giovedì, Dicembre 2

Arabia Saudita: pozzo senza fondo?

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Ma il progetto di Mohammad sarà di più ampio respiro e coinvolgerà i più svariati settori della società: infatti, come precisa la Dott.ssa Orlandi,  “prevede poi la promozione del settore privato interno, sia con misure a favore delle piccole e medie imprese, sia con la privatizzazione di altre società pubbliche che gestiscono servizi come l’acqua e l’elettricità. L’economia saudita dovrà poi diversificarsi, puntando allo sviluppo delle fonti rinnovabili, dell’industria mineraria non petrolifera, dei servizi finanziari, della manifattura tecnologicamente avanzata (ICT e componentistica) e del turismo (pellegrinaggi a La Mecca). Infine, Vision 2030 mira a ridisegnare il patto sociale, riducendo il ruolo dello stato quale datore di lavoro e fornitore di servizi, oltre che imponendo forme (minime) di tassazione (si parla di introdurre una tassa sul valore aggiunto al 5% in coordinamento con le altre economie del Golfo).  Il progetto è estremamente ambizioso perché: oggi l’industria petrolifera vale tra il 75 e l’85% delle entrate statali e rappresenta la gran parte delle esportazioni del paese;  la popolazione è in forte crescita e ha una bassa età media, cosa che pone un grave problema di occupazione;  i sauditi sono abituati a scambiare benefici economici con la fedeltà alla famiglia regnante; esistono resistenze culturali alla modernizzazione della società, in particolare nei confronti del ruolo della donna”.  

Tuttavia” – continua Lisa Orlandi – “ la portata innovativa e lo spazio di manovra politica del principe ereditario sono notevoli, come testimonia la rimozione, ai primi di maggio, del vecchio ministro del Petrolio Ali al-Naimi, in carica dal 1995. Al suo posto è stato chiamato Khalid al-Falih, già amministratore delegato di Saudi Aramco e ministro della Salute dalla primavera del 2015. A cambiare non è stato solo il ministro ma anche il nome e dunque le competenze del Ministero, che ora è il Ministero dell’Energia, Industria e Risorse Minerarie, coerentemente con l’intento del principe ereditario di andare oltre il petrolio”.

Re Salman e il Presidente cinese Xi Jinping

Un ulteriore spunto di riflessione ci proviene dalla stretta attualità: infatti, qualche settimana fa, a seguito del viaggio del Re Salman in Cina, il Regno e la Repubblica Popolare Cinese hanno firmato 14 accordi di cooperazione bilaterale per un valore complessivo in grado di generare fino a 65 miliardi di dollari, molti dei quali nel settore energetico. Alla domanda su quale può essere, oggi, per l’Arabia Saudita, la partnership più strategica, anche in vista del programma di diversificazione della sua economia ‘Vision 2030’, l’ esperta del RIE risponde affermando che  “la ‘Special Relationship’ che ha storicamente contraddistinto i rapporti tra Stati Uniti ed Arabia Saudita è andata affievolendosi negli ultimi due decenni, per ragioni sia politiche che energetiche. Sul primo fronte pesa il tema del terrorismo – la maggior parte degli attentatori alle torri gemelle erano sauditi. Sul secondo, conta invece la rivoluzione shale che ha comportato una profonda revisione degli interessi strategici statunitensi, con implicazioni in particolare per l’area mediorientale. Inevitabile l’impatto sulle relazioni con l’Arabia Saudita poiché gli Stati Uniti passano dallo stato di importatore, estremamente bisognoso di assicurarsi le forniture, a produttore che aspira all’ ‘indipendenza energetica’ “.

“Il fatto che” – puntualizza Lisa Orlandi- “ il suo tradizionale ruolo di fornitore degli Stati Uniti sia stato ‘declassato’ alla pari degli altri fornitori, ha spinto il Regno a tutelare con maggior tenacia i propri interessi all’interno di un contesto di puro mercato: anche da qui muove la scelta del novembre 2014 di passare da una strategia di difesa dei prezzi ad una politica di difesa delle quote di mercato, facendo leva sui minori costi di produzione per consolidare la propria posizione di fornitore in mercati rilevanti come quello cinese e statunitense, ma anche europeo, giapponese e indiano. In questi anni di bassi prezzi del greggio, l’Arabia Saudita ha abbassato più volte i propri listini in questi mercati per superare la concorrenza di altri produttori”.

“Anche la scelta di ‘Vision 2030’ ” – aggiunge – “delinea una volontà di svolta in reazione al mutato contesto economico, politico ed energetico internazionale, anche se l’obiettivo di voler affrancare in tempi molto brevi l’economia del Paese dalla dipendenza dalle rendite petrolifere è di certo ambizioso e ottimistico. Cina e Stati Uniti sono entrambi due importanti mercati di sbocco per il business tradizionale saudita, vale a dire la produzione di greggio e derivati. Tuttavia, la minore dipendenza di Stati Uniti a forniture estere a seguito della shale revolution lo rende meno appetibile della Cina. Entrambi rappresentano importanti partner e potenziali investitori, ma entrambi giocano un ruolo diverso ma cruciale nello scacchiere mediorientale. Anche su questo fronte ci si può attendere più un’ alternanza delle relazioni Arabia Saudita-Cina e Arabia Saudita-USA a seconda delle questioni”.

L’ Arabia Saudita è dunque all’ alba di una rivoluzione: sarà in grado di completarla, nonostante i difficili momenti che vive il Medioriente?

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