mercoledì, Aprile 14

Antipartiti e difesa della democrazia field_506ffb1d3dbe2

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L’antipartitismo paga. Molte formazioni politiche che si sono proposte storicamente nell’agone politico portando avanti la bandiera dell’antipartitismo sono state in qualche modo premiate dai consensi, a meno poi una volta al governo, di trasformarsi anch’esse in forze partitiche. Seppelliti i partiti di massa degli anni Cinquanta e Sessanta, oggi ancora una volta la novella dell’antipartito piace. Tutto però a scapito della rappresentanza dei cittadini. Ad analizzare il fenomeno dell’antipartitismo, passando dalla Prima alla Terza Repubblica, ci ha pensato Salvatore Lupo, professore ordinario all’Università di Palermo. Nel suo libro “Antipartito”, per i tipi della Donzelli editore, mette a fuoco la problematica e invita a riflettere sul ruolo che la forma partito può ancora giocare nella difesa della democrazia in Italia, ma non solo.

Salvatore Lupo, parlando di antipartiti recentissime sono le manifestazioni del Movimento dei Forconi al grido di “tutti a casa”, “nessuno ci rappresenta”. Sembra venuta meno la funzione di rappresentanza che la Costituzione affidava ai partiti. A suo avviso perché questo legame è venuto meno?

Questo è avvenuto molti anni fa, o almeno il processo è iniziato clamorosamente almeno 20 anni fa. Non sono certo i forconi che determinano questo tipo di svolta. Basterebbe pensare ai successi del movimento di Beppe Grillo. Già le origini della seconda Repubblica indicano una forte delegittimazione dei partiti e bisogna dire che tutti i movimenti che si sono alternati, o che hanno semplicemente cambiato nome, hanno tutto gridato contro il potere dei partiti. Non c’è nulla di nuovo ed anzi c’è un evidente tendenza demagogica ma questo non avvicina di un passo il cambiamento.

La rappresentanza i partiti non l’assicurano più?

I partiti non l’assicurano, da tempo. D’altronde le due leggi elettorali che sono state varate nell’ultimo ventennio – il mattarellum, il porcellum, –  non si proponevano di migliorare il sistema della rappresentanza, semmai di peggiorarlo. Cioè di rendere più difficile la lineare espressione della volontà popolare all’interno delle istituzioni, nella convenzione che la rappresentazione della volontà popolare fosse inutile. Moltissimi dovrebbero fare autocritica. Ma di certo non la fanno perché nella discussione in atto sulla legge elettorale questo aspetto è l’ultimo. L’unico problema che si pone è quello della governabilità e viene posto in contraddizione rispetto a quello della rappresentanza. I partiti sono morti anche perché sono voluti morire. Nessuno suggerisce una soluzione. Ma ho l’impressione che il coro di vituperio sia una delle cause dei problemi che ci troviamo davanti.

Il Movimento 5 Stelle nato sull’onda dell’antipolitica ha di fatto fondato un nuovo potente partito. Vede in questo una contraddizione?

C’è una contraddizione logica, ma non è una contraddizione politica. Il 5 stelle non è il primo ad entrare in questa contraddizione. Già Forza Italia al momento della sua fondazione visse questa contraddizione, un partito antipartititico. E’una linea di tutti i partiti personali quale quello che fu di Di Pietro. La contraddizione interna di un partito antipartitico purtroppo dura da 20 anni. Se noi vediamo che anche il partito che più assomiglia ai partiti vecchio tipo, cioè il Partito Democratico, ha una leadership antipartitica…

Che ruolo hanno i partiti al tempo del governo delle larghe intese con la sinistra e la destra tra virgolette seduti sullo stesso scranno?

A quali partiti intendiamo riferirci, sono partiti della peggior specie. Più fanno chiasso contro i partiti e più sono negativi. Il fatto che il rinnovamento politico derivi dal fatto che c’è qualche  leader che sale sul palco e si mette a gridare contro i partiti è da imbecilli. La soluzione sarebbe avere i partiti che funzionano meglio. Ma per avere questo bisognerebbe smettere di gridare e mettersi a ragionare. Ma tutto questo non lo vedo. Ripeto che anche la nuova leadership del partito democratico ha imparato questo nuovo espediente.

Partiti sovranazionali, formazioni di livello europeo, non rischiano di essere solo una sommatoria dei partiti nazionali?

Sono deboli convergenze tra partiti nazionali preesistenti. Perché poi la crisi del partito politico non è solo una caratteristica italiana ma è generale e deriva dallo svuotamento delle istituzioni rappresentative in tutta Europa. Nel resto d’Europa in generali i partiti esistenti, o le fazioni – perché partito è un termine troppo nobile – hanno una continuità storica. Questa è una cosa di una certa importanza. Solo in Italia non hanno nessun riferimento ad alcuna continuità storica. Questo rende difficile collocarli. Tant’è che i berlusconiani hanno difficoltà a collocarsi nell’internazionale democristiana e i democratici hanno difficoltà a inserirsi nell’internazionale socialista. Perché sono dei gusci vuoti, non riescono neanche ad avere questo riferimento al passato che determina questi vaghi schieramenti.  Quanto un vero partito transnazionale come hanno cercato a fare i Radicali lo reputo una trovata un po’ demagogiche. La comunità europea non viene governata dai partiti. I partiti si riferiscono all’opinione pubblica nazionale. L’Europa non è un luogo di democrazia. Se le istituzioni rappresentative europee cominciassero a contare di più forse, potrà avvenire in un futuro che nasca un vero partito transnazionale.

Se i partiti hanno perso credibilità anche i referendum, spesso disattesi nel loro esito, non godono della fiducia degli Italiani. Quali forme di partecipazione popolare potrebbero emergere in futuro?

Abbiamo una grande esperienza di movimenti che hanno la loro importanza nel mobilitare i cittadini su una base più libera e più duttile. I movimenti non sostituiscono i partiti perché non si possono poi proporre di confluire alla formazione della volontà politica, secondo Costituzione, al governo del Paese. L’opinione pubblica si dovrebbe rendere conto –  ma non ci credo molto – che i partiti non possono non esistere. O sono dei partiti nascosti e di fatto che negano di essere partiti e sostengono di essere un’altra cosa facendo demagogia, ovvero gestiscono il potere facendo demagogia. Oppure qualcuno dovrebbe mettersi sulla strada di una seria riforma della forma partito. Ma nel dibattito è l’ultimo dei problemi. A me invece sembra sia un problema importante. Senza ricostruire un’equazione tra le istituzioni rappresentative i problemi vanno ad aggravarsi inevitabilmente. Non so cosa voglia la gente, la dittatura, il potere dell’esercito, della Chiesa. Credo che la crisi della politica italiana alla fine della prima Repubblica, sia il momento chiave. E’ una crisi che non è stata risolta, o si è cercato di risolverla in maniera molto erronea che è stata quella negazione della rappresentanza politica.

Silvio Berlusconi oggi ai domiciliari rilancia il reclutamento per Forza Italia due. Più che sulle ideologie il partito torna a risaldarsi sulle nuove leve. Cosa pensa di questo percorso?

Non ci credo. Berlusconi continua a puntare sul suo personale carisma, sulla sua relazione diretta con l’opinione pubblica. Questo è il suo zoccolo duro. Su questo indubbiamente ha pochi rivali. In  questo appello personalistico che passa attraverso il suo cane Dudù, le sue fidanzate, la sua presunta persecuzione da parte de giudici e la sua capacità di cambiare camaleonticamente la sua posizione politica ha una grandissima capacità e penso che su questo zoccolo duro l’esclusione dalle istituzioni rappresentative non lo danneggi. La famosa profezia che si auto concretizza. Più questo avviene e più lui ritiene di avere ragione davanti ai suoi sulla sua tesi della persecuzione. Ma il suo problema è quello di avere un partito politico, lui ha una corte, ha un grandissimo sostegno popolare ma non ha un partito e quello che ha gli si sfascia nelle mani ciclicamente. Berlusconi funziona solo se ci sono elezioni.

Il pentapartito è stato il male assoluto della Prima Repubblica?

No. La Prima Repubblica poteva essere vilipesa solo da quelli che non hanno visto la seconda. Dopo aver visto la seconda dovremmo prendere atto che la cosiddetta Prima Repubblica è stata una esperienza importante, progressiva e progressista, di democrazia e di relativa pace civile. Ha funzionato meglio nei suoi primi 30 anni. E’ caduta perché non funzionava più, ma se la guardiamo su una prospettiva storica, tutti gli argomenti che hanno guidato la caduta della Prima Repubblica sono di carattere antidemocratico soprattutto e non sono atti a ricostruire la democrazia. Non c’è da esserne contenti.

Siamo alla vigilia del centenario della Grande Guerra al termine della quale si svilupparono i partiti così come li conosciamo oggi. Cosa è cambiato da allora?

Tutto è cambiato. I partiti di massa nati alla fine della Prima Guerra Mondiale e che sono stati poi soffocati dal fascismo, non esistono più. Per avere questa esperienza dobbiamo arrivare alla seconda metà del Novecento. E’ stata una grande esperienza di democrazia. Non si può resuscitare il cadavere ma una funzione analoga bisognerebbe trovarla.

Lei resta quindi un fautore dei partiti?

Per un buon funzionamento della democrazia ci vogliono i partiti politici, non potranno essere quelli di cinquanta anni fa, quelli di oggi fanno piangere. Quindi c’è bisogno di una nuova strada e io non sono sicuro che questo avvenga.

 

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