martedì, Luglio 27

Aperti i colloqui Islamabad-Talebani field_506ffb1d3dbe2

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Ad otto mesi dalla sua trionfale seconda elezione a Primo Ministro, Nawaz Sharif è già in difficoltà. Di fronte all’insofferenza della popolazione per la crisi economica internazionale e lo status di “sovranità limitata” di fronte ai raid degli aerei droni Usa sul suo territorio, il neo-Premier aveva promesso una politica più assertiva e nazionalistica su tutti i fronti.

Nel campo economico, la promessa è già andata perduta. Alle prese con fughe di capitali ed esaurimento delle riserve di valuta estera, nel luglio e settembre 2013 il Pakistan ha dovuto negoziare ben due prestiti con il Fondo Monetario Internazionale, uno di emergenza ed uno scaglionato fino al 2016 per un totale di 12 miliardi di dollari. In cambio, il governo di Islamabad dovrà aumentare i prezzi di elettricità e gas, misure non esattamente foriere di popolarità.

La pulsione autonomista di Sharif si è quindi concentrata sulla ridefinizione della politica estera, in particolar modo le relazioni con gli Usa e la “War On Terror”. L’elevato numero di vittime civili nei bombardamenti statunitensi contro le basi degli integralisti islamici, era divenuto un tema caldissimo nella campagna elettorale dello scorso anno. A fronte delle timidezze del precedente esecutivo di Zardaari (Partito del Popolo), Sharif ed il terzo candidato – l’ex campione di cricket Imran Khan- avevano gareggiato a chi si scagliava di più contro i voli dei droni Usa. Nawaz Sharif non si limitò però a proporre una moratoria dei raid, bensì una comprensiva strategia di dialogo con il nerbo del fondamentalismo armato nel nord-ovest del Paese, il Tehrik-i-Taliban Pakistan (TTPMovimento dei Taliban Pakistani).

A lungo indistinto dagli omonimi afghani, il Movimento si è strutturato con una organizzazione verticistica e militare solo nel dicembre 2007, quando tredici sigle armate fondamentaliste delle aree tribali del Waziristan decisero di riunirsi in una confederazione. Il comune obiettivo: rovesciare il governo di Islamabad ed imporre al Paese la Legge Coranica e la rottura con le potenze straniere. Ed è proprio contro questa nuova struttura armata che la CIA ed i militari Usa di stanza oltre confine hanno concentrato, dopo l’eliminazione di Osama Bin Laden, la nuova strategia di attacchi mirati con gli aerei droni. Una tattica tesa a distruggere le organizzazioni terroristiche tramite la decapitazioni dei vertici, senza più impegnarsi in dispendiosi e rischiosi interventi militari di terra.

In questa circostanza,  le iniziative pacifiste di Sharif sono state accolte da Washington con ostilità. Nella seconda metà del 2013, con Islamabad nuovamente dipendente dall’assistenza finanziaria estera (di cui 400 milioni di dollari dagli Usa), gli appelli del neo-Premier per una conclusione dei raid sono stati così del tutto ignorati. Finché, il primo novembre scorso, nel villaggio di Dande Dharpa Khel, nel nord del Waziristan, un missile lanciato da un “Predator” ha centrato il rifugio del leader del movimento stesso, Hakimullah Mehsud, uccidendolo sul colpo. È la seconda volta che il capo militare del TTP viene ucciso in simili circostanze, e la vittima precedente è stata proprio il padre di Hakimullah, Baitullah Mehsud, ucciso il 23 agosto 2009 sempre da un missile sparato da un drone.

L’eliminazione di Mehsud Jr. agli occhi dei fondamentalisti ha fatto perdere completamente di credibilità ai proclami di N. Sharif per l’apertura di negoziati senza condizioni.  E la risposta del TTP non si è fatta attendere. L’Intelligence Usa ha infatti considerato a lungo la leadership del TTP come una dynasty familiare, che avrebbe dovuto indebolirsi o addirittura spaccarsi con la morte di Mehsud padre e figlio. Al contrario, la confederazione del TTP ha reagito con una nuova leadership, guidata dal Mullah Maulana Fazlullah, su posizioni ancora più oltranziste anche rispetto ad altre formazioni integraliste. Il Mullah, conosciuto per i suoi proclami radio di invito alla Jihad, è tra i protagonisti della campagna armata contro le vaccinazioni anti-poliomelite.

Alla nomina al vertice è seguito prontamente il riscontro militare. Tra novembre 2013 ed il gennaio scorso, il Pakistan è stato insanguinato da una delle più intense ondate di attacchi terroristici degli ultimi anni. Almeno 416 persone avrebbero perso la vita tra civili e militari. In totale, dall’1 gennaio 2013 ad oggi, il TTP avrebbe realizzato ben 645 attacchi armati, e provocato 732 vittime civili e 425 tra militari e agenti di polizia.

Solo poche settimane fa, il piano diplomatico di Sharif sembrava dunque naufragato nella peggiore delle maniere. L’esecutivo era stretto nell’angolo tra le critiche sia dei militari, che ne rimproveravano la debolezza con il terrorismo, che dell’opposizione, che viceversa accusava il Premier di aver lasciato agli Usa mano libera per minare le sue stesse iniziative di pacificazione.

Il 16 gennaio scorso, l’apparente svolta: i Talebani hanno negato la paternità e condannato l’esplosione di un ordigno in un centro culturale di Peshawar, nell’Ovest del Paese, che ha ucciso 10 persone ferendone altre 50. Era il segnale che l’offensiva militare veniva sospesa. Quel che è seguito sono state verosimilmente due settimane di convulse trattative segrete, durante le quali il TTP avrebbe indicato perfino l’ideale mediatore dei colloqui: l’ex candidato Premier Imran Khan. Pur scontrandosi con il rifiuto del diretto interessato, l’iniziativa è proseguita con un “gentlemen agreement” tra Islamabad e Washington – annunciato in via ufficiale solo il 5 febbraio scorso – che ha portato alla sospensione dei raid dei droni Usa finché le trattative saranno in corso.

Il primo round di colloqui si sarebbe dunque tenuto tra il 5 ed il 6 febbraio in una località segreta nell’area urbana della capitale, Islamabad, ma il risultato di questo primo meeting non è al momento noto.

La tregua con i fondamentalisti e l’inaspettato supporto statunitense hanno scatenato sia entusiasmi che dure polemiche. Sul fronte politico internazionale il successo di Sharif è apparentemente notevole. Approfondendo le relazioni con la Cina e sfruttando l’imminente ritiro Usa dall’Afghanistan, il premier sembra essere riuscito ad ammorbidire l’intransigenza di Washington  e riconquistato almeno la percezione di una maggiore sovranità sul modus operandi della lotta al terrorismo.

Ben più divisi sono i giudizi provenienti dal fronte interno, spesso tutt’altro che interessati politicamente. Intanto le crepe con i vertici dell’esercito: nell’autunno scorso N. Sharif ha chiarito che nel caso di successo della via diplomatica, è intenzione dell’esecutivo di de-militarizzare almeno parzialmente la vita civile del Paese e la sua gestione della sicurezza. Una prospettiva poco allettante per una forza armata ancora abituata ad influenzare la vita politica del Paese, ma che non ha torto a diffidare di intavolare trattative con un nemico tanto pericoloso.

Più complessi i giudizi dalla società civile. Il pegno richiesto dai Talebani per giungere alla pace – l’instaurazione della Legge Coranica – agita comprensibilmente la parte laica della società, poco disposta a cedere ulteriormente terreno in un Paese già segnato dalle divisioni settarie e confessionali. I leader religiosi musulmani moderati hanno invece aperto spiragli di consenso, identificando nella violenza il primo elemento da rimuovere: una posizione condivisa anche da rappresentanti delle minoranze religiose come P. Arshed Johnes, vicario della Diocesi di Lahore, che ha pubblicamente appoggiato l’iniziativa del Governo.

Nella classe media urbana, più istruita ed informata, non mancano però posizioni più articolate sul da farsi, che denunciano una insofferenza sempre più marcata sia verso il fondamentalismo che nei confronti della militarizzazione della vita civile del Paese. Un doppio dissenso che proprio negli ultimi mesi ha iniziato anche ad organizzarsi. Lo scorso 30 gennaio, nella città di Faisalabad, spesso colpita dagli attacchi degli integralisti, centinaia di attivisti di ONG religiose e laiche, movimenti politici minori e semplici cittadini hanno dato vita ad una marcia di protesta pacifica, riunita sotto la sigla di “Movimento delle Bandiere Bianche”. Le proposte di questo movimento, unico nella storia recente del Paese, sono poche e chiare: dialogo con chi vuole abbandonare le armi, colpire gli integralisti più fanatici.

 

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