giovedì, Settembre 16

Apprendistato: Italia indietro rispetto all'Europa Il Paese non soddisfa pienamente i tredici fattori chiave dell'UE

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Apprendistato-foto

L’estate è antropologicamente la stagione delle bufale, si disseminano sui social tra sbadigli liturgici.
Le Camere sono chiuse, i politici in vacanza, come riempire, quindi, il vuoto esistenzial-politico? Con l’Articolo 18, naturalmente, che, è utile ricordarlo, secondo l’analisi dell’Ufficio studi della Cgia, riguarda solo il 2,4 delle aziende, a essere tutelati da questo provvedimento sono invece il 57,6 per cento dei lavoratori dipendenti italiani occupati nel settore privato dell’industria e dei servizi.
In termini assoluti, su poco meno di 4.426.000 imprese presenti in Italia, solo 105.500 circa hanno più di 15 addetti. Per quanto riguarda i lavoratori dipendenti, invece, su oltre 11 milioni di operai e impiegati presenti nel nostro Paese, quasi 6.507.000 lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti: soglia oltre la quale si applica l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (Legge 20 maggio 1970, n. 300) il quale afferma che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo. In assenza di questi presupposti, il lavoratore può fare ricorso.
Prima della Riforma del lavoro del 2012, il giudice – una volta riconosciuta l’illegittimità dell’atto di licenziamento – era obbligato ad ordinare la reintegrazione del ricorrente nel posto di lavoro e il risarcimento degli stipendi non percepiti, oltre che il mantenimento del medesimo posto che occupava prima del licenziamento. In alternativa, il dipendente poteva accettare un’indennità pari a 15 mensilità dell’ultimo stipendio, o un’indennità crescente con l’anzianità di servizio.
La legge n. 92 del 2012 ha modificato il testo dell’articolo 18. Le nuove norme superano l’automatismo tra licenziamento ritenuto illegittimo e reintegrazione del lavoratore, distinguendo tra tre tipi di licenziamento: discriminatorio, disciplinare ed economico.

Mentre tutti si divertono con i retaggi (refusi) dell’art. 18 c’è una interessante analisi sull’apprendistato dal titolo ‘Apprendistato: quadro comparato e buone prassi‘ del Michele Tiraboschi, allievo di Marco Biagi, professore ordinario di diritto del lavoro presso l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, che non ha suscitano grande passione.

Afferma la Commissione Europea che un incremento di un solo punto percentuale dell’apprendistato avrebbe come conseguenza un aumento dello 0,95 del tasso di occupazione giovanile e una riduzione di quello della disoccupazione dello 0,8.
La Commissione Europea indica tredici fattori chiave per il consolidamento di un efficiente sistema di apprendistato.
L’Italia, ne soddisfa ben pochi.
Ma vediamo quali sono i punti paradigmatici per un serio rilancio dell’apprendistato: al primo posto viene indicata l’esistenza di un quadro regolatorio stabile, in Italia siamo già al decimo intervento in tre anni. Segue ruolo attivo delle parti sociali e coinvolgimento delle imprese, anche in questo caso il nostro Paese si allontana dagli standard europei.
Assente il dialogo tra mondo del lavoro e mondo della scuola, mentre nel resto dell’Europa l’apprendistato è un sistema integrato tra mondo del lavoro e scuola da noi è un contratto di primo inserimento incentivato ma poco formativo

Il decreto Poletti, approvato in via definitiva il 15 Maggio, si pone l’obiettivo di semplificare le disposizioni in materia di contratto di apprendistato che si applicheranno ai rapporti di lavoro costituiti a partire dalla data di entrata in vigore della nuova normativa, cioè dal 21 marzo 2014. Le nuove misure, quindi, non riguardano i contratti già in essere.

Il decreto Poletti rende obbligatorio un piano formativo individuale, redatto in forma sintetica, che entra a far parte integrante del contratto e viene firmato contestualmente all’assunzione. Il piano può essere definito anche sulla base di moduli e formulari stabiliti dalla contrattazione collettiva o dagli Enti Bilaterali. Il piano, in funzione della qualifica contrattuale da far conseguire all’apprendista, deve individuare i contenuti, il numero delle ore e le modalità di erogazione della formazione per l’acquisizione delle competenze tecniche, professionali e specialistiche.

Esclusivamente per i datori di lavoro che occupano almeno 50 dipendenti, l’assunzione di nuovi apprendisti è subordinata alla prosecuzione, a tempo indeterminato, di almeno il 20% dei contratti di apprendistato (prima era il 50%) stipulati nei 36 mesi precedenti la nuova assunzione. Sono fatte salve le eventuali previsioni dei Contratti collettivi nazionali di lavoro, che quindi prevalgono nell’individuare limiti diversi da quelli dettati dalla nuova legge.

Per la qualifica e per il diploma professionale vi è l’apprendistato finalizzato al completamento dell’obbligo scolastico. La principale novità riguarda la retribuzione delle ore di formazione che potranno essere retribuite solo in parte. Fatta salva l’autonomia della contrattazione collettiva, al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate, nonché delle ore di formazione almeno nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo. Vengono retribuite solo il 35% delle ore complessive di formazione. 

L’apprendistato professionalizzante è un contratto a causa mista, in cui all’obbligo retributivo si affianca quello formativo. La formazione di base e trasversale (teorico formale), per previsione costituzionale, è di competenza regionale. I Contratti collettivi nazionali di lavoro disciplinano, invece, la formazione tecnico professionale e specialistica (pratica), che può essere svolta in azienda o fuori. La nuova legge dispone che le Regioni comunichino all’azienda, entro 45 giorni dalla comunicazione di instaurazione del contratto di apprendistato, le modalità di svolgimento dell’offerta formativa pubblica, con indicate le sedi e il calendario delle attività previste. Per questa formazione potrà anche avvalersi, in via sussidiaria, delle imprese e delle loro associazioni, se disponibili.

Professor Tiraboschi lo studio ADAPT, commissione Europea  dimostra che 
sull’apprendistato siamo molto indietro rispetto ai nostri concorrenti europei

Dieci interventi normativi negli ultimi quattro anni per non venirne a capo. L’equivoco è che noi pensiamo all’apprendistato come contratto flessibile e incentivato di ingresso al lavoro mentre storicamente e là dove funziona l’apprendistato è un modo diverso di fare scuola formando in ambiente di lavoro i giovani per apprendere arti, professioni e mestieri richiesti dal mercato del lavoro. Da noi si insiste sulle regole e sull’apparato giuridico-formale, in altri Paesi lo si usa come strumento della integrazione e del raccordo scuola-università-lavoro.

Che cosa emerge dallo studio sull’apprendistato?

Si conferma che l’apprendistato, dove applicato correttamente, contribuisce a mantenere bassi i livelli disoccupazione giovanile contribuendo al contempo a sostenere la qualità del lavoro e la produttività fornendo alle imprese forza-lavoro qualificata e con le competenze necessarie per competere sui mercati internazionali 

Quali sono le sostanziali differenze tra il nostro Paese e il resto d’Europa?

Le differenze sono numerose. Rispetto al modello tedesco, che è quello indicato da tutti come esempio da seguire, direi in particolare due. Per prima cosa da noi l’apprendistato è un contratto di lavoro flessibile mentre in Germania, Austria e Svizzera è un modo di fare scuola. La seconda, collegata alla prima, è che in quei Paesi l’apprendistato è indirizzato ai minorenni, anche in chiave di orientamento al lavoro, mentre da noi è offerto alla fine del percorso scolastico e universitario. In numero: da noi solo il 2,8 per cento degli apprendisti è minorenne. Il Germania oltre il 60 per cento.

Quali politiche dovrebbe adottare concretamente il nostro Paese per allinearsi al resto dell’Europa?

Mantenere un quadro di regole stabile e su di esso costruire un sistema di incontro tra domanda o offerta di lavoro basato sulla triangolazione tra scuole, imprese e giovani integrando la formazione scolastica con la formazione in ambiente di lavoro.

Come giudica nel suo complesso il decreto Poletti, quali punti dovrebbe 
affrontare il Jobs Act di Renzi?

Il decreto Poletti liberalizza il contratto a termine e la somministrazione di lavoro mentre le misure sull’apprendistato, almeno nel testo finale approvato dal Parlamento, registra ritocchi formali del tutto marginali. Un giudizio lo darà il campo, dopo un periodo di rodaggio e applicazione. Certo che pare paradossale che, a pochi mesi dalla liberalizzazione dei contratti temporanei, il Governo metta in cantiere una riforma del contratto a tempo indeterminato attraverso ritocchi o modifiche più o meno incisive all’articolo 18. Il rischio è che non avremo tempo di valutare l’impatto del decreto perché a breve cambierà l’intero quadro regolatorio di riferimento  e questo è un male perché per assumere le imprese hanno bisogno di regole certe e stabili nel tempo.

Ogni nuovo Governo afferma che il primo punto da affrontare è il lavoro ma 
l’unica cosa che aumenta è la disoccupazione

Che il lavoro sia la priorità è fuori discussione. Il punto è da che lato lo si affronta. Se si pensa o spera che basti una legge per creare nuova occupazione andiamo fuori strada ed illudiamo o esasperiamo le persone e le stesse imprese.

Si aspettava di piu’ dal Governo Renzi?
E’ decisamente presto per giudicare l’operato del Governo Renzi che pure ha immesso nel nostro sistema politico e mediatico una forte dose di innovazione e cambiamento. Forse il nodo è proprio questo: i continui annunci e il ritmo ad essi impresso ha alimentato aspettative di cambiamento immediato e questo potrebbe rivelarsi a breve un clamoroso boomerang per Renzi.

Come giudicherebbe Marco Biagi le riforme degli ultimi anni in materia di 
lavoro?

Difficile dirlo. L’unica cosa certa è il suo approccio sussidiario ai problemi del lavoro con forte coinvolgimento della contrattazione collettiva e delle parti sociali specie a livello aziendale. Un po’ il contrario di quanto avviene oggi con legge studiate a tavolino con logica centralista e dirigista che poi, anche per questo, rimangono largamente disattese e restano sulla carta in attesa dalla nuova riforma come in una tela di Penelope che resta incompiuta.

 

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