (pubblico o privato), utili anche per lo sviluppo di una sensibilità verso tali problematiche, che oggi sembrano quasi trascurate, soprattutto per il disinteresse della classe politica, e che comporta il triste declino del patrimonio italiano in tema di architettura del verde.

Ci illustra l’argomento Massimo de Vico Fallani, noto architetto Conservatore di Parchi e Giardini Storici; già Direttore dei Parchi Medicei per la Soprintendenza ai Monumenti di Firenze negli anni Ottanta, mentre dal 2006 al 2008 ha ricoperto lo stesso incarico per i Parchi Archeologici dell’allora Soprintendenza Archeologica di Roma. Membro del Comitato Nazionale per lo Studio e  la Conservazione dei Giardini Storici presso il MIBACT e Coordinatore del Percorso del Restauro dei Giardini Storici per la Scuola di Specializzazione in Restauro dei Monumenti presso la Facoltà di Architettura a Valle Giulia dell’Università Sapienza di Roma, ha accompagnato la sua attività professionale con vari studi, ricerche e opere scientifiche e divulgative.

 

Quando nasce il concetto di giardino come ambiente organizzato e con regole ben precise in ambito italiano?

Come periodo siamo tra il tardo-antico e gli inizi del Medioevo, un’epoca per l’Italia assai critica a livello sociale e politico, ma tale concetto di giardino è legato ai franchi, e in particolare a Carlo Magno, cui si deve una ‘rinascita’ diffusa dalla Francia in tutto il Centro Europa.

Tuttavia è nei monasteri benedettini, con i primi e diversificati giardini dei monaci (quello medicinale, delle piante aromatiche, il giardino cimiteriale con piante diverse poste su ogni sepoltura, ecc.) che si realizza concretamente in Italia la prima forma di giardino con fiori non ornamentali, ma da recidere come decorazione per la liturgia in chiesa. Esso si localizza nel Chiostro Grande dei monasteri. Qui esisteva la figura specifica del ‘monaco botanico’, diversa dal prelato che non aveva contatti con l’ambiente esterno, e che permise la ripresa del giardinaggio e dell’agricoltura, dato che poteva uscire dal monastero e insegnare, migrando per il territorio, ai contadini e ai borghesi, le varie tecniche di coltivazione che quelli adattavano poi alle loro esigenze.

A tale azione clericale si unisce la promulgazione del ‘Capitulare de Villis’ di Carlo Magno, con istruzioni sempre sulle tecniche di coltivazione e l’obbligo di produrre nelle zone agricole. Avere un’idea chiara dei primi giardini sorti fuori dai monasteri non è facile, perché non se ne ha nessuna memoria o traccia, tranne alcuni cenni letterari. Dopo il Duecento, da ‘Il romanzo della rosa’, una serie di romanzi miniati, si ricavano informazioni sul giardino medievale come arredo, come scelta delle piante, come tecniche di coltivazione (che valgono anche per l’orto), ma anche come fatto estetico. Tuttavia, non è noto se quanto illustrato fosse davvero realizzato, sebbene nel Decamerone di Boccaccio (terza giornata) lo si segnali come luogo proprio di alcune dimore nobiliari.

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