sabato, Maggio 15

Apartheid artistico, la simbologia delle barriere field_506ffb1d3dbe2

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Apartheid

Amman – Questa settimana in Medio Oriente, in Usa ed in Uk, l’ottava Settimana dell’Apartheid verrà accompagnata da manifestazioni a tema nelle principali città. La Giordania è lo Stato mediorientale che ospita il maggior numero di abitanti di origine palestinese, il dialogo a riguardo è costante e si è intensificato di recente con l’avanzare del ‘Piano Kerry‘. La necessità di arrivare ad una soluzione che tenga conto delle necessità di entrambe le parti, per la prima volta, sembra essere concreta ed i giovani palestinesi si domandano se sarà la loro generazione a vivere questo importante momento storico.

Il disagio della popolazione ad Est del Muro di separazione è evidente e l’entusiasmo dei giovani per il ritrovato dialogo si manifesta nei luoghi di scambio culturale, che da Ramallah ad Amman organizzano a cadenze quasi quotidiane incontri, discussioni ed eventi d’ogni genere.

Il segno che simboleggia sicuramente più degli altri la divisione, la discriminazione ed i problemi di un’ intera generazione è il Muro, la barriera, su cui tantissimi artisti hanno espresso il loro punto di vista: Naji Al Ali, inventore dell’Handala, la protesta non-violenta che iniziò nei campi profughi del Kuwait alla fine degli anni ’60, disegnando il famosissimo bambino di spalle che guarda alla Palestina, fino al contemporaneo Banksy che sui muri palestinesi ha scritto ‘Make hummus, not Wars‘.

Di seguito, pubblichiamo la lettera di un giovane artista di Ramallah, Hamza AbuAyyash, che spiega un punto di vista degno di nota e, a modo suo, ce ne parla.

 

«A proposito dei graffiti sul muro dell’Apartheid, non vi è dubbio che il muro dell’Apartheid sia una superficie di disegno estremamente allettante per gli artisti di graffiti, se non si tiene conto della sua natura. Quando si riflette, però, sul problema, si è costretti a prendere in considerazione la presenza del muro dell’apartheid e ciò che rappresenta.

Si può, così, capire che ogni atto di modifica su tale superficie servirebbe solo ad abbellire un qualcosa di cui, invece, bisognerebbe affrontare l’esistenza. Così, il muro dell’Apartheid, diventa naturale e fisiologico per l’occhio dello spettatore, e diviene mentalmente accettabile.
Ad esempio, prendiamo in considerazione ‘Peace’, il graffito per Yasser Arafat, sul muro di separazione del check-point di Qalandya disegnato dall’artista Vince 7 . Nel momento in cui diviene amato ed apprezzato dalla gente, il Muro diventa implicitamente accettabile dal pubblico.

Pertanto, qualsiasi graffito disegnato su questa superficie, funge da convalida e conferma dell’esistenza della parete. D’altra parte, il muro dell’Apartheid non appartiene a noi palestinesi, è, piuttosto, qualcosa di simile ad un tumore canceroso, e ogni opera d’arte su tale tumore avrà sempre e solo fini cosmetici.

Per rendere l’idea, il mio esempio è che si sta disegnando, per abbellire, su qualcosa che sta lentamente erodendo la nostra esistenza! Inoltre, le implicazioni degli eventuali messaggi sul muro non saranno esposti ai destinatari giusti, che, in questo caso, sono gli occupanti sull’altro lato della parete.

Anche se i messaggi sono slogan che attaccano la presenza dell’occupazione, sono comunque scritti o disegnati sul lato della parete che circonda la Cisgiordania, mentre l’altro lato del muro sarà sempre perfettamente pulito, e mai rinforzato da messaggi visivi. E questo non aiuterà a risvegliare la coscienza collettiva della comunità ebraica, ma rafforzerà solo l’ idea che la parete esiste, tuttavia, con due nature differenti.

L’idea stessa del muro dell’Apartheid è nata in Europa tra le comunità ebraiche, si chiamavano ‘ghetti‘, ed allora le pareti simboleggiavano un mezzo di protezione e isolamento per le comunità ebraiche dalla comunità cristiana europea, che infatti, si occupava della sua esistenza con grande negligenza, o meglio, non se ne occupava affatto. Ecco il perché dell’accezione negativa del termine.

Inoltre, se si volesse realmente fare un confronto tra le due realtà rispetto a determinati parametri come la facilità di incontro, la documentazione di tali realtà o anche il solo conteggio dei giorni di disagio di un palestinese che vive in Cisgiordania, si dovrebbe, a mio parere, ammettere che tale confronto è ben lungi dall’essere paritario, ed obiettivamente se il prigioniero del ghetto viveva ogni giorno l’oppressione del suo muro, molti più muri imprigionano gli abitanti della West Bank nelle città, nei villaggi, nei check-point, nei campi profughi di chi si vede costretto a slegarsi dalla sua identità ed impossibilitato a riprendersela a causa delle barriere costruite sulla sua terra contro ogni sua volontà.

I Graffiti sono l’atto di strada per eccellenza, chi ha talento può brillare sui muri, e tale atto non fa di lui un artista più di quanto non faccia lui un cittadino, responsabile del messaggio che lancia. Perciò credo di poter dire che gli artisti siano degli intrusi in questo contesto.

Se il massaggio dissolve l’opera d’arte, o se l’ opera d’arte stessa è stata posta, ad esempio, in una galleria d’arte invece che nella strada, essa perderà la sua anima, il concetto principale di porsi come atto di rivoluzione e manterrà solo ed esclusivamente il suo messaggio visivo.

C’è chi paragona questi muri con il muro tedesco, sottolineando le somiglianze tra il muro dell’Apartheid e il famoso muro di Berlino, che io credo simili per nome ma non per concetto. Le ragioni che istituirono il muro di Berlino hanno delle forti determinanti politiche, che si basano sulle regole della guerra fredda, tra i due poli del mondo in quel momento. Il muro di Berlino separava persone della stessa carne e sangue, che volevano vivere e coesistere, e non pensavano al muro come fonte di discriminazione, ma come ostacolo per raggiungersi, ecco la più grande differenze.

Sono consapevole che il mio punto di vista non sia generalizzabile fra gli artisti di strada, né possa essere condiviso da una chi, in possesso di una bomboletta di vernice spray, scatena spontaneamente la sua furia con slogan e immagini contro il muro dell’Apartheid, ma tale punto di vista può almeno essere portato a conoscenza di coloro che, nell’ ambito artistico internazionale, hanno sostenuto il nostro Paese e la nostra causa con veri e propri pellegrinaggi verso il Muro.

Nel loro caso, visto che loro potevano recarvisi, la loro opera d’arte sarebbe dovuta essere dall’altra parte del muro di separazione, in modo che gli occupanti fossero in grado di vederlo. Ma in fin dei conti , non intendo parlare della fonte cementificatrice o del lavoro, tanto quanto ho intenzione di parlare di chi ha preso la decisione di costituirlo, il muro dell’Apartheid.

In primo luogo il mio messaggio infatti, è rivolto a loro, e questo pezzo scavalcherà il muro».

 

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