lunedì, Settembre 27

Antropologia cinese alla Bicocca field_506ffb1d3dbe2

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Bicocca

Dal 2014 l’Università Bicocca di Milano offrirà agli studenti del secondo anno della Laurea magistrale del Dipartimento di Scienze Antropologiche ed Etnografiche la possibilità di frequentare un corso, di 8 crediti formativi, in Antropologia cinese.

È il primo ateneo italiano ad erogare un insegnamento dedicato allo studio delle culture e società di questo Paese dell’Estremo Oriente. L’iniziativa rientra nel programma di internazionalizzazione e valorizzazione dello studio delle materie orientalistiche che mettono l’università dove sarà attivato questo corso al primo posto nella graduatoria italiana dell’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR) per la qualità della ricerca, resa nota dal progetto Valutazione Qualità della Ricerca (VQR). L’insegnamento è denominato Culture e società della Cina e fornirà le competenze necessarie per analizzare la realtà cinese, le modalità su come pensare ed organizzare i rapporti economici e interculturali, le relazioni tra globale e locale e fra modernità e tradizione, così come le grandi trasformazioni tecnologiche e le tematiche relative alle comunicazioni.

La notizia dell’introduzione del nuovo insegnamento è stata ufficializzata il 12 dicembre scorso nel corso del Convegno Antropologie della Cina, organizzato dal Dipartimento di Scienze Umane per la Formazione dell’Università Bicocca di Milano. A tale convegno, che è durato per tutta la giornata, dalle 9:30 di mattina, hanno partecipato alcuni fra maggiori esponenti dell’antropologia cinese, come i direttori dei dipartimenti di antropologia delle Università di Minzu, Beijing e Renmin e della Chinese Academy of Social Sciences. Questo offre una chiave di lettura per comprendere il futuro della Cina attraverso diversi aspetti, dall’articolazione del rapporto fra centro e periferia alla situazione delle minoranze etniche. Nel corso della tavola rotonda, i maggiori esperti di antropologia cinese hanno scattato una fotografia della situazione delle minoranze suddette: il governo cinese riconosce ufficialmente 56 minoranze etniche che rappresentano il 9% della popolazione, pari a circa 100 milioni di persone che occupano il 64% del territorio e parlano una grande varietà di lingue: sino-tibetane, turco-altaiche, austroasiatiche e indoeuropee. All’antropologia il compito di fare ricerca orientata a mantenere integri gli equilibri tra le diverse minoranze. «L’antropologia deve sostenere le politiche cinesi verso la parità economica tra le diverse etnie, salvaguardandone l’identità» ha affermato inoltre Yang Shengmin, direttore della School of Ethnology and Sociology della Minzu University intervenuto al convegno.

L’evento, organizzato con il patrocinio del Ministero degli Affari Esteri e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, realizza un forum di discussione che utilizza le sinergie fra esperti italiani e cinesi per promuovere lo studio antropologico delle culture cinesi, assente finora nel panorama dei corsi di laurea italiani. Il promotore dell’iniziativa e del convegno, professor Roberto Malighetti, ordinario di Antropologia culturale nel Dipartimento di Scienze Antropologiche ed etnografiche dell’Università Bicocca di Milano, spiega la decisione come un’efficace e importante attività di internazionalizzazione della stessa università milanese con gli atenei cinesi. Abbiamo rivolto al docente alcune domande al riguardo.

 

Perché è nato questo insegnamento di antropologia cinese?

È l’esito delle mie ricerche in Cina, ossia del tempo speso, nel periodo di quattro mesi, all’Università di Minzu e si colloca all’interno dei processi di internazionalizzazione e di valorizzazione dello studio delle materie orientalistiche che collocano l’Università di Milano Bicocca al primo posto della graduatoria nazionale ANVUR per la qualità della ricerca (VQR) per il periodo 2004-2010. Io ho potuto dialogare con i miei colleghi cinesi istituendo un forum di economia e ho stabilito un dialogo tra i due paesi, raccogliendo gli stimoli italiani e cinesi. L’inaugurazione sarà all’interno del Convegno che rientra in un processo della e sulla Cina, il cui insegnamento antropologico è assente nelle università italiane.

Cosa viene insegnato in questo campo?

L’importanza del conoscere la realtà cinese e la sua evidenza antropologica. Quasi tutti i bestseller oggi sono incentrati sullo spiegare le chiavi d’accesso nelle negoziazioni tra i due paesi. Esiste, infatti, un’esigenza di avere chiavi antropologiche interpretative in questo senso. La Cina è una piattaforma in cui pensare la nostra civiltà contemporanea e il conseguente traffico di culture che gira intorno ad essa. La Cina è una potenza globalizzante con chiavi di lettura importanti per le conseguenze delle migrazioni transnazionali e per pensare questo paese in campo internazionale.

Pensa che questo insegnamento offra maggiori opportunità lavorative negli scambi di competenza Italia Cina?

Questo insegnamento è al centro della Laurea magistrale in Scienze antropologiche ed etnologiche. Il sostegno della cultura e della società della Cina è una competenza importante per proporsi come mediatori del mondo cinese.

Questo insegnamento rientra nei rapporti di scambi culturali Italia Cina che si sono svolti tutto quest’anno?

Sì: questo è l’esito del grande lavoro di internazionalizzazione che è stato portato avanti dall’Università Bicocca di Milano e anche della valorizzazione delle materie orientalistiche promossa dall’ANVUR e data dalla collaborazione con alcuni atenei di Pechino, in particolare dall’Università di Minzu.

Pensa che lo studio antropologico delle culture cinesi contribuisca a rendere l’università Bicocca di Milano ancora più un’eccellenza nel panorama nazionale?

Non penso che un unico insegnamento sia determinante all’interno dell’internazionalizzazione. In altri dipartimenti della nostra Università, come per esempio medicina ed economia, ci sono colleghi che lavorano in stretto contatto con la Cina. Tutti stiamo cercando di collaborare perché tale sinergia ci faccia diventare un’università di eccellenza in quel campo.

Il convegno vedrà la partecipazione di esponenti dell’antropologia cinese come direttori di dipartimenti di antropologia della Cina. Come è riuscita l’università ad avere agganci con queste istituzioni?

Gli agganci prodotti derivano dalle mie relazioni personali, fortemente sostenute e finanziate dall’Università. Molte cose passano dall’Università, soprattutto la ricerca.

Quanto questo corso è funzionale a favorire i rapporti economici tra il sistema italiano e quello cinese, soprattutto negli scambi commerciali tra i due paesi?

Noi stiamo avviando ora delle collaborazioni nel palcoscenico delle culture cinesi, e ci sono grandi istituzioni che hanno già lavorato sul posto da vari anni. Noi cerchiamo di promuovere gli stimoli per organizzare un dialogo interculturale. L’organizzazione del mondo del lavoro negli anni ’80, a cui noi facciamo riferimento oggi, si basava sia sulle azioni umane, che sulle analisi tra le relazioni esistenti tra le stesse e tra centro e periferia della città. La comprensione del dialogo tra Italia e Cina e le cooperazioni tra le matrici culturali riguardano oggi vari ambiti: tempo libero, lavoro, economia, televisioni del mondo e come pensare il mondo stesso.

Quanto l’insegnamento favorirà l’attrazione di investitori cinesi in Italia?

Questo non lo so. Certamente divulgare la cultura cinese è altamente apprezzato e sostenuto dalla Cina stessa. Non so se questo abbia un risvolto sul meccanismo del mondo. È ora che smettiamo di creare delle categorie come nel film Tempi Moderni di Charlie Chaplin, in quanto le cause degli eventi sono poliformi. Ognuno, però, può partecipare a qualcosa che darà i propri frutti. I governi non capiscono e non aiutano la ricerca, in Europa quello italiano spende meno di tutti gli altri in questo campo. Gli imprenditori italiani negli anni ’80 hanno scoperto la Cina, quando c’erano già partenariati stranieri e questo mancato investimento lo stiamo pagando noi ed è una conseguenza della crisi attuale.

Quanto il corso favorirà la maggiore o minore gestione della presenza cinese in Italia e quanto la migliore gestione della presenza imprenditoriale cinese in Italia, evitando situazioni come l’ultima tragedia a Prato?

Noi continuiamo a pensare la realtà sulla base dei fatti di cronaca. Come risulterebbe la famiglia in relazione alle notizie delle donne uccise dai mariti in questi anni? Il pensare l’Italia in base ai fatti di cronaca e proporre una comprensione delle realtà cinesi come omogenee non è giusto. La cultura cinese si articola in maniera diversa, in base al genere, allo status, al ruolo e bisogna capirla nel suo complesso senza utilizzare criteri di valutazione che nessuno pratica più, ma in base allo studio della realtà recente.

 

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