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Apuane: emergenza democratica ambientale nazionale field_506ffb1d3dbe2

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Oggi, secondo e ultimo giorno di ‘serrata’ delle cave di marmo di tutto il distretto apuo-versiliese decisa dagli imprenditori del settore lapideo per protestare contro il Piano paesaggistico firmato dall’Assessore Anna Marson, che, dopo vari rinvii, doveva essere votato il 26 giugno scorso dalla specifica Commissione del Consiglio Regionale della Toscana e nel quale si chiedeva di sospendere ogni attività sulle montagne alle spalle della Versilia. La Commissione ha votato contro, ma la proposta di messa al bando dell’attività di estrazione nel parco sarà ora nuovamente messa ai voti durante la decisone finale del Consiglio Regionale oggi 1 luglio.
A sostegno del Piano dell’Assessore Marson, si è costituito il comitato ‘Salviamo le Apuane’, il quale in poco tempo ha raccolto 60 mila firme. Tra le firme raccolte dal comitato spiccano anche noti intellettuali, come il professore emerito di letteratura italiana all’Università di Roma La Sapienza Alberto Asor Rosa, lo storico dell’arte della Federico II di Napoli Tomaso Montanari, il docente di Architettura all’Università degli Studi di Firenze Paolo Baldeschi, ma anche rappresentanti di comitati locali come il Presidente della ‘Rete dei comitati per la difesa del territorioMauro Chessa.

Il provvedimento, concordato con Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MiBACT) il 24 dicembre scorso, nella stesura originaria fissava regole rigidissime per le attività estrattive, in particolare dentro al Parco delle Apuane. Il Piano paesaggistico dell’Assessore Marson ha scatenato polemiche e proteste, tra le quali anche la netta contrarietà del Presidente del Parco, ed è stato oggetto di scontri anche con alcuni Sindaci e aziende, che hanno portato a modificarlo più volte fino a dettare regole per la valutazione di impatto ambientale volta ad autorizzare le future escavazioni e a introdurre una classificazione delle cave. In sostanza si cerca di frenare il taglio delle vette al di sopra dei 1200 metri e di limitare l’estrazione del marmo a seguito dell’apertura di nuove cave all’interno del parco stesso, facendo salve le concessioni esistenti per le vecchie cave, ma limitandole con una serie di particolari accorgimenti che rispettino il territorio.

La Commissione si è dimenticata, però, di dar conto delle numerose e sistematiche inadempienze delle aziende impegnate nelle attività estrattive: la mancanza di raccolta delle acque a piè di taglio, l’assenza o il mancato utilizzo degli impianti di depurazione (spesso esistenti solo sulla carta), i rifiuti abbandonati nelle cave dismesse, la mancata attuazione dei piani di ripristino, una diffusa e impunita inosservanza di regolamenti e prescrizioni. Si sono trascurati, altresì, l’inquinamento delle falde acquifere, delle sorgenti e dei torrenti, la diffusione di polveri sottili, e in sostanza degli innumerevoli danni ambientali e paesaggistici inferti sinora alle Apuane.

Questa versione del Piano non convince né le aziende che estraggono il marmo e che sono legate all’uso di questo materiale per scopi non soltanto architettonici, ma ne prevedono un utilizzo anche per altre esigenze (farmaceutiche, cosmetiche, alimentari, ecc.), né la Confindustria che afferma che le nuove norme metteranno a repentaglio 2 mila aziende toscane del settore. «Siamo convinti che l’identità paesaggistica del nostro territorio sia rappresentato dalle stesse cave di marmo, senza le quali le Apuane sarebbero montagne come le altre e non lo scenario esclusivo di oggi, culla e risultato dell’agire umano» dicono gli imprenditori delle aziende lapidee sulle Alpi toscane.

Il Piano paesaggistico cerca in pratica di fermarne la distruzione, mentre comitati e reti locali della regione tentano di sensibilizzare i cittadini sul fatto che un’altra economia di sviluppo è possibile e che è venuto il momento di mettere a punto un piano alternativo di sviluppo per queste montagne. La Carta delle Apuane, redatta nel 2010, già affermava: «Le Apuane sono sottoposte ad un regime monoculturale che mortifica ed impedisce uno sviluppo economico potenzialmente notevole: si afferma dunque che la monocoltura della cava è incompatibile con lo sviluppo economico ed occupazionale del territorio … Le Apuane possono diventare il cuore di un modello economico diverso, più equo e più fertile, che rifacendosi alle ricchissime quantità di risorse naturali, antropiche, idrogeologiche e paesistiche di questa catena, unica nel Mediterraneo e in Europa, possa estendersi alle colline e alle città costiere, nonché ai parchi limitrofi (Cinque Terre, Appennino, Magra, San Rossore) fino a costituire un formidabile complesso sociale ed economico, oltre la crisi e la bolla finanziaria».

«La lobby della speculazione del marmo è entrata in Consiglio Regionale e l’ha fatta da padrone in tutti i banchi, da destra a sinistra. Scene e risultato sono stati vergognosi: nella discussione sul Piano Paesaggistico proposto da Marson, sono spuntati emendamenti così precisi e mirati da rendere inefficace il Piano nella limitazione delle cave di marmo all’interno del Parco delle Alpi Apuane, che se l’avessero scritto direttamente gli industriali del marmo non sarebbero riusciti a fare di meglio». Questa è l’accusa di Legambiente Lunigiana, che lancia l’ennesimo allarme per una delle zone più belle di tutti gli Appennini.

 

Abbiamo intervistato sull’argomento Tomaso Montanari, professore di Storia dell’Arte Moderna all’Università Federico II di Napoli.

Professor Montanari, perché ha deciso di aderire a questa raccolta firme?
Perché credo che la distruzione delle Apuane sia una delle emergenze ambientali, ma anche democratiche, tra le più gravi del nostro Paese. Non è un problema locale, è nazionale, cioè italiano, sia perché queste Alpi sono un luogo straordinariamente importante del nostro ambiente naturale per ragioni paesaggistiche, estetiche, naturalistiche e storiche, sia perché è un caso esemplare in cui una lobby piccola, ma molto potente, che è quella delle industrie estrattive, rischia di condizionare molto pesantemente il processo democratico sostituendosi sostanzialmente ai decisori, mentre credo che l’ultima parola spetti alla politica, come rappresentante della comunità. L’industria del marmo in questi ultimi anni, grazie alla sua tecnica moderna e ad alta tecnologia, ha raggiunto una quantità e un impatto ambientale che permette di parlare proprio di distruzione delle Alpi Apuane.

Come mai si è vista la necessità di sostenere il Piano dell’assessore Anna Marson?
La domanda è sensata perché in una Repubblica bene ordinata non bisognerebbe sostenere i nostri governanti, ma essi dovrebbero farlo da soli. Il problema sta nel fatto che l’Assessore Marson è al centro di una campagna di delegittimazione, quasi di linciaggio: basterebbe vedere l’articolo uscito il 25 scorso su ‘Italia Oggi’, e la lobby legata all’industria dell’estrazione del marmo ha scatenato una vera e propria guerra non solo politica, ma anche mediatica, al fine di criminalizzare la Marson, in quanto colpevole di fare gli interessi degli ambientalisti. Tuttavia io, quale professore universitario, e non politico di professione né ambientalista, ritengo che ella sta facendo gli interessi del pubblico, dei cittadini.

Qual è l’attuale situazione sul territorio delle Alpi Apuane in merito allo sfruttamento delle cave?
La situazione attuale è grave sotto molti aspetti: innanzitutto c’è una mancanza di legalità, perché ad esempio il Codice del Paesaggio proibisce che si taglino le vette oltre 1200 metri, mentre qui si continuano a tagliare e far sparire i crinali e le creste, anche oltre i 1600 metri, con un’alterazione della carta geografica e la distruzione delle montagne. Poi c’è una questione di sostenibilità ambientale, perché non è solo l’estrazione di grandi blocchi di marmo, ma la creazione di grandi quantità di polvere di marmo (ovvero carbonato di calcio) che viene usato anche per altri scopi: l’opinione pubblica ritiene che l’industria del marmo sulle Apuane sia legata all’architettura e alla decorazione urbana, in realtà la stragrande maggioranza di ciò che viene cavato, estratto, finisce in dentifrici, prodotti alimentari, ecc. sicché lo sbriciolamento delle Apuane avviene per altri scopi e ciò ha già raggiunto un ritmo inaccettabile. Infine c’è un problema di inquinamento, perché l’estrazione mediante mine, con esplosioni e altro, altera profondamente l’ecosistema: a cominciare dalla minaccia alle falde acquifere, con l’inquinamento delle acque che alimentano gli acquedotti delle città vicine alle Apuane, dove giunge di tutto, polvere di marmo, ma anche olii esausti, metalli pesanti legati all’uso di lame usate per il taglio dei blocchi di marmo. C’è dunque una emergenza ambientale, direi a tutto tondo.

Il Piano dell’assessore Marson non piace a Confindustria perché rischia di mettere a repentaglio il futuro di 2mila aziende toscane del settore. Lei e molti altri invece lo approvano. Come andrà a finire questa querelle?
Innanzitutto va detto che all’inizio del Novecento nell’industria del marmo lavoravano 14 mila persone, oggi soltanto poco più di 600: quindi agitare il problema dell’occupazione e dei posti di lavoro e contrapporre l’interesse dei lavoratori e dell’economia alla questione dell’ambiente è proprio un falso, è una truffa. Faccio notare poi che recentemente la famiglia saudita Bin Laden è in trattative per acquistare la metà dell’industria del marmo. Lei mi chiede come andrà a finire: non lo so, spero che prevalga il rispetto della Costituzione e che il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi porti a termine il suo mandato popolare facendo gli interessi dei cittadini toscani e non quelli di una piccola lobby.

Crede che le Apuane siano un problema nazionale che va affrontato come la Val Susa e il centro storico dell’Aquila?
Si, credo decisamente di sì, ritengo che le Apuane, per la qualità dell’ambiente che viene messo in gioco e per il problema che riguarda un fatto di democrazia (infatti le decisioni su questioni che riguardano tutta la comunità in una democrazia moderna non possono essere prese su pressioni da parte di una lobby) rappresentano un classico caso di ‘inquinamento’ del processo decisionale democratico che invece deve rimanere limpido e al servizio di tutta la comunità, ed in tal senso questo diventa un problema nazionale.

Se si troverà una soluzione per le Apuane, crede che queste possano rappresentare una vicenda esemplare per guidare nella giusta direzione le scelte relative alla tutela del paesaggio nel nostro Paese?
Penso di sì: se si riuscirà a fermare questa economia di rapina e di distruzione, sostituendovi un’economia sostenibile e compatibile con l’ambiente, avremo più posti di lavoro, più profitto e più reddito, a dimostrazione che è possibile un altro modello di sviluppo. Questa è davvero la cosa più importante.

Le Apuane sono uno dei patrimoni più importanti del pianeta dal punto di vista naturalistico, ambientale, botanico, culturale, storico e antropologico, così definite dalla ‘Carta delle Apuane’, documento a loro difesa redatto dal comitato ‘Salviamo le Apuane’. Cosa crede che il Governo e i cittadini stessi debbano fare, oltre alla raccolta firme, per salvare queste montagne?
Innanzitutto rispettare e applicare la legge: nel caso specifico del Consiglio Regionale della Toscana, approvare il Piano paesaggistico così come è stato scritto dall’Assessore Marson e non accettare delle varianti, delle riduzioni di tutela basate sugli interessi di qualcuno. Insomma, perseguire l’interesse pubblico, la pubblica utilità.

Secondo lei in che modo e con quali mezzi deve essere sensibilizzata l’opinione pubblica sul disastro paesaggistico che si continua a compiere sulle Alpi Apuane?
Prima di tutto bisogna spiegare che è falsa la contrapposizione fra tutela dell’ambiente e lavoro, l’opinione pubblica appare infatti disorientata, perché da una parte c’è la propaganda dell’industria estrattiva e dall’altra c’è la resistenza degli ambientalisti, e i cittadini si chiedono se gli ambientalisti siano dei talebani a cui non importa nulla del lavoro, o invece se quello che ci racconta l’industria dell’estrazione sia una informazione di parte. Bisogna capire e far passare l’idea, che è la realtà, che un altro modello di sviluppo è possibile, che non è vero che vi sia una contrapposizione fra due valori in gioco, sostenuti entrambi da due articoli della Costituzione (l’art. 9 relativo alla tutela del paesaggio e l’art.1 che afferma che la nostra repubblica è fondata sul lavoro): queste due cose sono in realtà compatibili e questa è la sfida della modernità.

Crede che sia stato fatto un pressing in questi anni sui Consiglieri comunali per non far approvare il Piano che avrebbe evitato l’alto impatto ambientale, o c’è dell’altro dietro a questo problema?
No, c’è stato proprio questo pressing. Quello che ci si chiede è dove stia il Partito Democratico (PD) che governa la Toscana, e quindi anche la zona delle Apuane: se stia dalla parte dei cittadini e quindi della legge, o se sia in mano agli interessi degli industriali della zona. Ed è cosa che capiremo nei prossimi giorni.

Gli Italiani sono consapevoli del problema ambientale delle Alpi Apuane?
Secondo me non abbastanza: c’è un cono d’ombra mediatico, perché i giornali non ne parlano abbastanza, e tranne l’articolo che ho scritto su ‘Il Fatto Quotidiano’, non ne visti altri sui quotidiani nazionali. In sostanza, manca la consapevolezza dell’importanza e dell’esemplarità di questo caso.

A Lucca è stato organizzato un seminario di ‘Salviamo le Apuane’ sulla costruzione delle alternative economiche al marmo scavato sconsideratamente su queste montagne. Cosa bisognerebbe fare ancora per tutelarle dall’azione antropica incontrollata?
Secondo me bisogna costruire nei fatti una cosa diversa, per esempio cercando di utilizzare i fondi europei con dei progetti per avviare un nuovo ciclo agrario, o di pastorizia, o anche di turismo escursionistico e culturale: bisogna dare cioè delle alternative concrete, dimostrare che si creano nuovi posti di lavoro. Stiamo parlando di 600 persone, che sono tante, naturalmente, ma avere un tipo di economia alternativa significa creare altri nuovi posti di lavoro e le Amministrazioni locali potrebbero cominciare proprio da questo.

 

 

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