giovedì, Settembre 23

Apollo e Dafne del Bernini field_506ffb1d3dbe2

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Una delle più belle e celebri sculture di Villa Borghese a Roma è certamente Apollo e Dafne, un’opera giovanile di Gian Lorenzo Bernini, che aveva solo ventiquattro anni quando portò a termine il capolavoro. Il gruppo scultoreo in marmo di Carrara è stato realizzato nel 1622-1625 per il cardinale Scipione Borghese. 

Il mito narra che Apollo, orgoglioso di aver ucciso a colpi di freccia il serpente Pitone, si fece beffe di Eros poiché il dio dell’amore non aveva mai compiuto imprese degne di gloria con il suo arco. Per vendicarsi dell’oltraggio subito, il dio dell’amore colpì Apollo con una freccia dorata, necessaria per far ardere la passione, e la giovane ninfa Dafne con una freccia di piombo, che induce a respingere gli spasimanti.

Dafne era figlia e sacerdotessa di Gea, la Madre Terra, e del fiume Peneo (o Laoconte secondo altre fonti), la splendida ninfa amava intrattenersi nei boschi e cacciare. Apollo si innamorò perdutamente di lei e iniziò a vagare nei boschi alla sua ricerca ma la ninfa, non appena lo vide, fuggì. Il dio iniziò a rincorrerla, pregandola di fermarsi. Siccome Apollo era troppo veloce e stava per raggiungerla, Dafne invocò Gea per domandarle aiuto. La dea, impietosita dalla sua triste storia, la trasformò in una nuova specie di albero che prese il nome di lauro (in greco dafnos) per salvarla da Apollo.

Scrive Ovidio nelle Metamorfosi (I, 555-559): «Apollo l’ama, e abbraccia la pianta come se fosse il corpo della ninfa; ne bacia i rami, ma l’albero sembra ribellarsi a quei baci. Allora il dio deluso così le dice: “Poichè tu non puoi essere mia sposa, sarai almeno l’albero mio: di te sempre, o lauro, saranno ornati i miei capelli, la mia cetra, la mia faretra”.»

Il mito narra che sotto la corteccia Apollo abbia sentito battere il cuore dell’amata. Da quel giorno l’alloro divenne la pianta sacra ad Apollo e, siccome al dio era consacrata la poesia, i poeti vennero incoronati con foglie di alloro.

Sebbene sia stato oggetto di ammirazione e poesia, non dobbiamo dimenticare che il mito di Apollo e Dafne è il racconto di un tentativo di stupro, cui dafne è riuscita a sottrarsi rinunciando alla propria vita da umana. A questo proposito vi consiglio la lettura dell’articolo La violenza nella bellezza: abbiamo tutti inseguito Dafne della rivista online Soft devolution zine che critica aspramente gli scritti e le opere d’arte che trattano con romanticismo i miti relativi agli atti di violenza contro le donne. 

L’opera del Bernini rappresenta a dimensioni naturali il momento in cui Dafne arresta la corsa e si irrigidisce all’improvviso per trasformarsi in un lauro, con le braccia alzate e il capo reclinato all’indietro in una smorfia di terrore. Apollo adolescente le si avvicina correndo per abbracciarla, rischiando di perdere il mantello nella corsa, ma ormai le gambe della fanciulla si stanno ricoprendo di corteccia, le sue mani e i suoi capelli si stanno tramutando in rami e i suoi piedi in radici.

Nell’opera è facile riconoscere un’impronta classica ed in particolare ellenica, ma il dinamismo sensuale è tipico del Seicento barocco. La velocità in particolare è stata rappresentata con grande realismo: Apollo ha i muscoli in tensione per la corsa e si sbilancia al fine di afferrare Dafne; il suo mantello sembra gonfiarsi e scivolare verso il basso con una leggerezza straordinaria considerando che l’opera è stata realizzata nel marmo. Dafne nel corso della trasformazione inarca il busto controbilanciando la corsa di Apollo, infatti il corpo eretto del dio e quello incurvato della ninfa disegnano un arco.    
Il dinamismo dei sentimenti è estremamente efficace, infatti allo sguardo deluso di Apollo e al gesto della sua mano si contrappone il volto terrorizzato della fanciulla, creando una scena che trasmette una forte emozione.

Sono notevoli il realismo e la precisione del Bernini nel curare i dettagli. L’artista inoltre ha saputo rendere egregiamente la differenza delle varie superfici nel rappresentare la stoffa, i capelli, la corteccia, le foglie, superando la natura stessa del marmo.         
Il dramma della scena è rappresentato dal già citato dinamismo, dall’alternanza di pieni e vuoti, dai giochi di luce e di ombra, dai contrasti di superficie.

Lo schema compositivo è impostato sui due archi descritti dalle figure e sviluppato a spirale, ma è sorprendete come Bernini ha risolto il problema dei pesi e del funzionamento statico delle masse di marmo con forme così articolate, sottili protese verso l’esterno. In un raffinato gioco di equilibri, l’effetto è quello di vedere delle figure sospese nel vuoto.

L’opera era stata pensata per essere vista da una precisa direzione, secondo un punto di vista privilegiato: il gruppo infatti doveva essere posto in una posizione precisa, davanti ad una parete della galleria, e offrirsi alla luce con una determinata incidenza.          
Inizialmente la statua si trovava su una base più bassa e ristretta, appoggiata alla parete verso la scala. In questo modo chi entrava nella sala si ritrovava Apollo in corsa di spalle e la ninfa in fuga in un crescendo della metamorfosi.            
La presenza di una statua alle tematiche pagane nella casa di un cardinale fu giustificata con un distico morale latino composto dal cardinale Maffeo Barberini (futuro papa Urbano VIII), che fu inciso nel cartiglio della base: chi ama seguire le fuggenti forme dei divertimenti, alla fine si ritrova foglie e bacche amare nella mano.
Nel 1785 Marcantonio VI Borghese desiderò collocare l’opera al centro della sala, Vincenzo Pacetti gli disegnò l’attuale base utilizzando i pezzi originali, integrando col gesso il plinto del gruppo e facendo aggiungere un cartiglio con l’aquila Borghese, scolpito da Lorenzo Cardelli.

 

 

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