martedì, Ottobre 19

Arabia Saudita: in attesa della NATO araba c’è il problema dell’Esercito

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Le cifre sopra esposte necessitano di un approfondimento, quando si parla di petromonarchie  il denaro non basta, ci vuole il meglio. L’Arabia Saudita potrebbe tranquillamente stipendiare, con i suoi investimenti per la difesa, i 234 mila soldati di cui parla nei documenti ufficiali. Il problema che si pone nella realtà è che questi 234 mila soldati sono stipendiati, appositamente chiamati tra le fila dei migliori eserciti del mondo per difendere gli interessi del Paese. Può sembrare assurdo che una potenza economica come Riyadh non abbia sufficiente influenza economica e politica per spingere i suoi concittadini a combattere in nome dei Saud, eppure è quello che succede.

Le famiglie più importanti ed influenti non manderebbero mai i loro figli maschi a combattere in zone dimenticate del globo terrestre, soprattutto quando non vedono minacciato il loro stile di vita e il loro petrolio, così pagano cifre considerevoli alla monarchia per evitare il servizio di leva. Le famiglie che si possono permettere tale salasso economico sono moltissime e per questo i giovani maschi destinati alle file dell’esercito sono esautorati dal servizio attivo. Bisogna sottolineare che abbiamo parlato di servizio attivo, cioè il recarsi materialmente sul campo di battaglia in uno scontro diretto con il nemico, niente vieta a questi giovani rampolli di vestire le divise degli ufficiali e sfilate alle parate militare nazionali, è un loro pieno diritto.

Anche in questo caso l’apparenza vale più della sostanza e mostrare gli ufficiali in perfetta uniforma da cerimonia marciare compatti davanti ai regnanti emana quel senso di ordine e rigore che ormai tutti sanno essere una facciataVenendo a mancare il cambio generazionale e non avendo motivazioni che gli spingono a combattere i sauditi, nelle forze armate sono pochi e poco preparati. I vertici di comando nella maggior parte dei casi non hanno studi specifici e muovo gli uomini sul terreno ispirandosi soprattutto ai libri di storia dove si narra dei grandi condottieri europei.

Un problema, quello delle milizie a pagamento, che rischia di diventare un rischio enorme soprattutto in fase di riduzione dei bilanci.
Non è sicuramente un rischio che si paleserà nell’arco di qualche settimana o mese, ma nell’ordine di anni. Tenendo presente quanto i Saud temano il dissenso interno, come reagiranno mercenari e figli della monarchia, quando ognuno reclamerà il suo posto nelle forze armate?

Le forze terrestri sono quella componente la cui importanza è indiscussa in tutte le formazioni militari, occidentali e non. Ryadh invece ha puntato moltissimo sulla flotta aerea, che si annovera tra le più importanti al mondo, vicina per importanza a quella americana. Ampiamente rimpinguata dagli alleati a stelle e strisce, che hanno utilizzato l’Arabia Saudita come banco di prova e armeria in caso di necessita, gli aerei da combattimento del Paese sono tra i migliori in circolazione. La flotta degli F35 è seconda solo a quella statunitense e la differenza è solo di qualche centinaio di esemplari.

Tuttavia avere una flotta armata e pronta a tutto non significa avere in mano la supremazia dei cieli del Medio Oriente: la componente aerea per quanto sia più immediatamente utilizzabile, è anche quella che richiede più maestria ed esperienza tattica. In Yemen si è messa a dura prova la strategia aerea saudita, che si è rilevata massiccia ma inconcludente.

La componente navale è un punto a favore dei sauditi che la usano per proteggere i loro interessi mercantili soprattutto da quelli che sono piccole avvisaglie del Governo di Teheran perpetrate con i pasdaran. È composta da 15.000 uomini dei quali 3.000 della Royal Saudi Naval Force. Anche in questo caso il numero è comunque incerto anche se per i fanti di marina la struttura si basa su due brigate, una per flotta.

Innumerevoli sono i dati sulle artiglierie pesanti e leggere di cui dispone il Paese, salvo alcuni casi certi di vendita apertamente dichiarata, la reale potenza di fuoco dei Saud rimane solo stimabile a grandi linee. L’enorme arsenale non serve solo all’Arabia Saudita per attaccare e minacciare i suoi nemici storici, ma funge da armeria anche per i Paesi alleati del circuito sunnita. Diversi armamenti utilizzati dallo Stato Islamico pare siano misteriosamente arrivati da Riyadh, le fonti sono incerte ma considerato che il Califfato è un regime dichiaratamente sunnita, è una teoria scioccante ma tuttavia plausibile.

Allo stato attuale dei fatti, la monarchia saudita deve prepararsi per terreni di scontro multipli e sempre più articolati, che prevedono non solo l’utilizzo di grandi armamenti e schieramenti ma soprattutto strategia militare mirata e risolutiva. Una delle grandi pecche dell’Arabia Saudita è proprio quello di aver puntato tutto sul denaro e sul conseguente acquisto di materiale bellico da Paesi terzi, le catene di comando (escludendo quelle affidati ad esterni) sono inesistenti e assolutamente non qualificate. In Medio Oriente avere un apparato militare capace di contrastare molteplici minacce è decisivo per la sopravvivenza del Paese stesso.

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