mercoledì, Dicembre 1

Arabia Saudita: pozzo senza fondo?

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Tra le criticità dell’ accordo, Lisa Orlandi segnala “la collaborazione effettiva da parte dei Paesi non-OPEC. Il cartello non vuole e non è più in grado di incidere sull’offerta mondiale in modo duraturo senza coinvolgimenti esterni; questa “dipendenza” dagli altri produttori può complicare la buona riuscita dell’accordo, specie quando l’interlocutore principale è la Russia che sulla questione dei tagli produttivi ha cambiato più volte bandiera; una stretta aderenza alle quote da parte del cartello, condizione che non è mai stata il suo forte: tuttavia, l’istituzione di un Comitato di monitoraggio sembra rappresentare un elemento a favore di un rispetto delle quote superiore al passato; un eventuale aumento produttivo da parte di Libia e Nigeria, esentate dai tagli. In questa ipotesi, correlata ad un allentamento dei disordini interni, diminuirebbe il peso – e quindi l’efficacia – del taglio concordato”.

Per quanto riguarda la tenuta dell’ accordo, l’ esperta del RIE tiene a precisare che “le prime indicazioni da parte dei paesi che hanno aderito al taglio (soprattutto OPEC) hanno mostrato un’aderenza elevata (anche superiore all’80%), con l’Arabia Saudita che ha dichiarato di aver tagliato più di quanto richiesto. Il mercato ha risposto positivamente subito dopo l’annuncio ma successivamente i prezzi si sono stabilizzati mantenendosi fino a metà marzo intorno ai 55 doll/bbl. Pertanto, è apparso subito chiaro che l’accordo stia fungendo più da stabilizzatore dei prezzi che non da stimolo ad un loro rialzo. Il principale “nemico” è infatti ancora una volta lo shale USA che – sulla scia dei prezzi in salita subito dopo la decisione del cartello – ha ripreso a crescere. Il ministro del petrolio saudita Al-Falih si è già pronunciato a favore di una estensione dei tagli oltre i sei mesi programmati anche se ha sottolineato di non voler – come in passato – assumersi il ruolo di produttore residuale mentre gli altri ‘scartellano’. Si ritiene probabile un’intensa attività diplomatica nei prossimi mesi per tentare di far riprendere vigore all’accordo. Un’aderenza al 100% sembra molto difficile ad oggi. Tuttavia, già un segnale di rispetto e impegno da parte della Russia potrebbe favorire almeno la stabilità e la strada del riequilibrio di mercato”.

L’ anno scorso viene annunciata l’ intenzione del Governo saudita di quotare in borsa tra la fine del 2017 e gli inizi del 2018 il 5% della Saudi Aramco, la compagnia petrolifera nazionale legata a doppio filo con la monarchia saudita. La compagnia petrolifera saudita avrebbe incaricato all’ inizio del 2017 dell’audit delle riserve due diverse società indipendenti: la Gaffney, Cline & Associates e la DeGolyer & MacNaughton.

Lisa Orlandi, premettendo che “esprimere un parere sullo stato delle riserve saudite è a dir poco ardito”, sostiene che  “le stime ufficiali indicano 266 miliardi di barili di riserve, circa il 15% del totale mondiale: il che significa ai ritmi di estrazione attuali, un rapporto R/P di circa 70 anni. Sulla storia delle riserve saudite, qualche ragionevole dubbio c’è da tempo; almeno da quando si passò bruscamente dai 170 miliardi di barili del 1987 ai 260 del 1989, dato che poi si è mantenuto stabile nonostante consumi/export prossimo a 94 miliardi di barili. In sostanza, se i dati sono accurati, significa che il Regno è sempre riuscito a rimpiazzare ogni barile prodotto con nuove scoperte o con una revisione al rialzo delle stime dell’ammontare recuperabile dai campi esistenti. La seconda opzione sembra quella più plausibile in quanto la maggior parte dei grandi campi del paese sono stati scoperti tra il 1936 e il 1970 e nessuna scoperta equiparabile si è verificata da allora.  In generale, vale la pena sottolineare che i profili produttivi “field by field” del Regno sono segreti di Stato noti solo a pochi insider per cui la relativa verifica è sempre risultata impossibile. Le cose potrebbero cambiare con la quotazione in borsa di Saudi Aramco.  L’ingresso alla borsa di New York significa la sottomissione alle rigide regole della Securities and Exchange Commission in tema di contabilizzazione delle riserve. La prima di queste riguarda le cosiddette riserve provate non sviluppate che – secondo la SEC – devono muovere verso lo stadio dello sviluppo entro 5 anni per poter essere contabilizzate. Data la vastità delle riserve saudite, molti esperti del settore dubitano che una parte consistente di queste possa rispettare questa regola. Tuttavia, ad oggi, le prime indiscrezioni sull’audit in corso sembrano essere positive”.

Mohammad Bin Salman Abdulaziz Al- Saud

La decisione di quotare il 5% di Saudi Aramco  e quindi di ottenerne dei ricavi, rimanda fondamentalmente al tentativo messo in atto da Ryad che, come ci ricorda Lisa Orlandi “ha registrato nel solo 2015 un deficit di bilancio di quasi 98 miliardi di dollari, pari a oltre il 14% del suo PIL”, di diversificare la propria economia, rendendola sempre più indipendente dalla risorsa petrolifera. Un anno fa Mohammad Bin Salman  Abdulaziz Al- Saud, Presidente del Consiglio per gli Affari Economici e Sviluppo, annunciava ‘Vision 2030‘, il programma che, rendendo Il Regno, come proclamato dal Re, «un modello di successo globale su ogni fronte», dovrebbe trasformare radicalmente la società saudita, innovandola e ammodernandola, puntando su nuove frontiere, “così da ridimensionare – prosegue l’ esperta –   la centralità dell’industria petrolifera e delle quotazioni del greggio sulla politica economica.La vendita del 5% di Saudi Aramco, la più grande compagnia petrolifera del mondo, porterebbe in dotazione circa 100-200 miliardi di dollari da destinare a un fondo sovrano d’investimento con cui promuovere progetti di sviluppo sia in patria che all’ estero. Le conseguenze per l’azienda possono essere positive. Trasformata in una società per azioni, diventerebbe più trasparente e punterebbe all’ ulteriore sviluppo dei segmenti della raffinazione, della distribuzione carburanti e della petrolchimica”.  

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