venerdì, Agosto 6

Apologia del "Selfismo" L'afflizione di ogni autobiografia

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In un bel saggio dedicato all’autoscatto nella fotografia contemporanea, Giorgio Bonomi propone una brillante mappatura del selfismo, genere che da tempo si è popolarizzato fino ad assumere caratteristiche quasi maniacali. Lo studioso indica almeno otto differenti “famiglie” di autoscattisti: coloro che sono alla ricerca di una identità; quelli che invece tendono a celarla, a travestirla, a dissimularla; poi i cosiddetti narranti, che attraverso le immagini intendono raccontare un’altra biografia, oppure una storia del tutto inventata; e ancora gli “esibizionisti”, la cui esperienza estetica si fonda sulla messa in scena del corpo; ma anche i tipi che, al contrario, nascondono il corpo, semmai esponendone qualche traccia significativa, un paio d’ombre, qualche sfumatura allusiva; non mancano quelli che puntano alla denuncia e allo scandalo e ci mettono la faccia, come si suol dire; né vanno sottovalutati gli artisti che ricercano e sperimentano proprio grazie ai selfie, o magari credono di farlo o, peggio, rimangono al punto di partenza; infine i “venditori”, che fanno commercio sessuale della loro immagine.

Nella storia dell’arte, la rappresentazione di sé è stata ricorrente e inevitabile, quasi una forma di congedo dal mondo, talvolta un impietoso profilarsi dell’individuo in tutta la sua debolezza umana. Ciò detto risulterebbe comunque penoso porre in relazione l’autoritratto di Leonardo con il selfismo, poiché il fenomeno odierno si inserisce appieno in quella comunicazione sociale alla quale molti di noi partecipano attivamente. Tra le ragioni dell’esplosione universale di Twitter e di Facebook, non è ultima l’opportunità che, entro questi recinti, ciascuno venga richiamato e possa rispondere a un appello. Presente! Con le sue idee, con le sue rivincite, con le sue piccole gioie o la sua disperazione. La funzione di ricuperare delle individualità disintegrate in una società fisicamente divisa viene svolta appieno all’interno di una palestra organizzata, con limiti e regole precisi, tutelando la “libertà” di inclusione e di esclusione di persone gradite o sgradevoli a seconda del gusto. «A cosa stai pensando?» ci viene chiesto ogni mattina, sebbene la vera questione sia: «Anche oggi desideri far partecipe il mondo dei tuoi pensieri?» E tutti noi, o quasi, rispondiamo di sì, che vogliamo unirci qui e ora ai nostri amici, conosciuti o meno che siano. Eppure, quando invitiamo tutti all’evento che stiamo organizzando, l’amara scoperta sarà che soltanto una piccola quota dei sicuri partecipanti ci è venuta davvero, perché una cosa era quel momento di sincero trasporto, un’altra è stata uscire, spostarsi, esserci.

Ed ecco che il selfie ci aiuta a ribadire la nostra epifania. Grazie alla sua pratica ci illudiamo di incidere sulla realtà dei fatti. La commentiamo in poche battute, quelle essenziali a farci leggere e apprezzare dai nostri followers. Che a loro volta ci riprenderanno, con arguzia chiosando la nostra frasetta, il tutto in un cortocircuito di immobilità che risulta quasi paradossale, se non grottesco. Perché tutto gira attorno all’autorappresentazione del sé, in certi casi di un sé  ipertrofico, in altri di un animo schiettamente generoso. Per altri versi, la tradizione della diaristica e dell’autobiografia contiene in sé elementi di profondo auto-inganno. Perché scriviamo di noi? È una domanda che pongo anche a me stesso, ovviamente, poiché ho pubblicato molto sulle persone e sui fatti della mia vita. Le risposte sono diverse: per primo vi è il tentativo di transitare, sulla via di un percorso privato, in territori altrui, dove le esperienze diventano inevitabilmente comuni (morte, amore, pena, ebbrezza…); poi gioca l’esemplare sapienza di Georges Perec nel maneggiare la quotidianità inapparente restituendole nobiltà di presenza con la parola scritta, con l’opera (letteratura infraordinaria); infine, scriviamo di noi per ricordarci di noi in quel preciso attimo, senza riflettere su quel che verrà dopo, e cioè sul pudore assoluto che ci coglierà all’atto di rileggerci e di non riconoscerci nemmeno.

Questa è la massima afflizione di ogni autobiografia, non differente dall’intimo rimpianto che ci pesa nell’ammirare la nostra passata gioventù, quei nudi che al momento mostriamo con immensa, giustificata spavalderia. Un gesto felice, la cui sfrontatezza davvero non merita neanche un’oncia di moralismo ma soltanto gratitudine per la breve emozione che suscita. Tant’è che trovo pesante ogni discettazione sulla dignità del nudo, maschile o femminile che sia, come se fosse possibile normalizzare quel dato di rottura che la nudità rappresenta in un mondo coperto, come se fosse dato trasgredire senza mantenere dentro di sé la traccia di un “peccato” addirittura necessario. Come se la gentile provocazione in bikini di una giornalista non contenesse in sé il dato dell’ironia nei confronti di un sistema incapace di ragionare al di qua dello scandalo. Ecco perché i selfie appaiono da ogni angolo del nostro orizzonte visivo. È il gigantesco «Guardami!» urlato all’atto della spericolatezza, è lo sporgersi fingendo di cadere, ed è anche, assurdamente, come porgere la mano all’altro. E pazienza se c’è ancora chi pontifica su mezzi e messaggi o sulla sacralità inguardabile del corpo delle donne… Si tratta di intellettuali che le cravatte di Marshall McLuhan non avrebbero il coraggio di annodarle al collo.                

 

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