sabato, Settembre 18

Approccio Nazionale Multidimensionale per la gestione delle crisi

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Per molte persone sembra assurdo che esista uno ‘Stile’ italiano nella conduzione delle operazioni militari all’estero. Lo stereotipo che si è portato avanti dall’alba dei tempi è che ogni guerra o missione implicasse l’uso massiccio della violenza e che a farne le spese erano sempre i civili. L’Italia, forse dopo aver subito una dura battuta d’arresto nel secondo dopoguerra, si è concentrata sullo studio e la conseguente messa in pratica di una nuova dottrina capace di cooperare in modo più sinergico con la componente sociale del Paese oggetto della missione. Dallo studio attento e ponderato, ma non esente da critiche, prende forma la capacità dell’Esercito Italiano e delle altre Forze Armate dello Stato di mantenere un Approccio Omnicomprensivo nelle zone d’operazione.

Il termine Comprehensive Approach viene utilizzato soprattutto in ambito NATO o di cooperazione multinazionale all’estero, sul suolo italiano lo Stato Maggiore della Difesa lo identifica come la Dottrina: Approccio Nazionale Multidimensionale per la gestione delle crisi. Questo testo guida non ha mancato di suscitare all’inizio della sua pubblicazione l’ilarità generale dei colleghi militari di tutto il mondo. L’Esercito Italiano risultò poco professionale, attaccato in modo morboso alla presenza o meno di civili e al loro benessere in aree di crisi, ma non solo. Le ferree regole d’ingaggio che proibiscono al personale militare italiano di aprire il fuoco ad altezza d’uomo in caso di minaccia, hanno contribuito all’idea di poca professionalità ed efficienza dell’Esercito e delle Forze Armate.

L’approccio Nazionale è come dice il nome della dottrina un approccio multidimensionale, cioè che vede coinvolte più discipline per poter comprendere meglio il metodo d’azione per uno specifico Paese. Gli studiosi dietro la dottrina hanno sottolineato come non si potesse applicare in tutti i teatri e in tutti i contesti sociali, lo stesso tipo di approccio così come non si poteva utilizzare lo stesso tipo di armamento. Gli uomini andavano “educati” alla sensibilità e alla cultura della zona d’operazione perché senza una cooperazione maggiore con la popolazione la missione poteva passare da una semplice gestione della crisi ad una missione di tipo ‘war’.

Soprattutto grazie allo studio dei movimenti di resistenza italiani ed europei si è compreso che il vero perno con cui contrastare minacce asimmetriche e mutevoli era la popolazione civile. L’Italia appena arrivata in un nuovo teatro, si preoccupa in primis di quelli che sono i bisogni della popolazione e soprattutto dei bambini, quando si instaura un rapporto con la società di dare-avere la missione è destinata ad un successo maggiore. La costruzione ( o ricostruzione ) di strade, acquedotti, pozzi e persino scuole ha permesso all’Esercito di fare davvero la differenza in teatri molto complessi come l’Afghanistan e l’Iraq. Dopo un momento di diffidenza durato diversi decenni, la NATO ha fatto suo l’approccio italiano nelle aree di crisi, amalgamando questa dottrina a quelle esistenti. Ne deriva un Comprehensive Approach nuovo ma non troppo funzionale che se da una parte cerca di conquistare la benevolenza della popolazione e della sfera politica dall’altra continua ad inviare truppe e soldati nonostante il diniego del Paese ospitante la missione.

In tutte le missioni internazionali di stabilizzazione post conflitto non si può dimenticare l’importanza della legittimazione delle forze in campo, non solo agli occhi delle istituzioni locali, ma anche dal punto di vista della popolazione. In questo ambito le Forze Armate italiane sono indubbiamente tra le migliori al mondo avendo mostrato sensibilità per quanto riguarda i rapporti con le popolazioni locali e volontà di amalgamare tutti i fattori di forza che uno Stato può avere: militari, economici, ma anche politici e diplomatici.

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