giovedì, Aprile 22

Anti Gay Bill, Usa in aiuto di Museveni field_506ffb1d3dbe2

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Rosa whitaker uganda museveni

Kigali – La legge anti gay è entrata in vigore il 18 febbraio, provocando una serie di proteste internazionali che sembrano orientarsi verso un danno economico per l’Uganda. La Banca Mondiale ha annunciato la decisione di rinviare il finanziamento di 90 milioni di dollari destinato a progetti sanitari iniziati nel 2010. Stati Uniti e Olanda, hanno deciso di rivedere i loro impegni di aiuti bilaterali. Decisioni che potrebbero compromettere il budget dell’anno fiscale 2014/2015. Il Giappone è il solo governo che ha apertamente dichiarato che i suoi impegni con il Governo ugandese non verranno compromessi dalla legge varata nel rispetto della non ingerenza negli affari interni di uno Stato Sovrano. Stesse prese di posizioni, non espresse pubblicamente ma attuate, provengono da diversi paesi quali: Brasile, Cina, India, Russia, Sud Africa. L’Unione Africana al momento non si é ancora espressa in merito.

Il Governo ugandese sta individuando una strategia per contro bilanciare le critiche dell’Occidente sulla repressione contro le minoranze sessuali nel Paese. Un inaspettato ma strategico aiuto proviene dagli Stati Uniti. Ex consulente della sezione Commercio del Dipartimento Affari Africani dell’Amministrazione Bush, Rosa Whitaker, il 20 febbraio scorso ha firmato un contratto di assistenza tecnica in Pubbliche Relazioni con il Governo ugandese con il preciso compito di individuare le misure più efficaci per contrastare l’immagine negativa del Paese presso parte della Comunità internazionale.

Rosa Whitaker ha una lunga e proficua collaborazione con il Governo ugandese che risale al 2006, anno della firma del primo contratto tra le parti per promuovere una immagine positiva dell’Uganda presso la Casa Bianca e l’opinione pubblica americana. La data è significativa in quanto coincide con l’ennesimo mandato del Presidente vinto in una competizione elettorale marcata dalla presenza di evidenti frodi che hanno permesso la riconferma alla Presidenza di Yoweri Museveni. Durante le elezioni del 2006, il Presidente Museveni e il partito al potere National Revolutionary Movement, registrarono il minimo storico delle preferenze (59%) mentre l’oppositore storico Kizza Besigye ottenne il 37% dei voti. Vari osservatori politici sono tutt’ora convinti che senza le frodi commesse all’epoca dal NRM, entrambi i rivali alla Presidenza si sarebbero attestati attorno al 40% con seri rischi di sconfitta elettorale per Museveni.

La strategia dalla Whitaker si basa su due linee di base: addossare la colpa dell’approvazione della legge da parte del Presidente ugandese alle pressioni e all’arroganza dell’Occidente e istruire le rappresentanze diplomatiche negli Stati Uniti e in Europa su come contro battere ad eventuali accuse riguardanti l’approvazione della legge omofobica. La strategia è attuata in stretta collaborazione con il Presidente Yoweri Museveni e il Consigliere del Ministero degli Affari Esteri James Mugume.

«La decisione di firmare la legge contro l’omosessualità è stata provocata dalla arroganza di alcune Potenze Occidentali e dalle attività di reclutamento omosessuali presso la gioventù e gli studenti attuate nel nostro Paese da alcune associazione gay occidentali. Siamo rimasti calmi per molto tempo su questa deplorevole condotta del Occidente. Tenevamo sotto osservazione le loro attività ma rimanevamo calmi poiché noi Africani teniamo per noi le nostre idee senza tentare di imporre agli altri in nostro punto di vista. Purtroppo non si può dire altrettanto per l’Occidente compresi alcuni Capi di Stato. Questa arroganza e interferenze negli affari interni di un Paese non mi hanno lasciato altra scelta che firmare la legge per salvaguardare l’orgoglio e la sovranità nazionale», ha dichiarato il 26 febbraio scorso il Presidente Museveni. «Abbiamo reagito ad una evidente provocazione della potente lobby gay occidentale. Quando questa lobby ha iniziato a fare pressioni per abbandonare la proposta di legge, la società ugandese, il Parlamento e tutte le rappresentanze religiose senza alcuna esclusione, si sono compattate al fine di assicurare l’approvazione della legge in difesa dei valori morali della nostra società», fa eco il Consigliere del Ministero degli Affari Esteri.  

Una versione dei fatti che altera profondamente le dinamiche politiche interne che hanno portato alla firma della legge Kill The Gay Bill. Una scelta non dettata dalle interferenze occidentali sugli affari interni del Uganda ma da un baratto politico attuato dal Presidente ugandese per ottenere il supporto interno al suo partito alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2016 per permettergli di monitorare la delicata fase di avvio della produzione petrolifera che, se gestita in modo accurato, permetterà di trasformare il Paese in una economia di petrodollari assicurando un evidente boom economico e benessere sociale. La candidatura di Museveni alle presidenziali del 2016 è stata sancita durante il meeting del partito NRM svoltosi la seconda settimana del febbraio 2014 a Kyankwazi.

Rosa Whitaker e James Mugume hanno creato un codice di condotta inviato a tutte le sedi diplomatiche ugandesi negli Stati Uniti e in Europa il 25 febbraio scorso. Le istruzioni ricevute hanno l’obiettivo di aiutare Ambasciatori, Consoli e Rappresentanti del mondo imprenditoriale ugandese all’estero nella difesa della posizione adottata dal Governo nei confronti della omosessualità e nella corretta argomentazione delle ragioni che hanno portato il Presidente Museveni a firmare la legge attraverso la diffusione integrale del suo discorso alla Nazione fatto al momento della firma.

James Mugume ha inoltre inviato alle rappresentanze diplomatiche delle precise istruzioni riguardanti la sicurezza di Ambasciate, Consolati e del loro personale nei paesi “ostili” alla legge. Queste istruzioni sarebbero state redatte a seguito a presunte minacce di morte e di violenti dimostrazioni che militanti estremisti gay occidentali avrebbero esternato contro  vari Ambasciatori e Consoli ugandesi operanti in alcuni Paesi Occidentali. Informazione resa nota senza specificare le vittime di queste minacce né i Paesi dove si sono registrati questi incidenti di sicurezza.

Secondo alcuni esperti queste minacce sulla sicurezza dei diplomatici ugandesi in Occidente sarebbe frutto di false informazioni per fare pressioni sugli Ambasciatori in Europa e Stati Uniti che furono i primi ad opporsi sia alla votazione della legge anti gay al Parlamento che alla sua firma da parte del Presidente. Anche il vademecum politico inviato sarebbe orientato ad evitare prese di posizione contrarie alla legge da parte dei rappresentanti ugandesi che metterebbero in forte imbarazzo il Governo.

La strategia di Rosa Whitaker sembra non aver avuto successi a livello Continentale. Il Segretario Keniota del Ministero della Salute Pubblica James Macharia, durante un dibattito sull’argomento, ha affermato che la legge ugandese non deve essere presa come esempio dalla legislazione keniota in quanto compromette seriamente la possibilità di accedere alle cure per i malati di AIDS omosessuali che equivalerebbero al 30% della popolazione gay in Kenya, secondo i dati forniti da Macharia. In Tanzania il Parlamento ha bloccato sul nascere un tentativo di introdurre una proposta di legge anti-gay simile a quella ugandese, iniziativa promossa dalla Parlamentare dello Zanzibar Asha Makame. Il Presidente del Parlamento dello Zanzibar Pandu Ameri Kificho ha seccamente sentenziato che il Parlamento non è la sede più appropriata per discutere la orientazione sessuale dei cittadini tanzaniani, bloccando di fatto la discussione presso l’Assemblea dello Zanzibar e presso quella del Tanganika. La Tanzania è una Federazione composta di due Paesi, Zanzibar e Tanganika, con due rispettivi ma complementari Parlamenti.

In Nigeria, Paese che ha preceduto l’Uganda nel varare una legge peggiorativa contro l’omosessualità, ha adottato una deleteria tattica di “blackmail” (calunnie) contro l’Uganda tramite vari media e blogger che diffondono notizie non veritiere di massacri di omosessuali in Uganda e parlando di genocidio sessuale. L’obiettivo é quello di allontanare l’attenzione Internazionale sulla situazione giuridica della Nigeria verso le minoranze sessuali. La recente legge anti gay firmata dal Presidente Jonathan Goodluck prevede l’ergastolo ma il Governo tollera la presenza di leggi ben più drastiche in vigore in vari Stati della Federazione Nigeriana guidati dal codice giuridico della Sharia,  che prevedono la pena di morte tramite  lapidazione pubblica.

Al contrario del Uganda esecuzioni sommarie di presunti gay stanno realmente verificandosi in Nigeria. L’ultimo caso è avvenuto il 18 febbraio scorso quando un giovane di 14 anni sospettato di essere omosessuale è stato linciato a morte dalla folla senza che gli agenti di polizia presenti intervenissero.

In alcuni Stati al nord del Paese, il gruppo estremistico Boko Haram ha organizzato operazioni di “pulizia” per liberare le città dal morbo della omosessualità. Queste operazioni di pulizia si traducono in ricerche ed esecuzioni sommarie di cittadini nigeriani sospettati di essere gay senza che le forze dell’ordine intervengano nonostante che Boko Haram é considerata una tra le più pericolose organizzazioni terroristiche dell’Africa, autrice della guerra civile nel nord del Paese iniziata nel 2011.

É sul fronte occidentale che la strategia di Rosa Whitaker sembra dare i maggiori risultati. Nonostante le minacce rivolte e le dichiarazioni di difesa dei diritti delle minoranze sessuali in Uganda, le Cancellerie Occidentali (Stati Uniti compresi) hanno ammorbidito le loro posizioni dinnanzi alla ben più reale minaccia per le loro economie di interrompere la collaborazione economica e militare nella regione. Il settimanale regionaleThe East African’ rivela di un meeting a porte chiuse tra il Presidente Museveni e gli Ambasciatori americano, europei e delle Nazioni Unite, avvenuto nella serata di giovedì 27 febbraio 2014. Durante il meeting, durato oltre due ore, i diplomatici occidentali hanno concordato di limitare i tagli degli aiuti bilaterali ai settori che non danneggiano direttamente la popolazione ugandese. Settori da individuare in stretta collaborazione con il Governo Ugandese.

La notizia è stata confermata da un comunicato stampa pubblicato venerdì 28 febbraio 2014 dai diplomatici occidentali, in cui si esprime non la condanna ma il disappunto sulla legge omofobica approvata, considerata anti costituzionale e in violazione che i diritti umani universalmente riconosciuti. I diplomatici richiedono il ritiro della legge. Nel comunicato non si fa alcun riferimento alle misure che potrebbero essere adottate in caso che il Governo Ugandese mantenga la legge anti-gay.

Secondo un insider di una Sede Diplomatica Europea, le minacce delle Potenze Occidentali sono un bluff in quanto contro producenti per gli interessi regionali e i rapporti con l’Uganda ormai di fatto una potenza regionale che non può essere ignorata. Secondo l’insider l’intenzione della Banca Mondiale di bloccare i 90 milioni promessi all’Uganda sarebbe già stata annullata a seguito della riunione del 27 febbraio scorso in quanto questi aiuti sono destinati al migliorare la sicurezza del parto e la pianificazione familiare, con diretto impatto sulla popolazione ugandese.

Se si prende il caso di Washington, limitandosi solo ad una versione unilaterale delle relazioni con l’Uganda, gli Stati Uniti sono il principale donatore del Paese Africano. Tra aiuti bilaterali, prestiti, progetti di cooperazione, il supporto americano é quantificabile a oltre 2 miliardi di dollari annui. A questa stima sfuggono i finanziamenti destinati alla cooperazione militare di cui l’informazione é considerata dalla Amministrazione Obama come “Classified”.

Dinnanzi al peso che esercita l’America sull’Uganda si può presupporre che una presa di posizione della Casa Bianca contro la legge anti gay e la minaccia di riconsiderare i rapporti siano sufficienti per costringere il Governo Ugandese a rivedere le decisioni prese. Al contrario la collaborazione e i servizi che l’Uganda offre agli Stati Uniti sono nettamente superiori agli aiuti ricevuti.

L’Uganda è il principale partner americano nella lotta contro il terrorismo in Africa e garante degli interessi economici delle multinazionali americane nella Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centroafricana, Somalia e Sud Sudan, tutti paesi strategici dove sono presenti le truppe ugandesi e americane ufficialmente o in operazione segrete, come é il caso del est del Congo dove reparti ugandesi e delle forze speciali americane sono presenti in alcune località del Nord Kivu senza un chiaro consenso da parte del Governo di Kinshasa e delle Nazioni Unite.

L’Uganda inoltre rappresenta il nucleo del contingente militare in Somalia. Un suo ritiro rappresenterebbe l’immediato collasso del Governo, la vittoria del gruppo estremista islamico Al-Shabaab e la diffusione del terrorismo di Al-Qaeda a livello continentale. La realtà è che la dipendenza dell’Occidente verso l’Uganda è maggiore rispetto a quella dell’Uganda verso gli aiuti elargiti da Stati Uniti ed Europa. Aiuti che in ultima analisi sono il prezzo da pagare per questi due blocchi economici per mantenere l’alleanza dell’Uganda sopratutto ora che il Presidente Museveni sta dando segnali di preferire nuovi alleati: Russia e Cina.

La capacità del Governo Ugandese di influenzare le decisioni del Occidente è stata già dimostrata nel 2011 quando nel mese di marzo, il Presidente Museveni convocò gli Ambasciatori Occidentali imponendo la fine del loro supporto all’opposizione, informandoli che in caso contrario, tutti i rapporti e contratti petroliferi sarebbero stati rivisti ed aggiudicati al altri concorrenti internazionali. Dopo la riunione l’occidente interruppe il supporto alla opposizione e al suo leader Kizza Besigye abbandonandolo al suo destino di fallimento politico.

Attualmente Kizza Besigye è una figura politica terminata e il suo partito: Forum for Democratic Change (FDC) si sta disintegrando a causa di una lotta interna iniziata nel novembre 2013 dopo le dimissioni alla Presidenza del suo fondatore Besigye. “Commentatori economici regionali considerano il taglio degli aiuti occidentali come un fattore positivo per l’Uganda essendo essi utilizzati come arma di ricatto nel tentativo di imporre politiche estere. Senza questi aiuti l’Uganda sarebbe costretta a contare sulle proprie forze con una maggior attenzione sulla gestione dei profitti petroliferi che inizieranno ad entrare nelle casse del Governo dal 2016 in poi”, fa notare Frederich Golooba Mutebi, scrittore e ricercatore politico basato tra Kampala e Kigali (Rwanda).

Personalmente concordo con l’analisi offerta da Mutebi. Le pressioni occidentali rischiano di scaturire effetti contrari da quelli desiderati, rafforzando il clima di omofobia nel Paese che non è così radicato come si crede. Per la maggioranza degli ugandesi l’omosessualità è un falso problema utilizzato per nascondere problemi ben più gravi quali sanità, educazione, democrazia, rispetto dei diritti dell’opposizione, corruzione e politiche aggressive regionali che di fatto imprigionano il Paese in uno stato di guerra permanente.

Occorre anche prendere in conto possibili strumentalizzazioni da parte di presunti omosessuali ugandesi. Approfittando del errore politico commesso dal  loro Governo nel varare questa deprecabile legge, e sfruttando l’indignazione e la solidarietà internazionale, questi individui possono promuovere obiettivi personali etichettandosi come omosessuali. Obiettivi quali: ottenere un permesso di soggiorno in occidente tramite l’asilo politico o evitare una deportazione in Uganda causata da uno statuto di clandestinità nel Paese ospitante. Essendo ancora vivo il mito del benessere occidentale tra vari emigrati africani basterebbe dichiararsi pubblicamente omosessuale (indipendentemente se questo corrisponda alla verità o no) per creare grosse difficoltà al governo occidentale nell’applicare la deportazione in Uganda. Ovviamente questo vale anche per gli emigrati Nigeriani ben maggiori di quelli ugandesi sia in Europa che in America.

Al posto di attuare solenni dichiarazioni e minacce che saranno difficilmente messe in pratica, un atteggiamento più maturo e meno ipocrita dell’Occidente che favorisca un serio dibattito nazionale sul tema sarebbe più proficuo per il rispetto delle minoranze sessuali in Uganda. La dimostrazione risiede nella legge contro la pornografia varata quasi in contemporanea a quella contro l’omosessualità. Dalla sua entrata in vigore si sono registrati 10 casi di stupri collettivi commessi da bande criminali o giovanili sicure di essere protette dalla legge in quanto le vittime indossavano minigonne, indumento vietato dalla nuova legge, considerato un oltraggio alla cultura e ai valori morali ugandesi. Questi espisodi e casi minori di violenza o insulti verso delle donne, hanno spinto l’opinione pubblica ugandese ad aprire un serio dibattito sociale, parlamentare e giuridico sulla legge anti minigonna che potrebbe obbligare il Parlamento a rivedere il testo eliminando  gli articoli che ledono le libertà personali.

Stesso processo potrebbe verificarsi per la legge anti gay. I primi segnali sono già presenti. Vari giornalisti ugandesi coraggiosamente hanno preso le distanze dalla legge e la stanno pubblicamente criticando nonostante che i loro articoli potrebbero essere considerati come promozione della  omosessualità e punibili dai 4 ai  7 anni di reclusione secondo quanto previsto ora dalla legge.

 

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