mercoledì, Dicembre 8

Apertura al fracking in UK field_506ffb1d3dbe2

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Londra
– Si chiama fracking, in Italia anche nota come fratturazione idraulica, ed è il nuovo nemico degli ambientalisti del Regno Unito.
Lunedì il Governo ha avviato la concessione di nuove licenze alle compagnie che vogliono esplorare alcune nuove aree alla ricerca dello shale gas. «Per aiutarci a capire come il gas sotto di noi possa aiutarci a portare energia nelle nostre case. Liberare lo shale gas nel Regno Unito ha il potenziale di darci una maggiore sicurezza energetica, posti di lavoro e crescita». Queste le parole di Matthew Hancock, Ministro per Energia e Impresa, che ha annunciato le nuove licenze onshore. «Dobbiamo agire attentamente, minimizzando i rischi, per esplorare quanto le nostre grandi risorse possano essere recuperate per dare al Regno Unito una nuova fonte di energia prodotta sul territorio», prosegue il Ministro, «lo shale gas, uno dei più puliti combustibili fossili, può essere una  parte importante della risposta del Regno Unito ai cambiamenti climatici e un ponte verso un futuro più sostenibile».

Ma cosa è il fracking? Si tratta di una tecnica non convenzionale per la liberazione di gas naturali e petrolio conservati  all’interno delle rocce che si trovano nel sottosuolo. Alla profonda perforazione del terreno, segue l’uso di potenti getti di liquidi ad alta pressione, acqua mista a sabbia e prodotti chimici, per provocare l’emersione di questi gas per la produzione di energia. La tecnica è già stata abbondantemente utilizzata negli Stati Uniti e in Canada, e in alcuni Paesi dell’Europa orientale. Pur essendo una tecnica contraddittoria, accusata di creare terremoti, usare enormi quantitativi di acqua ed essere altamente inquinante per il sottosuolo, altri Governi europei si stanno interessando a questa possibilità per aumentare la loro produzione interna di energia, seguendo il modello americano che sta differenziando la produzione e grazie proprio ai gas shale sta diventando energicamente indipendente.

In Inghilterra, nello specifico, il Governo ha appena rilasciato nuove aree dove le compagnie specializzate possono iniziare ad esplorare il sottosuolo. La concessione su aree molto estese e che spesso comprendono parchi naturali e paesaggi di rara bellezza ha visto l’opposizione di molti gruppi ambientalisti che si sono da sempre opposti alla possibilità di fracking per le sue conseguenze sul territorio. Il documento rilasciato dal Ministero prevede anche delle linee guida per quanto riguarda futuri permessi riguardanti le aree di eccezionale bellezza naturalistica, parchi nazionali, siti patrimonio dell’Umanità dell’Unesco  e The Broads, un’area protetta di laghi e canali navigabili nell’Inghilterra dell’Est. I permessi per queste aree possono essere concessi solo in “circostanze eccezionali”.

Abbiamo parlato di questo e dei rischi del fracking con Simon Clydidesdale,  Energy Campaigner per Greenpeace UK. Alla nostra domanda se le misure suggerite dal Ministero fossero abbastanza per salvaguardare le aree protette, Clydidesdale ha risposto: “Temo che il Governo abbia manipolato questa faccenda. Ho visionato le linee guida, letto il paragrafo e non ci sono indicazioni. Fondamentalmente non ci sono ulteriori protezioni per i parchi nazionali, in realtà adesso è più facile per il Ministero dare il via libera al fracking in un parco nazionale o in un’area di rara bellezza. Possono effettuare il fracking in queste aree se sembra avere dei benefici a livello nazionale e locale e questa giustificazione è la stessa che viene usata da sempre per il fracking”. Inoltre, puntualizza il campaigner di Greenpeace, “se come dice il Governo vuole proteggere queste importanti risorse dei parchi nazionali, perché non proteggere anche altre aree? Come ad esempio i posti dove le persone vivono, lavorano e conducono la loro esistenza?”

Non sono solo gli ambientalisti a dichiarare battaglia al fracking. Comunità e gruppi di cittadini si sono unite contro l’utilizzo dello shale gas e hanno fatto sentire la propria voce negli ultimi anni con manifestazioni e proteste. Tra questi anche la rete Frack Off, che raccoglie molti attivisti locali, con un’alta concentrazione soprattutto nel nord e nella zona del Lancashire e in altre regioni dove le esplorazioni per lo shale gas sono a stadi più avanzati. “Quando nei giorni scorsi gli è stato chiesto di identificare una comunità favorevole al fracking”, nota Clydidesdale, “il Ministro per l’Energia non è stato capace di rispondere e questo la dice lunga su quello che la popolazione pensa. Molti Parlamentari dovranno fare i conti nelle prossime elezioni con queste decisioni non supportate dai cittadini”.

 Il fracking è infatti una tecnica che si è rivelata molto rischiosa non solo per l’atmosfera ma anche per il territorio dove avviene l’estrazione a causa dell’inquinamento del sottosuolo e, secondo alcuni studi, c’è anche una correlazione tra i sismi e le perforazioni del terreno. “Nel Regno Unito”, continua l’Energy campaigner di Greenpeace UK, “i cittadini sono particolarmente preoccupati dalla contaminazione delle falde acquifere, poiché nelle zone che potrebbero essere usate per il fracking ci sono molte risorse idriche. Ci sono inoltre preoccupazioni per l’acqua e le  sostanze chimiche che rimangono nel sottosuolo durante il processo di fracking, e tutta una serie di problematiche legate all’industrializzazione di aree rurale, al traffico, all’inquinamento acustico e anche all’impatto sulla fauna selvatica”.

Quello che, però, fa arrabbiare gli ambientalisti è il ricorso all’ennesima fonte di energia che non sia una fonte rinnovabile. Nell’acceso dibattito sul fracking molti suggeriscono che nella battaglia verso i cambiamenti climatici l’utilizzo di shale gas sia già un passo in avanti rispetto ad altri combustibili fossili. “Bisogna guardare alle emissioni”, spiega il portavoce di Greenpeace UK, “in questo caso si tratta di gas metano, che è un gas serra molto intenso, molto più intenso del biossido di carbonio, il gas serra di qui sentiamo tanto parlare”.
Quello che preoccupa gli ambientalisti sono, infatti, le emissioni fuggitive di gas metano, superiori a quelle del gas convenzionale e, secondo alcuni studi, piuttosto variabili. “Con grandi emissioni i vantaggi ambientali si perdono. E inoltre, pur essendo gas più pulito del carbone, bisogna chiedersi quando questo gas apparirà. Almeno un decennio, con un picco verso il 2030 ed è troppo tardi per combattere i cambiamenti climatici. Non possiamo permetterci di aspettare venti, trenta anni; abbiamo già le tecnologie necessarie, con solare, idroelettrico, eolico e possiamo utilizzarle velocemente e implementarle più economicamente”, conclude Clydidesdale, “mentre sappiamo che il carbone non è decisamente la risposta ai cambiamenti climatici, non lo è neanche lo shale gas”.

 

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