martedì, Ottobre 19

Aperti al futuro: la via italiana alla diplomazia ibrida Di fronte a una tendenziale debolezza dell’Italia in politica estera, la sinergia tra Governo e società civile è un’occasione per il recupero di una leadership nei rapporti internazionali. Il futuro Governo saprà raccoglierla? Intervista a Raffaele Marchetti, Docente di Relazioni Internazionali all’Università ‘Guido Carli’ di Roma e Autore del saggio ‘La diplomazia ibrida italiana’

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 Nel Suo libro sono riportati otto casi di intervento. Rispetto all’affermazione di un’impronta politica italiana nelle relazioni internazionali, temi come la cancellazione del debito nei Paesi più impoveriti, la creazione di corridoi umanitari e la libertà religiosa (per la quale, muovendo dall’esigenza di un riconoscimento interno, le Chiese evangeliche chiedono una legge costituzionale) sono attualissimi e ‘spendibili’ sia nelle relazioni multilaterali che in ambito UE. Qui si inserisce il raccordo con le prospettive e i possibili indirizzi del futuro Governo. Pensando agli ambiti in cui la nostra diplomazia ibrida si è rivelata virtuosa, quali sono le chance di implementazione di questo sistema da parte del nascituro Governo?

Ogni iniziativa è vincolata a un termine finale. Delle tre campagne menzionate, soltanto una è ancora attiva, mentre le altre due, pur avendo lasciato un segno, si sono concluse. Quella per la cancellazione del debito (‘Sdebitarsi’) si è sviluppata agli inizi del nuovo millennio, ha avuto successo e – proprio per questo – si è chiusa. Lo stesso si dirà per la campagna sulla libertà religiosa, tanto che nel 2013 l’UE, su spinta italiana, ha formulato delle linee-guida finalizzate a orientare la politica dell’Europa nei Paesi terzi. Poi la discussione si è spostata alle Nazioni Unite. Benché il discorso, negli ultimi anni, non sia mai stato abbandonato, certamente non si è più trovato al centro dell’azione politica della Farnesina. Ciò dipende anche dalla natura dei Governi: la libertà religiosa è stato un tema che, per esempio, gli ex-Ministri degli Esteri Franco Frattini e Giulio Terzi hanno sostenuto molto, laddove altri Ministri e Governi di altri colori vi hanno prestato minore attenzione.

Invece, il caso dei corridoi umanitari è recente e ancora in corso: è stato molto sostenuto dagli ultimi Governi e, in particolare, dal Vice Ministro Mario Giro, membro della Comunità si S. Egidio, che è in prima linea nella promozione della relativa campagna. È un tema importante perché mostra, anche se su una scala molto ridotta, la possibilità di una gestione dei fenomeni migratori diversa da quella attuale. Inoltre, si tratta di un modello capace di replicarsi in altri Paesi europei come Germania, Francia e Belgio.

Cosa comporta questa attitudine ‘vincente’?

In qualche modo, queste campagne ci fanno vedere non solo come l’Italia riesca ad avanzare, in collaborazione con le ong, un proprio orientamento politico, ma come poi quest’ultimo sia ricevuto e implementato anche da altri Paesi e organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite o l’UE. Notiamo, così, una sicura capacità di proiettare e promuovere un modello che sarà recepito positivamente dalla comunità internazionale: questo aspetto di leadership, specifico dell’Italia, è rilevante soprattutto se pensiamo a tanti altri settori in cui essa è presente in posizione subalterna. Possiamo dire che, sotto questo aspetto, il libro può ‘rincuorare’.

In che senso?

Quando parliamo di politica estera italiana siamo solitamente scoraggiati, esprimendo una valutazione non troppo positiva: sebbene appartenga a ‘club’ avanzati, l’Italia ha un ruolo di gregario e certamente non figura come leader nel sistema internazionale. In queste campagne, invece, il Paese ha assunto un ruolo di leadership, una ragione sufficiente a rendere i casi concreti degni di essere raccontati.

Tornando all’attualità dei corridoi umanitari, ritiene che la campagna avrà vita facile con il prossimo Governo?

È una domanda importante, ma dobbiamo prima capire che tipo di Governo si instaurerà. Peraltro, la considerazione ‘macro’ che potrei fare è che le campagne non sono mai abbandonate del tutto: in qualche modo, si accumulano e creano una sorta di ‘pacchetto’ di temi e proposte – per lo più normativi – riguardanti i diritti umani, che il MAE finisce per adottare e che, perciò, rimangono. Un tema classico è quello della lotta del MAE e del Governo a favore della moratoria universale della pena di morte: già sollevato in passato a livello ufficiale, esso è entrato a far parte dell’agenda del MAE, perciò è presumibile che anche i futuri Governi tenderanno a ribadirlo, proseguendo nella direzione tracciata. Nondimeno, l’immigrazione è un argomento molto controverso, però non escluderei a priori che il modello dei corridoi umanitari possa essere recepito anche da altri Governi.

Quali sono le caratteristiche che ne facilitano la recezione?

Intanto, è un modello che gestisce piccoli flussi in modo molto ordinato e controllato. Inoltre, è praticamente autofinanziato, con risorse provenienti dalle Chiese valdesi, evangeliche e dalla Comunità di S. Egidio, senza gravare sul piano finanziario sulle spese governative. Fatto non trascurabile, si tratta di un meccanismo abile a ridurre i flussi illegali che incrociano il Mediterraneo, ostacolando chi li gestisce. Insomma, è un modello certamente positivo, che con tutti i suoi limiti di fronte alle forme e ai numeri assunti dal fenomeno migratorio, potrebbe contribuire a una sua migliore gestione.

In proposito, come avviene la ripartizione interna dei ruoli?

Questo è uno dei casi in cui la componente governativa ha avuto un ruolo marginale: se, in altre occasioni, il Governo si è impegnato ‘in prima persona’, qui ha in qualche modo sostenuto i corridoi umanitari, facilitando dal punto di vista amministrativo l’accoglienza dei migranti all’interno di questi canali, ma sia in termini operativi che finanziari, il progetto è gestito interamente dalle ong, quindi è autosufficiente.

Ritiene che, in base agli orientamenti di politica estera e in materia di accoglienza espressi dalle forze politiche che hanno prevalso al voto del 4 marzo, il progetto abbia buone possibilità di proseguire, considerati i vantaggi di budget?

Penso che lo sforzo, da parte delle ong, rimarrà tale e che il Governo non possa smentire quanto fatto finora in termini amministrativi. È chiaro che un Governo a trazione leghista sarebbe molto più rigido su tutte le questioni che interessano le migrazioni.

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