domenica, Agosto 1

Arabia Saudita, Turchia e l'asse sunnita field_506ffb1d3dbe2

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All’interno dell’area mediorientale si sta profilando una situazione di ridefinizione di equilibrio. Questa prospettiva passa inesorabilmente per la risoluzione la modalità dei teatri di crisi siriano – iracheno e libico. La prospettiva che si sta cercando di mettere in campo da parte degli Stati Uniti è la creazione di un equilibrio di potenza, dove ogni attore ha una zona di influenza definita data dalla impossibilità di predominare sull’altro. Questa prospettiva ha generato una serie di reazioni da parte degli attori regionali, in particolare dopo la riabilitazione economica e politica dell’Iran, soprattutto tra attori regionali di matrice sunnita. Può risultare quindi quasi naturale che gli attori storicamente avversi allo Stato sciita cerchino di attuare misure in grado di bilanciare e contrastare l’influenza riacquistata da Teheran.

L’Arabia Saudita è uno degli attori che maggiormente soffrono la riabilitazione dell’Iran, sotto il punto di vista politico, ma maggiormente sotto quello economico inerente le questioni petrolifere. E’ quindi evidente che le visite ufficiali di Re Salman, prima in Egitto e successivamente in Turchia nel mese di aprile, non possono essere delle semplici visite di cortesia, ma una manifestazione della petromonarchia Saudita funzionale alla costruzione di un asse sunnita comune, al fine di contrastare proprio lo Stato sciita e la sua ritrovata influenza nel quadro mediorientale.

La visita di Re Salman in Turchia è stata caratterizzata da un cerimoniale di tutto rispetto, sedici guerriglieri in costume davanti alla “Casa Bianca turca” di Erdogan, un intero hotel di lusso prenotato, oltre a una cinquantina di mercedes. Ovviamente questo tipo di accoglienza non è stata scevra da critiche. Re Salman ha anche ricevuto da Erdogan la medaglia d’onore della repubblica turca, per il contributo dato dal suo governo per la pace e la stabilità nella regione mediorientale e nel quadro internazionale. Nei giorni successivi si è anche svolta la XIII conferenza dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC), partecipata da una trentina di rappresentati dei Paesi islamici, durante la quale c’è stata una palese accusa del Presidente iraniano Hassan Rohani verso proprio re Salman di strumentalizzare la conferenza al fine di isolare il Paese sciita e di avvantaggiare la politica dei Paesi sunniti, prima fra tutti l’Arabia Saudita. I rapporti tra i due Paesi non sono mai stati buoni, esasperati dalla riabilitazione dell’Iran per mano degli Stati Uniti, la quale ha permesso di tornare sul mercato del petrolio, danneggiando l’Arabia Saudita già in difficoltà.

In realtà una comunione di intenti tra Turchia e Arabia Saudita è già in atto e riguarda la guerra civile siriano – irachena. La prospettiva che unisce i due Stati sunniti è stato fin dall’inizio quella di abbattere il governo di Bashar al-Assad, in quanto governo sciita, alleato di ferro dello stesso Iran e della Russia di Putin. Non è quindi un caso che entrambi siano tra i sostenitori e finanziatori delle frange interne, nonché di milizie e mercenari che combattono contro il regime di Assad. E’ evidente che la caduta di Assad starebbe a significare un indebolimento dell’asse sciita in favore dei due Stati sunniti.

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