mercoledì, Dicembre 1

Arabia Saudita: le molte sfide che attendono il giovane principe ereditario

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Secondo alcuni osservatori, l’uscita di scena di Mohammed bin Nayef e il relativo ingresso in scena di Mohammed bin Salman, non sarà incruenta, come sempre accade per la successione a Riyad, sarà sicuramente occasione di lotte intestine nella estesa famiglia reale saudita, né si conosceranno mai per davvero i retroscena dell’estromissione di bin Nayef.

Al centro delle priorità che Mohammed bin Salman si troverà ora a dover gestire da subito: la riorganizzazione dell’economia interna e le relative riforme, la guerra nello Yemen e la crisi derivante dalla decisione di isolare il Qatar. L’economia e lo Yemen sono terreni ben conosciuti dal principe, temi, per altro, al centro delle ansie di Washington.
Il principe Mohammed, in quanto Ministro della Difesa, ha lanciato la guerra nello Yemen, nel 2015, a capo di un’alleanza militare regionale che combatte i ribelli Houthi, accusati di legami con l’Iran per il controllo del Paese. Nel mese di maggio 2017, di fronte a critiche internazionali sul ruolo dell’Alleanza guidata da Riyad nella crisi umanitaria dello Yemen, il principe ha detto il suo Paese non aveva «altra scelta», se non quella di intervenire militarmente per sostenere il Presidente Abedrabbo Mansour Hadi, a capo di un Governo filo-saudita e riconosciuto dall’Onu. Le milizie Houthi «rappresentano una minaccia per la navigazione internazionale» nel Mar Rosso, ha detto Mohammed spiegando che «se avessimo aspettato, le minacce sarebbero cresciute» arrivando a «rappresentare un pericolo per l’Arabia Saudita», stessa.
Le accuse di violazione dei diritti umani in questi anni sono state molteplici e sono arrivate da molte parti. Lo scorso gennaio, Human Rights Watch ha detto che alcuni dei raid sauditi potrebbero elevarsi acrimini di guerra’  -che per altro già erano denunciati dai corrispondenti in loco fin dal 2015. La catastrofe umanitaria che oramai a livelli tali nel piccolo Paese del Golfo che preoccupa anche gli strateghi americani, i quali considerano che lo strumento militare non sia più difendibile, deve per forza lasciare il posto a una soluzione politica.

Il principe Mohammed è l’artefice di un ambizioso piano, ‘Saudi Vision 2030’, per trasformare l’economia sauditain crisi più di quanto appaia entro il 2030. Un piano che mira a ridurre la dipendenza del regno dal petrolio e dare il via ad un virtuoso processo di sviluppo del settore privato. L’Arabia Saudita, il più grande esportatore di greggio nel mondo, ha subito un duro colpo con il crollo dei prezzi del petrolio registrato nel 2014. Secondo ‘Visione 2030’, l’Arabia Saudita venderà quasi il 5% di Aramco, di proprietà dello Stato -la più grande compagna petrolifera al mondo del valore stimato tra i duemila e i 2.500 miliardi di dollari americani-, il che significherà far fare al regno il primo passo verso la privatizzazione del colosso energetico. L’obiettivo è quello di creare un fondo sovrano del valore di duemila miliardi di dollari, il più grande fondo di investimento di proprietà statale in tutto il pianeta. ‘Visione 2030’, mira anche a un aumento di sei volte delle entrate non petrolifere del Governo, dagli attuali 43,5 miliardi a 267. Altresì, il piano punta all’aumento delle esportazioni non petrolifere e all’incremento del contributo del settore privato al prodotto interno lordo (PIL) dall’attuale 40% al 65%, espandendo l’industria locale, il che dovrebbe ridurre la disoccupazione e aumentare la forza lavoro femminile dall’attuale 22% al 30%. Questo piano è tutt’altro che un affare interno, infatti la stabilità interna saudita che potrebbe derivare dalle riforme economiche è alla base degli sforzi contro il terrorismo islamico e alla sconfitta dell’ISIS.

E proprio il terrorismo e l’ISIS sono l’altro fronte sul quale l’erede al trono è chiamato misurarsi.
Il principe Mohammed è uno dei principali artefici della decisione dell’Arabia Saudita di isolare il Qatar presa all’inizio di questo mese assieme ad altri sette Paesi arabi. Una decisione motivata dall’accusa a Doha di intrattenere legami con il rivale sciita Iran e di facilitare i finanziamenti a gruppi terroristici. Mohammed, nella sua qualità di principe ereditario e vice Primo Ministro, sovrintenderà alle conseguenze della crisi diplomatica. Le divisioni tra gli Stati del Golfo costituiscono una minaccia per la loro sicurezza e mettono a rischio gli sforzi contro il terrorismo e la capacità di gestire il rapporto con l’Iran. Proprio l’Iran sarà l’altro grande banco di prova del Principe Mohammed bin Salman, si dovrà capire se sarà capace di superare l’asprità dei toni per costruire un percorso di dialogo con un Paese che sta lavorando sempre più sulledebolezze’ e incongruenze della politica americana e dei suoi alleati per rafforzare la sua influenza nell’area. E’ di ieri l’incontro tra il Premier iraqeno, Heidar Al Abadi, in visita ufficiale in Iran, con la guida suprema, l’ayatollah Seyyed Ali Khamenei., durante il quale la guida suprema ha fatto dichiarazioni molto dure sia nei confronti degli Stati Uniti che dell’Arabia Saudita. «
Fidarsi dell’America è il più grande errore che un popolo può commettere; dovete considerare proprio l’esperienza dei curdi iracheni; in diversi periodi gli americani li hanno sostenuti ed in altri momenti importanti li hanno abbandonati, sacrificandoli ai propri interessi. Proprio questi americani sul bombardamento chimico di Halabja e lo sterminio degli sciiti nel periodo di Saddam cosa hanno fatto oltre al sostegno a Saddam?», ha ricordato Ali Khamenei.
Si tratterà di vedere se Salman saprà costruire un approccio comune con gli USA per aiutare l’Iraq a raggiungere la stabilità e sostenerlo nella lotta contro l’ISIS, oramai in uscita da Mosul, se dovesse fallire l’Iran potrebbe soppiantare gli Stati Uniti nel Paese -l’incontro di ieri lo dimostra. E a questo punto la lotta contro il terrorismo ISIS potrebbe essere un percorso in salita. E qui si inserisce quanto alcuni analisti americani pongono come urgenza di Salman: tutelare l’estromesso Mohammed bin Nayef, il cui ruolo nella lotta al terrorismo è stato riconosciuto dai più.

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