martedì, ottobre 16

Arabia Saudita, donne alla guida verso l’emancipazione Intervista a Ersilia Francesca, professoressa associata di Storia dei Paesi Islamici all’Università L’Orientale di Napoli

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Una notizia che ha fatto il giro del mondo in questi giorni è stata quella della concessione, da parte del Governo saudita, della possibilità di guidare per le donne. Un sostanziale cambio di rotta in uno dei Paesi islamici che più rimarca, ancora oggi, una netta separazione dei ruoli fra uomo e donna.

Un cambiamento che fa capo ad una serie di fattori, non solo di tipo sociale, che ne hanno determinato la realizzazione. Se, da una parte, le lotte per i diritti e per l’emancipazione femminile siano ormai costanti in Arabia Saudita, così come in gran parte del mondo arabo, a determinare la decisione dell’Amministrazione saudita sembrano essere intervenuti anche fattori di altro tipo.

Per capire meglio il punto della questione, ne abbiamo parlato con Ersilia Francesca, professoressa associata di Storia dei Paesi Islamici all’Università L’Orientale di Napoli.

Da cosa deriva questa concessione per le donne saudite?

Si tratta di un evento di grande rilievo, se si pensa che l’Arabia Saudita era l’unico paese arabo ad avere questo divieto. Un divieto ufficioso ma non ufficiale. Tutto questo nasce sì da una nuova visione del delfino Mohammed Salman, ma anche grazie all’attivismo delle donne, tra cui alcune icone della protesta come Manal al-Sharif, attraverso campagne mirate, come quella sotto l’hashtag #idrivebymyself. Donne che sono uscite in piazza, che si sono state fatte arrestare. Quello che è successo nasce da un lungo processo, non è casuale. Assistiamo ad un’apertura della Arabia Saudita verso una prospettiva diversa dei rapporti di genere. Non dimentichiamo che tutto questo viene anche dopo un’altra importante iniziativa, quella relativa al diritto elettorale, sia attivo che passivo, e in seguito a quanto fatto dalla Tunisia, che ha abolito il divieto per le donne di sposare un non musulmano. Sono due grandi notizie e dei passi molto importanti verso la parità di genere nel mondo arabo, arrivati anche grazie ad anni di attivismo da parte delle donne.

Come si è arrivati a questo cambio di rotta?

Innanzitutto bisogna ricordare che questo permesso di guidare non è immediato, sarà attuato fra circa un anno (giugno 2018), anche se le donne saudite titolari di una patente presa in uno degli stati del CCG, possono già guidare un’auto in territorio saudita. Ci sono alcune problematiche burocratiche che vanno affrontate prima di mettere in atto il decreto. Le donne hanno l’obbligo di portare il velo, che le lascia scoperto solo il viso, se non solo gli occhi. C’è un problema di sicurezza: un vigile urbano che ferma una donna al volante avrebbe problemi ad identificarla. Ci sono quindi una serie di misure che rendono la questione un po’ complessa. Andando al cuore del problema, le donne saudite, se vogliono andare a lavorare, devono guidare. Ci sono state diverse proteste da parte delle donne, dal momento che dovevano spendere parte del loro stipendio per pagare gli autisti che le accompagnavano a lavoro. Da oltre quarant’anni l’Arabia Saudita ha un programma di educazione di massa, questo significa che  le donne sono sempre più istruite. Il livello di istruzione delle donne è salito in maniera clamorosa dagli anni ‘60 ad oggi, arrivando quasi alla pari con quello maschile. Nelle università ci sono addirittura più iscritte donne che uomini, anche perché gli uomini possono andare all’estero più facilmente. È sempre più complesso dire a queste donne, che in alcuni casi hanno anche studiato all’estero, che una volta terminati gli studi devono starsene a casa. Tutto questo si innesta poi nella visione del delfino saudita di un Paese più aperto, esplicitata nell’annunciato programma Saudi Vision 2030.

Qual è stata la reazione del mondo arabo a questa apertura?

L’abolizione del divieto di guidare l’auto per le donne saudite è stata salutata positivamente in tutto il mondo arabo anche se con certo scetticismo. Non bisogna dimenticare che

questi passi avanti nell’emancipazione femminile si sono scontrati con una classe religiosa saudita, ispirata al più rigido wahabismo, che osteggia fortemente i cambiamenti. La guida delle donne è stata osteggiata anche sul piano giuridico-religioso, dicendo che poteva intaccare la struttura della famiglia, con qualcuno che si è spinto a sostenere come la guida poteva danneggiare le ovaie e quindi essere dannosa per la riproduzione. È un Paese stretto tra una certa istanza al cambiamento, ma anche con una forte pressione perché le cose non cambino. Tuttavia, come ha detto in un twitter l’attivista Manal Sharif, promotrice della campagna women2drive: “L’Arabia Saudita non sarà più la stessa. La pioggia inizia con una goccia”.

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