venerdì, Maggio 7

Archeologia e diplomazia Intervista a Maria Antonietta Rizzo

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Attraverso il Centro di documentazione e ricerca sull’archeologia dell’Africa settentrionale e del Maghreb dell’Università di Macerata è stato possibile mantenere aperto un canale di comunicazione fra il nostro Paese e la Libia anche in situazioni di crisi politica e difficoltà di rapporti a seguito dei recenti disordini che hanno segnato la realtà di quella nazione.

Tale Centro venne fondato nel 2001 da Antonino Di Vita, professore di Archeologia presso l’Università di Macerata e grande specialista dell’Africa del nord, dove aveva lavorato sul campo per moltissimi anni, dopo essere stato consigliere culturale del governo libico fra il 1962 e il 1965, come già altri illustri studiosi italiani a cavallo della Seconda Guerra Mondiale. È singolare che quanto si verificò già nel 1951, quando Giacomo Caputo venne richiamato a prestare la propria opera in Libia dagli Inglesi che dopo il conflitto avevano stabilito un protettorato su quella nazione ma seppero riconoscere la competenza e la serietà di uno studioso italiano nella gestione dei beni culturali, torni a verificarsi anche oggi, quando la diplomazia sceglie di avvalersi della specificità dei nostri archeologi per riallacciare contatti altrimenti spezzati dagli eventi storici e giunge a ricucire attraverso la ricerca in ambito umanistico e culturale legami difficili da riannodare altrimenti.

Oggi la Libia è teatro di grandi sommovimenti, seguiti al fenomeno della ‘primavera araba’, ma quanto diffuso da studiosi italiani a seguito dell’espansione coloniale nell’Africa del nord, l’insegnamento fornito anche attraverso la scuola e che ha formato una nuova generazione di libici attenti al loro patrimonio artistico e culturale, ha consentito al paese di evitare la devastazione di intere zone archeologiche scavate dagli italiani tra gli anni Venti e Novanta del secolo scorso e di salvaguardare musei e magazzini dalla furia della guerra civile, in parte ancora in corso.

La dedica del Centro dell’Università di Macerata al suo fondatore Di Vita è avvenuta in occasione diun convegno organizzato questa primavera per ricordare i 45 anni di attività dell’ateneo in Libia, evento cui hanno partecipato tutte le autorità libiche interessate e che è stato oggetto di attenzione anche da parte del nostro Ministero degli Affari Esteri, che vi ha colto un’opportunità per avvicinare alcuni esponenti della politica culturale locale e riprendere contatti anche con il governo centrale della Libia.

Abbiamo intervistato al riguardo Maria Antonietta Rizzo, professore associato di Archeologia all’Università di Macerata e Direttore della Missione in Libia di tale ateneo.

 

Di che cosa tratta il Centro dell’Università di Macerata e da chi è stato fondato?

Il Centro dell’Università di Macerata raccoglie la documentazione sull’archeologia dell’Africa romana e del Maghreb. Ha più di 20.000 fotografie a cominciare dagli anni Venti, migliaia di vecchie lastre fotografiche in vetro, disegni, acquerelli e altri documenti che vanno dal 1920-30 fino agli anni Ottanta e Novanta: infatti vi sono confluiti anche i fondi dei primi Soprintendenti alle Antichità della Libia fino alla Seconda guerra mondiale, ultimo dei quali è stato Giacomo Caputo che fu poi richiamato nel 1951 dagli Inglesi che avevano occupato la Libia dopo il conflitto e volevano una persona italiana di grande competenza e che aveva già operato al meglio nel paese, anche se l’Italia aveva perso la guerra. Nel Centro è poi confluito in gran parte il materiale documentario dell’archivio di Antonino Di Vita, che dopo Caputo e Vergara Caffarelli (in carica fino ai primi anni Sessanta) è stato consigliere culturale del governo libico dal 1962 fino al 1965 e con Giacomo Caputo aveva raccolto altri fondi storici e libri antichi sull’attività di ricerca italiana in Libia. Il Centro è stato fondato proprio da Di Vita nel 2001 che ne ha fatto un punto di ricerca appoggiato ad una istituzione pubblica (l’Università di Macerata, appunto) per poter conservare al meglio tale documentazione così preziosa. Il Centro è ovviamente perfettamente agibile, consultabile e visitabile, anche se si stanno ancora facendo le operazioni di inventariazione e digitalizzazione dei materiali ivi conservati, parte dei quali sono anche richiedibili per esigenze di studio.

Come si è svolta la ricerca italiana in Libia prima e dopo l’indipendenza di questo paese?

La Libia è stata oggetto di conquista e colonizzazione da parte dell’Italia tra il 1911 e il 1912, ma i grandi lavori di scavo dei principali insediamenti di epoca romana nel paese sono iniziati negli anni Venti con figure di grandi Soprintendenti come Salvatore Aurigemma, Renato Bartoccini e Pietro Romanelli che con Giacomo Guidi individuarono Leptis Magna, Sabratha e Cirene che erano tra le più grandi città del Mediterraneo antico. Cirene era stata già fondata in epoca greca e vi si parlava greco, mentre Leptis Magna e Sabratha erano maggiormente legate al mondo punico e quindi a Cartagine: tutte erano sepolte dalla sabbia, soprattutto le ultime due poste nella Tripolitania. Così gli studiosi e archeologi italiani, con i grandi mezzi finanziari e di operai messi loro a disposizione dal regime fascista, che aveva come obiettivo e come ideologia di riportare in auge la grandezza di Roma, riuscirono appena in una ventina d’anni a riportare in luce queste grandi città del Mediterraneo. Con l’avvento della Seconda Guerra Mondiale le ricerche si sono solo in parte interrotte, perché fino al 1943 i lavori sono proseguiti, poi c’è stato il fermo durante il conflitto e nella fase di protettorato degli inglesi su Tripolitania e Cirenaica, finchè nel 1951 furono richiamati gli Italiani, con Giacomo Caputo come Soprintendente. In seguito si trattò di lavori di risistemazione degli scavi condotti prima della guerra, e nel 1962 con Antonino Di Vita si ripresero le ricerche e i restauri di quanto ritrovato. Nel frattempo vi erano già altre Missioni italiane attive nel paese e in tutta l’Africa settentrionale, che non hanno cessato mai la loro attività di ricerca, dall’instaurazione della monarchia di re Idris nel 1951, poi il quarantennio di Muhammar Gheddafi, quindi la primavera araba che favorì il governo transitorio fino a quello attuale, le autorità libiche non hanno mai fatto mancare all’Italia i permessi per le ricerche ed hanno sempre rispettato il nostro lavoro. Anche quest’anno, ad aprile, prima che succedessero i recenti episodi disordini, legati alla crisi politica che ora la Libia attraversa e che impediscono di entrare nel paese, abbiamo potuto operare tranquillamente. In sostanza, i lavori delle Missioni italiane nel dopoguerra hanno riguardato, oltre ad alcune ricerche sul campo, la sistemazione dei grandi scavi estensivi condotti prima del conflitto mondiale, ma soprattutto sono state portate avanti tantissime opere di restauro architettonico sui monumenti, opere di anastilosi (ovvero di ripristino e ricostruzione anche in alzato) delle grandi strutture ricoperte dalla sabbia a seguito di distruzioni e cadute accidentali (ad esempio per terremoti o spoliazioni) e che perciò si prestano agevolmente ad essere rimontati. Questa è indubbiamente una novità per la Libia, e soprattutto per la Tripolitania antica.

Come si è realizzata la cooperazione internazionale per il riassetto delle istituzioni libiche dopo la Seconda Guerra Mondiale?

C’è stato, come già detto prima, un protettorato, cioè una sorta di controllo, da parte degli Inglesi sulla Libia, soprattutto con Richard G. Goodchild che era un ufficiale dell’esercito ma anche uno storico ed archeologo: quindi ancora una volta gli archeologi e gli storici sono serviti in un momento di crisi a mantenere in vita i rapporti con le istituzioni locali, ma sono stati anche una forma di penetrazione dell’Occidente in Africa, come si è verificato anche in Turchia  per i rapporti con l’impero ottomano alla fine del secolo scorso e in altri paesi del Medio Oriente. Durante tutto il dopoguerra, dal 1945 in poi, c’è stato tutto un succedersi di rapporti stretti dapprima con gli inglesi, poi ancora con gli italiani, che hanno aiutato lo stato libico a rimettere in piedi le loro istituzioni anche per quel che riguardava la tutela e la conservazione del patrimonio artistico e culturale. Tutti questi rapporti con la Libia sono stati dunque molto frequenti, e soprattutto Di Vita nell’ultimo cinquantennio ha fatto sì che molti studenti libici di epigrafia e storia antica facessero grandi esperienze di studio all’estero, in Italia ma anche in Inghilterra, e dando a costoro, ma anche ad ispettori alle antichità libiche, la possibilità di venire in Italia a perfezionarsi con borse di studio, oppure offrendo nella sede universitaria di Macerata dei dottorati di ricerca triennali, per acquisire nuove metodologie sul campo e di ricerca, o per imparare meglio la nostra lingua stringendo anche legami personali molti forti. Così la conoscenza dell’italiano si è potuta diffondere meglio tra gli studiosi tra gli anni Sessanta e Novanta del Novecento, anche se non al livello della Tunisia dove tutti parlano correntemente anche il francese. Il Ministero egli Esteri italiano ha sempre favorito tali rapporti amichevoli, contribuendo anche largamente con finanziamenti per le opere di restauro intraprese dagli studiosi italiani in Libia, tra cui possiamo ricordare l’Arco di Settimio Severo (un quadriportico di 30 metri di altezza, decorato con straordinari rilievi relativi alle campagne militari dell’imperatore), o il Mausoleo fenicio-punico di Sabratha (il più grande dell’Africa settentrionale con i suoi 23 metri di elevato), che sono stati rialzati per anastilosi da tecnici italiani dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR) con lunghi anni di lavoro, e tuttora sono in corso altri interventi.

In quale considerazione era tenuta l’attività italiana in Libia?

Malgrado persista l’idea del colonialismo italiano in Africa, la Libia ha sempre avuto un ottimo rapporto con l’Italia. Infatti, tranne qualche episodio particolare avvenuto negli anni Venti o Trenta del secolo scorso con la repressione di alcune istanze locali, gli italiani avevano fatto grandi opere pubbliche nel paese, con la costruzione di città e infrastrutture, oltre ai restauri dei monumenti di cui abbiamo già detto, e sono stati molto apprezzati in Libia. Uno dei più illuminati governatori del paese, Italo Balbo, permise ad esempio ai libici di frequentare le scuole italiane sul posto, cosa che non avveniva invece in altre nazioni. Ciò ha consentito la diffusione della nostra lingua, e l’insediarsi di molti italiani nel paese, che vi sono rimasti anche durante la guerra avendo formato una famiglia, fino a che non furono cacciati negli anni Settanta da Gheddafi con la confisca dei beni e delle loro attività, senza che il nostro governo facesse valere le ragioni di tale minoranza all’estero, costituita da oltre ottantamila persone, costrette a rientrare in Italia. Attualmente, tra le due nazioni esistono forti legami anche economici, basati sull’approvvigionamento di petrolio e gas naturale, ma soprattutto a livello culturale.

Quale è stata tale attività negli ultimi 50 anni in tutta l’Africa del nord?

Soprattutto di grande importanza sul piano culturale e del restauro monumentale, grazie all’attività di anastilosi degli anni Sessanta ed estesa fino al 2010, il recupero di necropoli con apparati decorativi pittorici del IV secolo, l’attività di ricerca nelle tre grandi città di epoca romana, condotte dalle maggiori Università italiane a cominciare da quella di Macerata (che ha festeggiato i suoi 45 anni di attività sul post), di Palermo, Urbino, Roma Tre, Chieti e Catania. Altre ricerche si svolgono nel Fezzan, zona interna della Libia, a 1500 km dalla costa, iniziate dal paletnologo Fabrizio Mori, che si è dedicato alla ricerca di pitture rupestri del 6000 a.C.; e altre ricerche preistoriche si svolgono nella zona delle oasi, al confine con l’Egitto.

La creazione del Centro dell’Università di Macerata si deve dunque a un intento di recupero e valorizzazione dei documenti d’archivio e fotografici relativi all’attività dell’Italia in Libia?

Già negli anni Sessanta Di Vita e Caputo ebbero l’idea di raccogliere tutta questa documentazione che riguardava il lavoro dei Soprintendenti in Libia nella prima metà del secolo, per poterla salvare e trasmettere alle generazioni successive. Essa è stata depositata nel Centro dell’Università di Macerata, istituito come centro di ricerca e dove, con i fondi e il personale che si spera di reperire, stiamo cercando di finire di inventariare e digitalizzare. Nel frattempo tentiamo di collaborare anche con altri centri italiani che detengono fondi simili, ad esempio l’Istituto Luce di Cinecittà che ha filmati, documentari, foto e giornali dagli anni Venti ai Sessanta, e l’Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente (ISIAO) che ha ereditato parte dei vecchi archivi del Ministero delle Colonie di epoca fascista, ma che per ragioni economiche è stato da qualche anno commissariato, e non sappiamo dove tali fondi siano finiti, per quanto sotto tutela del Ministero degli Affari Esteri che ne ha almeno evitato la dispersione. Il nostro progetto sarebbe di mettere a confronto la nostra documentazione con la loro e saldare le lacune del nostro archivio, incrementandone la consistenza, anche perché ciò rientra tra gli interessi della Libia, che ci ha richiesto di collaborare per i fondi del Castello di Tripoli.

Sono previste prospettive culturali nei rapporti attuali e futuri fra Italia e Libia e quali?

Noi abbiamo mantenuto dal dopoguerra in poi questa continuità di buoni rapporti con i libici di scambio anche per quanto riguarda le attività culturali e il mantenimento della documentazione di archivio, anche dopo il cambio di governo nel 2011, quello transitorio e quello attuale legittimo, ma con grosse difficoltà interne. Tutti gli accordi che sono in essere ancora oggi sono stati decisi prima del 2011, ossia prima della caduta di Gheddafi, ed essendo accordi che duravano cinque o sei anni, i vari governi libici li hanno mantenuti e si spera che possiamo firmarli di nuovo con un’amministrazione più stabile, passati gli scontri tra le milizie interne e data la difficoltà a comunicare con la Libia altro che via mail. Noi proseguiamo con i nostri studi e spesso vengono fatte traduzioni in arabo delle nostre pubblicazioni per una divulgazione sia in Italia che in Africa, oltre che in inglese per i paesi esteri, ad esempio stiamo preparando gli atti di un convegno svoltosi il 18 maggio a Macerata per ricordare i 45 anni di attività dell’Università in Libia a cui hanno partecipato tutte le autorità libiche interessate e stiamo cercando per la fine dell’anno, sempre che la Libia esca dalle difficoltà interne, di presentare il lavoro in cui italiani e libici operano in stretto contatto sperando che gli accordi tra le due diplomazie possano andare avanti col passare degli anni.

A quando risale la dedica del Centro dell’Università di Macerata a Antonino Di Vita?

Al 18 marzo di quest’anno, in occasione del convegno di cui si è detto prima. Il Rettore e i Direttori dei Dipartimenti hanno deciso che era giunto il momento di dedicare il Centro al suo fondatore, il professor Nino di Vita, scomparso di recente. Questi d’altra parte aveva stabilito nelle sue ultime volontà di lasciare al Centro il suo archivio personale, ancora conservato presso la sua abitazione, che era anche il suo luogo di studio abituale: una volta definite le modalità di questa cessione, tutte le sue carte e le migliaia di libri sull’Africa che egli aveva raccolto durante la sua vita e attività, andranno all’Università di Macerata, al Centro che egli amava tantissimo e che ora porta il suo nome.

Che rapporti vi sono fra questo centro e altre istituzioni italiane, tipo ISIAO?

Il Centro ha una sua autonomia in quanto è un centro di ricerca dell’Università ed alcuni anni fa avevamo rapporti stretti e ottimi con l’ISIAO, tanto che stavamo programmando attività comuni di divulgazione degli archivi anche su piattaforme digitali e web. Anche con l’Istituto Luce, come già detto, avevamo contatti per la documentazione fotografica e di filmati ante-guerra; poi c’è un rapporto con l’Università di Perugia per via dell’archivio di Renato Bartoccini, che fu uno dei Soprintendenti dell’Africa romana prima del Secondo Conflitto Mondiale; altrettanto dicasi con quella di Bologna, dove è confluito l’archivio del Soprintendente Aurigemma. Poi c’è da ricordare che presso il Ministero degli Affari Esteri sono depositati tutti gli atti connessi alla politica italiana di epoca coloniale e delle istituzioni nazionali in rapporto con la Libia. Tutti questi enti sarebbero ovviamente interessati a connettersi col Centro di Macerata, ma servono fondi e personale per portare avanti tali progetti e soprattutto la digitalizzazione dei moltissimi documenti che interessano libici e italiani. C’è poi da registrare la disponibilità del Ministero degli Affari Esteri inglese, perché molti fondi sono stati riversati presso di esso durante la fase di protettorato sulla Libia dopo la guerra, e noi abbiamo preso contatto con Joyce Reynolds, una studiosa molto anziana dell’Africa romana che è stata molto a contatto con Richard Goodchild, plenipotenziario inglese in Libia per il settore culturale, e l’unica a sapere dove sono finiti molti fondi d’archivio dell’epoca: con lei il rapporto è molto più agevole che non con il Ministero degli Esteri inglese per questo tipo di ricerca. Inoltre di recente Joyce Reynolds, insieme con altri illustri studiosi francesi, tra cui Dubuffat, ha istituito un comitato promotore per l’edizione di tutti gli scritti sull’Africa del professor Di Vita, in modo da raccogliere tutti i contributi dispersi in varie pubblicazioni italiane ed estere: questa sarà un’occasione per rendere omaggio allo studioso e per unire tutti questi lavori in una stessa sede.

Quali i rischi che i beni culturali libici corrono (smarrimento, distruzione, ecc.) causa l’attuale situazione di crisi e combattimenti in Libia?

Va detto che finora tutti i grandi siti, come Sabratha, Cirene, Leptis Magna e Apollonia, sono stati salvaguardati dagli eventi bellici; naturalmente anche i loro musei, cosa che può sembrare strana, tranne qualche piccolo episodio in Cirenaica, sono stati tutelati dagli stessi libici, che nei momenti più critici, hanno addirittura provveduto a sigillare e murare tutte le porte delle sedi museali e dei magazzini. Ciò ha impedito saccheggi e devastazioni e va detto che sono stati molto provvidi e avveduti in questo, cosa che invece non è avvenuta in altri paesi, come ad esempio in Siria, cosicchè ad oggi il loro patrimonio storico è di fatto salvo. Ovviamente nessuno è più entrato a visitare i siti e i musei, nemmeno gli archeologi e gli studiosi interessati, perché non si può entrare in Libia, nemmeno come turista, ma alcune aree sono state riaperte di recente per il pubblico locale ed erano visitate da famiglie intere; addirittura nel municipio di Sabratha, in assenza del governo centrale che poi è quello che più risente di questa destabilizzazione, si è provveduto a fare una pulizia nell’area degli scavi, da far invidia a molti siti italiani, e ciò solo a vantaggio della popolazione libica, ma con un grande senso civico e orgoglio nazionale. Non ci sono stati danneggiamenti, almeno a quanto io ho potuto vedere, quando ci sono tornata nel 2011, 2012 e 2013, ed anche le altre missioni italiane non hanno riscontrato guasti o problemi alle antichità del paese. Certamente nella parte della Cirenaica, che è quella più esposta a tali danneggiamenti, ci sono stati molti scavi clandestini, poiché è chiaro che quello che veniva tutelato dalle istituzioni e dal personale dedicato, è ormai molto meno sorvegliato e l’attenzione è molto allentata; proprio in questi giorni abbiamo saputo che a Bengasi è stato istituito una specie di califfato ed è chiaro che le possibilità di controllare da vicino il territorio è impossibile anche per loro. Invece nella Tripolitania, ovvero nella parte più ad Occidente, non si sono verificati episodi di vandalismo o di altro genere, sempre che quanto ci viene riferito dai libici sia corretto e veritiero.

 

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