mercoledì, novembre 14

Aquarius: esperti di diritto internazionale in campo La Società Italiana di Diritto Internazionale e di Diritto dell’Unione Europea pubblica oggi una Lettera aperta di precisazioni mentre il Professor Giancarlo Guarino ipotizza il reato di trasferimento forzoso

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Ieri, mentre da Napoli a Forlì andavano in scena manifestazioni di protesta contro la scelta del Governo italiano di chiudere i porti alla nave Aquarius con il suo carico di oltre 600 ‘disperati’, e tra Palazzo Chigi e l’Eliseo prendeva sempre più consistenza quella che oggi assume la forma di una vera e propria crisi diplomatica -con il Ministro degli Interni Matteo Salvini che pretende le scuse della Francia, in assenza della quali  il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dice, farà bene ad annullare l’incontro con il Presidente Macron- il Gruppo d’Interesse sul Diritto del mare attivo nell’ambito della Società Italiana di Diritto Internazionale e di Diritto dell’Unione Europea, ha redatto una Lettera aperta, sulla quale oggi partiranno le sottoscrizioni.

I proponenti, esperti in particolare di diritto internazionale del mare, provenienti da varie università e centri di ricerca italiani, hanno sentito la necessità di rivolgersi all’opinione pubblica per precisare gli obblighi che tutti gli Stati hanno qualora si trovano ad agire in mare in relazione al soccorso e salvataggio di navi in difficoltà. L’intento della ‘Lettera’, cui si può aderire dal sito www.sidigimare.wordpress.org, è quello di esporre in termini precisi e in forma sintetica, complesse questioni giuridiche che spesso sono trattate dai commentatori e dai mass media con troppa superficialità, ci spiegano dal Gruppo.

Quattro i punti forti.

«In primo luogo, il dovere di tutelare la vita umana in mare è imposto, dal diritto internazionale, a tutti gli Stati (costieri – attraverso un complesso sistema di ripartizione di obblighi di ‘search and rescue’ – e di bandiera – per il tramite degli equipaggi a bordo delle navi). Così si esprime la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, facendo peraltro propria un’antica consuetudine internazionale. Tale dovere, per sua natura, non può rivestire carattere esclusivo, e il mancato adempimento da parte di uno Stato non costituisce adeguato fondamento per il rifiuto di ottemperare opposto da un altro Stato. Nell’ultimo, positivo sviluppo della vicenda della nave Aquarius la Spagna ha dato una plastica dimostrazione di questa circostanza.

In secondo luogo, pur non possedendo sufficienti informazioni (e anche per questo senza voler prendere posizione sulla controversia in corso tra Italia e Malta), quanto appena osservato ci porta a ritenere insufficiente, perché uno Stato possa dirsiliberatodel dovere di dare accoglienza nei propri porti a una nave in difficoltà, il fatto che un altro Stato abbia coordinato il soccorso della nave attraverso il proprioRescue Coordination Center’ (RCC). Ciò, se non altro, per il banale motivo che tale interpretazione disincentiverebbe ogni attività di coordinamento di soccorso, con effetti contrari allo spirito stesso di cooperazione sotteso all’esistenza di una rete internazionale di centri di soccorso.

In terzo luogo, la chiusura dei porti. Tale misura non è di per sé esclusa dal diritto del mare, ricadendo i porti nell’ambito dell’esclusiva sovranità dello Stato. La possibilità di attuarla dipende tuttavia dall’esistenza (o meno) di accordi bilaterali tra lo Stato del porto e quello di bandiera (e dal contenuto di tali accordi) nonché dalle specificità di ciascun singolo caso. Il rifiuto di accogliere in porto una nave potrebbe quindi configurare una violazione del dovere di salvaguardare la vita umana in mare qualora la nave in oggetto si trovi in difficoltà, se non addirittura una forma di respingimento di massa, anch’esso vietato dal diritto internazionale (nella specie, dalla Convenzione europea sulla salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali).

In quarto luogo (e in estrema sintesi), il ruolo dell’Unione europea. Che il regolamento europeo (cd. ‘Dublino III’) che individua lo Stato membro competente per l’esame di una domanda di protezione internazionale (Reg. (UE) n. 604/2013) debba essere rivisto è fuor di dubbio, essendo lo stesso stato concepito senza tener conto delle dimensioni dei flussi migratori che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. Si tratta, però, di un tema diverso da (benché collegato a) quello delle migrazioni per mare: non è infatti a causa di Dublino, bensì della sua posizione e conformazione geografica che l’Italia si trova ad essere il punto di approdo naturale dei migranti provenienti dal continente africano. È dunque giusto che il nostro Paese spinga per una revisione del sistema di Dublino (che fa gravare sull’Italia l’esame di un numero troppo elevato di domande di protezione) e insista nel chiedere ai partner europei una più equa ripartizione degli sforzi (logistici ed economici) necessari per fronteggiare le emergenze umanitarie che le migrazioni per mare portano con sé» .

Elementi che il nostro opinionista Professor Giancarlo Guarino, Ordinario, fuori ruolo, di  Diritto Internazionale all’Università di Napoli Federico II, aveva evidenziato nel suo intervento di ieri.

Il riferimento ripetuto del Governo italiano al fatto che le navi delle ONG battono bandiera di vari Paesi è irrilevante, interviene oggi Guarino, perché non si tratta di navi pubbliche ma private e quindi il principio per cui lo Stato della bandiera assume anche la responsabilità di chi si trovi a bordo della nave non vale.

L’accordo, citato, tra Italia e UE per cui in cambio di altri vantaggi l’Italia si impegna a portare i migranti presi in mare in Italia, fino a prova contraria è ancora valido.

Il trasbordo di parte dei passeggeri dell’Aquarius su navi militari italiane, pone quelle persone sotto la protezione della bandiera italiana e quindi obbliga a rispettare nei loro confronti tutte le leggi italiane: il Governo italiano crede che il principio valga per le navi delle ONG e non per quelle italiane, fa notare l’incongruenza Guarino.

Essendo quei migranti su navi pubbliche italiane, sono in territorio italiano in senso stretto, per cui possono inviare un fax o un mail alla Corte europea dei diritti dell’uomo ed attivarne le procedure contro l’Italia;

Infine, “qui con qualche dubbio”, afferma Guarino, “il trasferimento forzato di persone, su navi pubbliche e su navi accompagnate forzosamente da navi pubbliche, determina la responsabilità italiana a norma dell’art. 7.d e c dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale”.

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