sabato, Novembre 27

Arabia Saudita, sempre più verso un’industria locale della difesa L’Arabia Saudita potrebbe entro il 2030 localizzare il 50% della spesa militare. A spiegarci le dinamiche di tale scelta e a che punto si trova il regno saudita, Peter Wezeman, ricercatore presso il SIPRI, e A.E. consulente per la regione MENA in Arabia Saudita

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L’Arabia Saudita è da molto tempo uno dei maggiori clienti per i venditori di armi europei e americani. Gli Stati Uniti continuano ad essere il primo importatore di armi nel Regno saudita, facendo piazzare Riad come secondo Paese al mondo per numero di importazioni nel settore della difesa. Il Regno saudita, però, potrebbe ben presto diminuire la sua dipendenza dai fornitori occidentali. Nel piano Vision 2030 del governo Saudita, l’Arabia Saudita ha in programma di localizzare entro il 2030 il 50% della spesa militare.“Sicuramente è un obiettivo molto ambizioso considerando il relativo poco tempo a disposizione”. Commenta Peter Wezeman, ricercatore SIPRI, Istituto Internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma,  su armi e spese militari.

Tuttavia la decisione saudita non dovrebbe arrivare con sorpresa. L’Arabia Saudita non ha mai nascosto le sue ambizioni egemoniche in Medio Oriente, ambizioni che necessariamente passano da un miglioramento dell’Industria militare, nonché ad una riduzione della sua dipendenza da Washington e dagli altri fornitori occidentali. “Certo”, ha continuato Wezeman,  “economicamente, vogliono tenere il capitale all’interno del Paese e sostenere l’occupazione. É una mossa molto comune ed è molto normale. È parte di un generale piano di sviluppo per l’Arabia Saudita, dato che non potrà sempre dipendere dall’esportazione di petrolio nel lungo termine. Devono diversificare l’economia, e dato che spendono così tanto nella spesa militare tanto vale farlo a casa propria”.

A livello politico, inoltre, la continua retorica anti-Iran, onnipresente nei discorsi pubblici del Principe fanno pensare che la necessità di localizzare abbia anche a fare con l’intensificarsi del confronto con Teheran, accresciuto a seguito dell’intervento saudita nello Yemen contro i ribelli Houthi, considerati alleati dell’Iran. “Sicuramente”, ha aggiunto il Signor Wezeman, “dal punto di vista politico, ogni Paese che ha il tipo di ambizione a potenza regionale che ha l’Arabia Saudita vuole essere il più indipendente possibile in termini di capacità militare ed è per questo che puntano a costruire un’industria locale. É un’equazione molto semplice ed è vero per molti Paesi europei. Anche in Svezia, per esempio, vogliamo essere in grado di difenderci. Specialmente quando in Europa c’è un discorso politico che continua a chiedersi se limitare o meno l’esportazione di armi all’Arabia Saudita, la semplice minaccia di possibili restrizioni alle esportazioni è una chiara ragione per molti Stati nell’investire in industria militare locale”.

Tanti sono i cambiamenti in corso all’interno della società saudita, grazie alle riforme volute dal Principe Muhammad Bin Salman. Dopo aver concesso per la prima volta alle donne di guidare, le riforme hanno toccato anche i vertici militari, quando, un mese fa, MBS ha cacciato molti noti ufficiali, considerati “nemici” del Principe. Inoltre, di recente, a livello europeo si è parlato di diminuire le esportazioni di armi all’Arabia Saudita.”In realtà non ci sono stati veri e propri embarghi a livello europeo. La Francia e l’Italia, per esempio, non hanno mostrato molto interesse nel limitare le esportazioni all’Arabia Saudita, ciò nonostante c’è un continuo parlare di possibili restrizioni. Ad un certo punto questa sarà sicuramente una ragione per l’Arabia Saudita per dire “ok, non ci fidiamo di loro, dell’Europa”, e dovranno cavarsela da soli. Al momento sono ancora dipendenti dalla tecnologia che devono importare dal di fuori e quindi guardano ancora all’Europa. Ma sicuramente hanno la capacità di diventare più indipendenti”.

Per l’Europa l’Arabia Saudita continua a rimanere un attore strategico, visto anche il recente viaggio del Principe a Londra. “Certamente. Per esempio, l’ultimo accordo, o l’ intenzione di firmare un accordo, siglato dall’inglese BAE per la vendita di aerei da combattimento all’Arabia Saudita è un segnale molto importante. Se la BAE non avesse trovato l’accordo avrebbero dovuto chiudere la loro produzione di di aerei da combattimento. L’accordo sarà invece un importante passo avanti per la loro produzione, sintomo di quanto l’Europa, in questo caso il Regno Unito, abbia bisogno dell’Arabia Saudita”.

Ma quali siano i progressi fatti dall’Arabia Saudita in campo militare è difficile da dire. Per quanto i piani di localizzazione non siano segreti, rimane complicato stabilire con quali dinamiche è perché Riad stia affrontando la ristrutturazione e la localizzazione del complesso della difesa.“Come lei ha affermato è molto difficile da definire. Come si fa a misurare? Sappiamo che l’Arabia Saudita sta costruendo una fabbrica di munizioni con l’aiuto della Rheinmentall. Adesso, possiamo presumere che possano costruire le loro bombe, ma cosa fanno veramente?  Stanno producendo tutto il prodotto? O ottengono diversi pezzi da qualcun altro e li assemblano in Arabia Saudita? Aerei? Li costruiranno in Arabia Saudita? Il giro di affari potrebbe essere alto, ma il valore aggiunto basso. Diciamo che producano 30 caccia dal valore di 5 miliardi, ma solo il 10% è generato in Arabia Saudita. Come può dunque Riad misurare a quale punto sono? E come possiamo fidarci delle loro informazioni?É quasi impossibile valutare in quale fase si trovino, soprattutto ora”.

Tuttavia, l’Arabia Saudita, nonostante il processo di localizzazione sia ancora in una fase iniziale, ha un netto vantaggio”, ha commentato A.E, (che ha preferito rimanere anonimo), consulente MENA attualmente operante in Arabia Saudita. “Riad ha un capitale significativo e la volontà politica che dà incentivi a terzisti ad investire a Riad, sicuri della copertura del capitale. Inoltre, non hanno bisogno, al momento, di concentrarsi sul profitto. Un vantaggio non indifferente. Potrebbero diventare esportatori? ”Anche se volessero diventare esportatori prima devono pensare a localizzare. La priorità ora è tenere il capitale nel Paese”.

Si trova sì nella fase iniziale, ma un processo di localizzazione era già stato tentato negli anni 80. “Sì, ha ragione” commenta A.E., ”ma all’epoca il processo era legato alla volontà di rafforzare il settore privato, perché era il settore privato che stava entrando nel programma di localizzazione. Oggi, tuttavia, è un processo a 360 gradi. Ci sono stati cambiamente nella politica economica dell’Arabia Saudita, abbiamo una nascente élite economica, e proprio questa élite ha bisogno di nuove partnership. Inoltre, i cambiamenti sociali all’interno del Paese hanno in qualche modo forzato il nuovo Principe a localizzare. In questo momento l’Arabia Saudita sta cercando di recuperare il gap tecnologico con l’occidente. Tuttavia, la localizzazione di oggi è molto diversa da quella degli anni 80. Si concentra sulla localizzazione della tecnologia e non solo di materie prime. L’Arabia Saudita si vede come un possibile concorrente nel Medio Oriente che può competere con altri Paesi, come gli Emirati Arabi, la Turchia e l’Egitto, ed è per questo che sta spendendo molto in Ricerca e Sviluppo. La crescente importanza politica nella regione ha aggiunto una nuova dimensione al processo di localizzazione, ovvero quella di ottenere prestigio regionale nei confronti di altre potenze come Turchia, Iran ed Egitto”.

Gli Stati Uniti sono il maggior importatore di armi in Arabia Saudita. “Certo, e continueranno ad esserlo. Anche la recente visita di Bin Salman negli USA è la prova che la relazione sia benefica per entrambi. Tuttavia, negoziare con gli Stati Uniti è molto complicato, non forniscono tecnologie facilmente, e quando lo fanno, localizzare richiede molto tempo e sono anche molto più costosi rispetto ad altri Paesi, ed è per questo che l’Arabia Saudita sta guardando altrove, come in Sud Africa per ottenere supporto nel processo di Ricerca e Sviluppo e nell’importazione delle tecnologie.

Nonostante questa mossa sia frutto di un’aspirazione ad un’egemonia regionale, la localizzazione dell’industria delle difesa potrebbe avere anche riscontri positivi per la società civile. “Certamente. Infatti, va chiarito che quando parliamo di Industria della difesa i settori coinvolti sono molti. Non si producono solo armi. Vi sono altre aziende coinvolte, sistemi elettro-ottici, medicina industriale, comunicazione, che vanno perciò a contribuire anche a settori della società civile. Queste ultime possono guadagnare molto dalla ricerca nel campo della difesa, grazie a costi minori ma a tecnologie più avanzate. Sicuramente si producono armi da impiegare in guerre, ma non possiamo limitarci solo a quello”.

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