martedì, Settembre 28

App per il contact tracing: i perché del loro fallimento Il problema principale è che, non essendo queste app obbligatorie, e persistendo un alone di scetticismo in relazione all’utilizzo dei dati personali e a presunte violazioni della privacy, in molti casi la loro diffusione si è arrestata, rendendole inefficaci e quasi inutili

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La diffusione del virus non si ferma alle frontiere tra i vari Paesi e per questo in tanti Stati europei sono state adottate delle app per il tracciamento con lo scopo di rompere la catena dei contagi. Non si tratta di strumenti definitivi, visto che vanno ad implementare lo sforzo fatto dalle persone preposte al contact tracing, ma con un diffusione capillare, il loro utilizzo può rappresentare un’arma in più per vincere la battaglia contro questo nemico invisibile e silenzioso. Il problema principale è che, non essendo queste app obbligatorie, e persistendo un alone di scetticismo in relazione all’utilizzo dei dati personali e a presunte violazioni della privacy, in molti casi la loro diffusione si è arrestata, rendendole inefficaci e quasi inutili. Ad ogni modo, a prescindere dallo scarso successo di queste applicazioni nel caso specifico, si tratta dell’ennesimo esempio di come la tecnologia possa aiutarci in situazione concrete, e una dimostrazione ulteriore della necessità di esperti nella programmazione di questi strumenti. Esperti di informatica e di coding avranno sempre più un ruolo rilevante in una società che non può più fare a meno della diffusione dei dati attraverso le reti telematiche. Il corso Hackademy di aulab, un’esperienza formativa intensiva svolta in aula virtuale 4 giorni a settimana, caratterizzata da lezioni live ed esercitazioni pratiche con accesso on demand su un’apposita piattaforma di e-learning, può essere un’ottima opportunità per dotarsi degli strumenti adatti per dire la propria in questo ambito.

Ecco alcune delle criticità che hanno accompagnato il lancio di queste applicazioni.

Il problema della privacy

Si tratta dell’aspetto che di fatto ha rappresentato l’ostacolo principale alla diffusione di queste app.  E ricordiamo che affinché queste app siano in grado di produrre qualche effetto, è necessario queste siano usate regolarmente dal almeno il 60% dei cittadini di un determinato Paese.
Se la percezione che gli utenti hanno di uno strumento come questo non evidenzia problematiche inerenti la violazione della propria sfera privata e dei propri dati personali, allora un numero elevato di persone sarà portata a scaricarlo e ad usarlo. Il problema è che spesso le campagne informative non si sono concentrate sull’illustrazione chiara e semplice del loro funzionamento, causando più incertezze che altro, soprattutto tra quella fascia di popolazione poco avvezza a un certo tipo di terminologia tecnica. 

Il problema della volontarietà

L’approccio della obbligatorietà di questi strumenti è stato adottato con successo in Cina e in altri Paesi caratterizzati da un deficit democratico evidente. Prospettiva che non poteva sicuramente trovare applicazione nel vecchio continente. Ed è per questo che nei paesi europei si è scelta la strada della volontarietà, con risultati a dir poco scoraggianti. In Islanda, paese pioniere in Europa per questo tipo di tecnologia, i primi mesi sono stati incoraggianti, ma l’appiattimento successivo dei dati relativi al download non ha permesso di raggiungere la soglia sperata. E negli altri paesi i numeri sono ancora più eloquenti, nonostante le rassicurazioni da parte dei massimi organi comunitari e dei governi statali.

Il problema della strategia

In tutti i paesi si è scelto di lanciare queste app indiscriminatamente a tutti i cittadini, con tempistiche diverse da nazione a nazione. Ma invece di adottare questa strategia, forse sarebbe stato meglio individuare dei gruppi specifici e partire da quelli per arrivare a una diffusione più capillare. Si tratta della strategia adottata da Facebook agli esordi – e seguita via via da grandi colossi come Uber e Whatsapp – caratterizzata da una partenza in un contesto selezionato (nel caso della creatura di Zuckerberg, l’università di Harvard), passando per un’affermazione a livello locale, sino ad arrivare al lancio globale del servizio. Un’app diffusa prima a determinate categorie ha  la possibilità di confermare le sue capacità, ottenendo riscontri positivi che non possono che attirare l’attenzione degli utenti futuri, e dando la possibilità ai creatori di operare per risolvere eventuali problematiche. In sostanza, senza delle basi solide e una strategia che punta a una diffusione per gradi, le possibilità di fallimento non possono che aumentare.  

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