lunedì, ottobre 22

Apollo 12: una missione importante ma con tanti bacilli Furono messi a punto degli esperimenti scientifici sulla sismicità lunare, sul flusso del vento solare e sul campo magnetico, ma ci fu anche un colpo di coda per la scienza

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Tra meno di due mesi ricorre l’anniversario della missione di Apollo 12, il secondo allunaggio umano che se ha rappresentato un minor impatto mediatico per l’umanità, ha rivestito comunque interessanti aspetti scientifici e umani.

Quando il comandante della spedizione, Pete Conrad posò il suo scarpone sulla Luna dalla scaletta del LM 6, esclamò ai microfoni che lo tenevano in contatto con base Houston: «Quello sarà stato piccolo per Neil, ma è un gran passo per me». Era il 19 novembre 1969. Quattro mesi prima Neil Armstrong, alla prima esitante falcata lunare aveva retoricamente pronunciato: «Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per l’umanità». Solo che, come molti sanno uomo in inglese si dice man e il primo pronome personale è me. A sentire e risentire le registrazioni ancora si polemizza se Armstrong disse me o man. Poco cambiava per la vastità della missione e la grande preparazione tecnico-scientifica dei moonwalker ma la stampa doveva avere il suo osso da sbranare!

Apollo 12 fu la sesta missione con equipaggio nell’ambito del programma lunare e il suo lancio avvenne dal Launch Complex 39 del John F. Kennedy Space Center in Florida, il 14 novembre 1969. Dicevamo degli aspetti scientifici e ne parliamo perché un risultato particolare, inatteso quanto apparentemente marginale, ancora oggi deve far riflettere chi cerca in tutti i modi di forzare la mano con la presunzione di voler colonizzare l’universo senza pensare alle conseguenze che può avere qualche gesto sconsiderato. L’allunaggio del modulo Intrepid avvenne nell’Oceanus Procellarum, a poco più di 150 metri dal Surveyor 3 (535 piedi). Surveyor era un lander robotico costruito da Hughes Aircraft e sviluppato dal laboratorio JPL, che si era posato su quella superficie il 29 aprile 1967 per dimostrare, assieme ad altre sei missioni la reale fattibilità di un atterraggio morbido lunare, consentendo la puntuale raccolta di immagini del sito su cui si sarebbero dovute posare le gracili zampe dei moduli lunari. Quindi Intrepid, con a bordo Conrad e Alan L. Bean era stato programmato per scendere in quel punto e la sua precisione fu rispettata, cosa che non avvenne per il primo vascello lunare perché le memorie dei computer di bordo si erano sovraccaricate e non risposero adeguatamente ai comandi. Vi fu però anche in questa missione qualcosa che andò proprio storto: è vero, Apollo 11 per quanto fosse stata seguita da tutto il mondo, tranne Cina e Corea per ragioni duramente politiche, ebbe una qualità delle immagini molto bassa e così la Nasa decise di potenziare il segnale con un’apparecchiatura a colori costituita da un apparato da ripresa sottovuoto per la produzione di immagini digitali. Ma quando Bean, l’astronauta di origine scozzese trasferì la telecamera nel luogo dove avrebbe dovuto essere installata, la puntò sbadatamente contro la luce diretta del Sole, distruggendo la superficie sensibile del tubo di cui si parlava prima. Così la copertura televisiva di questo evento venne interrotta quasi subito. Il pilota, morto lo scorso 26 maggio non si è mai perdonato questa leggerezza ma sono cose che capitano e che dopo tutto a saperlo, anche i super eroi sono dei normali mortali con difetti e vulnerabilità.

I due astronauti selezionati dalla Nasa fecero un paio di escursioni lunari di quattro ore ciascuna mentre Richard Gordon, Jr. rimase a circumnavigare la Luna per una quarantina di volte, in attesa di raccogliere i due esploratori e portarli a casa dopo l’ammaraggio nel Pacifico e il recupero dalla portaerei USS Hornet. Per inciso, Gordon avrebbe dovuto essere il comandante di Apollo 18 e visitare il satellite con il geologo Harrison H. Schmitt ma poi con Apollo 17 fu chiuso il programma e le due missioni previste vennero annullate.

Con Apollo 12 furono messi a punto degli esperimenti scientifici sulla sismicità lunare, sul flusso del vento solare e sul campo magnetico. E furono portati sulla Terra circa 34 kg. di campioni rocciosi, ma fu recuperata anche la telecamera del Surveyor, per controllare lo stato di conservazione dei materiali dopo un tempo meiamente lungo sul suolo lunare. E qui avvenne quello che ha rappresentato un colpo di coda per la scienza e una scoperta senza apperenti precedenti nella storia dell’esplorazione spaziale.

Sul reperto elettromeccanico riportato a Terra fu rilevata una colonia di 50-100 streptococcus mitis che si era depositata sul dispositivo, sopravvissuta evidentemente al vuoto dello spazio per oltre due anni, resistendo alle radiazioni solari senza alcuna protezione atmosferica, in un ambiente con temperature insopportabili, se è vero che in quella zona arriva a scendere a meno 253 gradi Celsius. Senza ovviamente nutrimento o acqua.

Ora, sullo streptococco tralasciamo ogni considerazione e rimandiamo a chi ne sa di biologia. Noi sappiamo solo che è un micro-organismo che rappresenta una serie di batteri caratterizzati da una forma tondeggiante, che crescono in coppia o in catene e vantano un elevato potere patogeno con un quadro sintomatologico più o meno grave a seconda dell’età dell’individuo che colpisce e delle sue difese immunitarie.

A quanto ci risulta, l’ente spaziale americano ha cercato di tener coperta questa notizia perché nella sua veridicità non è esempio di diligenza operativa. Quando si costruisce un pezzo da inviare nello spazio e in particolar modo su un altro corpo celeste, si fa in modo di sterilizzarlo per evitare che virus, batteri o esseri viventi presenti nell’aria o sulla cute di chi sta costruendo il manufatto possano andare a colonizzare l’universo prima dell’uomo. Magari si usasse la stessa accortezza in certe sale operatorie sul nostro stesso pianeta! Questa operazione avviene nelle camere pulite, meglio conosciute come clean room, ovvero specifiche aree chiuse in cui si svolgono le attività di integrazione e test di sistemi di volo, caratterizzate da dati di temperatura, umidità e pulizia dell’aria e dell’ambiente controllati e tenuti in limiti predeterminati.

John Rummel, presidente del comitato per la protezione dei pianeti del COSPAR ha esaminato i filmati dell’epoca e ha rilevato diverse anomalie nell’osservazione di Surveyor. Potrebbe trattarsi di una contaminazione di chi ha studiato il macchinario al ritorno dalla Luna o di chi l’ha assemblato prima di essere imbarcato sull’Atlas LV-3C Centaur-D. Non c’è una letteratura scientifica credibile al momento. Non divulgata, almeno. Per cui da parte nostra non esprimiamo alcuna ipotesi perché ogni volta che scriviamo, cerchiamo di essere rigorosi. Però, se anche esiste un sospetto che dei bacilli possano sopravvivere in condizioni così estreme, riteniamo molto pericoloso pensare di portare materiale su altri pianeti e poi trasferire sulla Terra reperti con il rischio di contaminazione, senza aumentare le soglie delle protezioni.

Da un lato, lo stesso Rummel ha sottolineato che i metodi odierni per la gestione dei campioni di ritorno sono molto più efficaci nel rilevare i microbi. Tuttavia, l’incidente del Surveyor 3 solleva un allarme per il futuro. Lui stesso ha detto: «Dobbiamo essere più attenti al controllo della contaminazione di quanto non lo fosse il team di Surveyor 3. Se non lo siamo, i campioni di Marte potrebbero essere annegati nella vita terrestre al loro ritorno e in tutto questo rumor potremmo non avere la capacità di rilevare la vita di Marte sui campioni che potremmo aver riportato indietro». Siamo tutti d’accordo che «Possiamo e dobbiamo fare un lavoro migliore».

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